La giornata del calcio in Germania che avrebbe dovuto avvicinare tutti al pensiero di una ripresa, consegna invece a più di qualcuno la strana sensazione che il ritorno alla "normalità" del pallone sia lontano. Perché quello che si è visto ieri (e lo scrive chi ha tolto la Play alla prole per vedere questo ritorno della Bundesliga) è una cosa triste. Un gol non festeggiato è un mare senz'acqua.

Se la gioia fa parecchio rumore (grazie Sandro) il silenzio degli spalti fa parecchia tristezza, non è un preambolo per un'apologia degli ultras (quella a metà articolo) è una constatazione condivisibile credo pure da un misantropo. Il già di per sé tremendo balletto di Haaland è diventato quasi grottesco nel momento in cui i suoi compagni gli si sono avvicinati per non abbracciarlo: ho girato canale. «Gioca alla Play», fa più sociale.

La teutonica rappresentazione dell'efficienza, del rispetto del protocollo e della sicurezza messa in scena con i giocatori distanziati in panchina, è diventata subito una commedia dell'arte di fronte ai falli, agli abbracci non per il gol ma per un tentativo fisiologico di marcatura dentro all'area su un calcio d'angolo o una punizione o un qualsiasi pezzo di azione di questo gioco che si chiama calcio ed è fatto di rumore, gioia, sudore e contatto. Il massimo è stato un portiere che si è sputato sui guanti con la regia che si è affrettata a cambiare inquadratura (oddio, forse è stata solo educazione).

Sarà l'unico modello possibile (e non lo è), sarà il meglio possibile da fare (è da vedere) ma non è calcio, o se è il calcio che possiamo vivere dopo il Covid, è una cosa triste. Prima di ogni speculazione o analisi più o meno di parte e più o meno lucida, è una sensazione netta. Per questo però non lo chiamo calcio. Quello di ieri. Il calcio è quello di domani di cui non è ancora ora, è rumore e quel mare di cui sopra. Di cui sempre.

È roba anche grossolana, ridanciana, è anche arte. Cantona, Best, Falcao, Maradona, Carlovich, Meroni, Vendrame eccetera sono mondi e filosofie (Carmelo Bene e Pasolini su tutti ce lo hanno insegnato). Il calcio è soprattutto un abbraccio, che sia fra giocatori e giocatori o fra tifosi e tifosi, il calcio diventa un rapporto d'amore quando il giocatore s'infrange nella curva dei tifosi o i tifosi franano nell'abbraccio con la squadra.

Sono i momenti che ci hanno fatto innamorare del pallone, che ci hanno fatto anche giornalisti, e che hanno dato al calcio la possibilità di diventare un'industria. Senza quel sangue non c'è alcun corpo da sfruttare o da esaltare. Il calcio e il ritorno al calcio possono non essere in contrapposizione, anzi non devono essere in contrapposizione.

Ecco, ci sono due pregiudizi che non sopporto e che spessissimo si usano in questi giorni, quando si argomentano le diverse posizioni ormai polarizzate in un sistema binario (il «se non si riprende finisce tutto» oppure «non bisogna riprendere mai»). La prima è quando si dice che il calcio è terra di privilegi e basta, quando lo si dipinge con la solita consumatissima e quindi stupidissima immagine di 22 uomini che in mutandoni corrono dietro al pallone, che è la prima delle cose inutili eccetera. Non condivido nulla: una cosa che è vissuta innanzitutto con sentimento da tanta e tanta gente non può essere la prima delle cose inutili, una cosa che riguarda il sociale e coinvolge tanti, più che importante è addirittura fondamentale.

Il calcio va rispettato e va rispettato anche come filiera che dà lavoro non solo a dirigenti, procuratori e giocatori miliardari e viziati (ce ne sono tanti non così) ma a magazzinieri, cuochi, fisioterapisti, impiegati in amministrazione, in biglietteria, portieri, staff di vari ordini, generi e categorie eccetera, financo a chi lavora nei media (radio, tv, giornali). Non sarà il 2% del Pil nazionale come si dice (forse è lo 0,5) né la terza o la quinta industria del paese, ma qualcosa che dà del lavoro a tante persone sì. E quindi in questa discussione ci vuole rispetto per chi pensa alla difesa del proprio posto del lavoro, così come si fa per qualsiasi altra categoria altrimenti si farebbe lo stesso errore di cui si accusa "l'industria-calcio". No, c'è un cuore, oltre che una ragione, anche in questa posizione.

Così come c'è una ragione anche in chi vive il calcio con l'anima e si sente – ben che va – accusato di "sentimentalismo", populismo o – che ne so - bovarismo. Così come va rispettato il calcio che dà lavoro, vanno rispettati quelli per cui il calcio non è né un lavoro o una professione (a volte le cose – anche qui – possono comunque coincidere) ma lo vivono con totale trasporto, amore, fede, passione. Trovo inascoltabile la condanna a priori (e anche a posteriori) delle posizioni di tutti gli ultras di Italia e di Europa contro la ripresa del calcio così come (non) si è visto ieri.

Troppo facile fare generiche accuse di violenza a quel mondo lì e anche altrettanto sbagliato: proprio perché la violenza va sempre condannata bisogna fare dei distinguo. Di sicuro non ci possono essere interessi in chi dice no a un calcio che dell'anima, del sangue, delle atmosfere, del senso del calcio non ha niente. Poi nessuno può parlare a nome del popolo (appunto!) ma se tutte le tifoserie organizzate sono schierate, un qualche indice questo lo costituisce, almeno un campione statistico su cui riflettere, oltre alla considerazione che anche tra "i normali" tutta 'sta voglia di vedere applaudire il balletto di Haalaand a distanza non sembra proprio esserci.

Il calcio resta mare, gioia e rumore, abbraccio. Non c'è niente di diverso. Sarà una frasetta buona o uno slogan per i diari delle elementari, ma il calcio quello è: una bellezza elementare. Uno di questi slogan i "tifosacci" tedeschi (lì il grado di opposizione dei gruppi organizzati alla ripresa è del 100%) sono riusciti a infilarlo anche nel calcio che rinizia in vitro: ieri le telecamere non hanno potuto non inquadrare uno striscione che diceva: «Il calcio vivrà. Il vostro business è malato». Il calcio vivrà, perché non è il calcio a essere malato. O no?

La domanda è proprio questa: siamo sicuri che in Italia se non riusciamo a giocare 124 partite ogni tre giorni, in stadi vuoti, in piena estate, in regioni chiuse, col rischio non solo dell'epidemia, ma anche di infortuni che pregiudicherebbero la stagione successiva, il calcio italiano imploderà e andrà in fallimento?

E se sì, che sistema è quello che se non gioca in un mese e mezzo 124 partite ogni tre giorni, in stadi vuoti, in piena estate, in regioni chiuse, col rischio non solo dell'epidemia, ma anche di infortuni che pregiudicherebbero la stagione successiva, va in fallimento?

Tra il dire «ripartiamo subito e per forza» e il «non ripartire mai» c'è un mare, e tanto rumore da ascoltare. Non è il caso di reinventarsi tutto? Se poi la risposta vera, pratica, reale è: no, non c'è tempo, né modo, altrimenti va veramente tutto a monte, ok ripartite. Ma in silenzio e senza parlare non solo in nome dei tifosi, ma nemmeno in nome del calcio. Perché quello sì, farebbe parecchio rumore.