Non venite a parlarmi, non me chiamate, perché appena vedo qualcuno che sa minimamente che significa quello che è successo riprendo senza aver mai smesso da dopo il 3-0 di Manolas fino alla fine quando non riuscivi a dirti fino in fondo che era vero. Hai come l'impressione che tutto il mondo all'improvviso è qui. E non è un inizio epico a cavolo. È l'impressione. Tutto il mondo o semplicemente "tutto" poteva essere un bel titolo, ma tutto è poco adesso. Come i "torna casa Messi" , i "bombon", i "Dimmi Kiev". Pure un "ti amo" mi sembra riesca dire poco quello che è successo stanotte.

Vi prego cinici e razionalizzatori azionate la lingua tra qualche giorno, mo no, mo guardate l'enorme spettacolo del popolo romanista. Guardate e invidiateci. Attaccateve al vostro cinismo, ai vostri albo d'oro, alle vostre vittorie solite e acchittate, ragionate, magari pure meritate ma non della Roma. Quando la Roma vince come vince ieri vince per sempre. Oggi, stanotte, adesso, gode soltanto la gente che ci crede, oggi gode chi ha aspettato tanto, chi ha aspettato troppo, chi ha saputo aspettare e pure chi non c'è riuscito ma comunque non se n'è mai andato, non ha mai tradito, non ha mai abbandonato quella cosa che je vive dentro e che non riesce a morire. La Roma. Il suo essere della Roma. Quella cosa che con orgoglio, rabbia, e sempre sempre poca convenienza ti fa dire: io sono della Roma. Chi contro vento o in mezzo al mare non ha mai, mai, mai, mai, mai pensato nemmeno un attimo di non essere della Roma così, come si è della Roma: con tutto questo amore qui.

Io sono della Roma perché ieri era il 10 aprile e il 10 aprile io che sono della Roma come altri seimila stavamo lì, all'Old Trafford a cantare l'inno della Roma sul 6-0 per il Manchester United di Ferguson. Io sono della Roma perché io ero lì. Orgogliosamente. Fiero nel vedere le facce di tutti gli altri che non capivano perché cantavamo così, perché siamo così, perché non smetteremo mai di essere così: della Roma. "Io sono fiero di essere della Roma non solo dopo queste partite qui ma pure dopo l'1-7 di Manchester", aveva detto De Rossi dopo il Chelsea. Lui all'Old Trafford segnò il gol della bandiera, e mai definizione fu più vera. Ieri De Rossi ha segnato sotto la Sud con Ferguson che stava in tribuna e tutto il mio mondo, il nostro mondo, si accoccolava qui, come un cane, un micio, un amore, qualsiasi cosa che vi sia cara a dire che sì "c'è una ragione", ed è veramente in fondo al cuore, anche nei gol proprio di Daniele e Manolas, quelli presi per il culo meno di una settimana fa.

Ho voluto tanto bene a Manolas non solo dopo quella capocciata, ma soprattutto quando singhiozzava in panchina mentre suonava Grazie Roma. Io sono della Roma per questo, per le giornate di pomeriggio al neon passate quasi a sprecare i sogni, a pareggiare col Chievo o a perdere in casa con la Cremonese... Io sono della Roma non perché stiamo dentro a un risultato enorme sportivo, non perché abbiamo eliminato gli Dei, non perché siamo davvero "Regina" alla faccia di tutti quelli che perculavano di fatto e nient'altro che se stessi, il loro essere della Roma, e nemmeno perché sul 3-0 ho iniziato a piangere. Sono della Roma perché so che lo hanno fatto tante altre persone in quel momento. Perché ho imparato che conta la gente, più di qualsiasi altra cosa. E l'ho imparato grazie alla Curva Sud, ai ragazzi del Commando che da ragazzino restavo a guardare cercando il coraggio di imitare. Ieri a un certo punto si è alzato un coro per Roberto, il Coca Cola che se n'è andato un altro 10 aprile di qualche anno fa. Io sono della Roma perché persone così, notti così, noi non le tradiremo mai e ce le terremo strette strette per sempre. Io sono della Roma. Non venite a chiedermi niente.