Dzeko ha detto che «l'abbiamo preparata male» e poi che «bisogna farci delle domande: tutti!». Una è questa: come si fa a preparare male una partita che aspettavamo dal 28 febbraio quando è stato sorteggiato il Siviglia?

Sono centocinquantanove giorni.

Era prima del lockdown. Poi c'è stato il lockdown. Poi 12 partite. E poi c'era questa. Centocinquantanove giorni non bastano a preparare una partita nel tempo in cui ci siamo abituati a giocarne ogni tre? Ha ragione Dzeko, è una domanda che devono porsi tutti, è una domanda che va sicuramente all'allenatore, ma che deve porsi anche lui stesso, e i suoi compagni, e i dirigenti, e tutti. Appunto. Però stavolta è arrivato il tempo delle risposte. Lo ha detto la storia proprio ieri.

Ieri è finita la stagione proprio nel momento in cui se n'è aperta un'altra: quella della nuova proprietà di Dan Friedkin. E oggi, adesso in questo immediato post partita, di una partita che la Roma ha giocato in maniera indisponente, irritante, inaccettabile, come fai a far coincidere due stati d'animo così diversi come quello della fine e quello del principio?

Uno dovrebbe essere contento per quest'altro orizzonte che si apre, ma stanotte rivince la rabbia, la delusione, persino l'incredulità (ci siamo già passati quest'anno, dal sole di dicembre all'horror di gennaio-febbraio, fino a una nuova illusione nelle ultime otto partite), ma mai come stavolta dobbiamo prendere i rimasugli di questi sentimenti e di quel che resta e trasformarli. Se possibile in oro, ma sarebbe già sufficiente in speranza.

Perché stavolta è davvero un'altra volta, almeno c'è la speranza (appunto) di uscire dal giorno della marmotta, dove le cose continuano incredibilmente e inspiegabilmente a ripetersi uguali a se stesse, per un giorno in cui il futuro è ancora da scrivere. È un foglio bianco oggi. Mettiamo il punto sullo scempio di ieri, e andiamo a capo. Accapo. Domani, anzi, oggi, è davvero un altro giorno si vedrà.

E che si veda chiaramente il nulla di ieri per costruire e dove costruire meglio, perché al di là della sconfitta (2-0 ci è andata pure di lusso) è vedere la sconfitta dipinta sul volto dei giocatori e in campo e sulla panchina, la non reazione a niente, al primo gol, al secondo, e a ognuno dei 159 giorni passati dal sorteggio, la cosa che fa male. Che non ti fa riconoscere la Roma (è in ogni scintilla, in ogni friccicorio).

In campo c'era la possibilità di regalare un sorriso ai tifosi, di strappare qualche altro giorno di speranza a questa fine e invece è arrivata la fine. E allora fine sia. Punto e accapo. E prima di farci le domande tutti, cominciamo a darci delle risposte. Almeno una sì. E insieme. Perché se i presidenti e i giocatori passano, ma «noi saremo qua» (ed è vero) è perché i tifosi sono la continuità, sono la Roma (dà fastidio 'sta cosa a molti ma è così).

E allora oggi, messo il punto e con la possibilità di iniziare a scrivere un altro c'era una volta, scriviamo quello in cui la Roma era la cosa che ci faceva sentire uniti anche se stavamo lontano, prima che diventasse forse la cosa che ci divide di più. Questo è più insopportabile di qualsiasi sconfitta, di qualsiasi presidente, di qualsiasi risultato. Torniamo veramente, dentro, a essere la Roma.