La Roma perde e un ragazzino piange. Col padre che è quasi contento di infilargli bene il cappellino perché almeno in quel momento sa cosa fare di sicuramente giusto nell'impossibile necessità di consolarlo. Perché quando la Roma perde e un ragazzino piange, e tu sei un papà romanista, non glielo puoi dire troppo facilmente e frettolosamente «che vuoi che sia».

Gli puoi dire che così è la Roma, o addirittura - ma è così - così è la vita, che la prossima volta andrà meglio, che un giorno vinceremo. Questo sì, e mille altre cose ma senza banalizzare quel sentimento, perché quelle lacrime sono quelle che hai versato te quando eri ragazzino come lui, sono le tue che ovviamente adesso a 40 anni non hai, anche se dentro stai messo pure peggio perché oltre alla Roma che ha perso, vedi tuo figlio piangere per lei. Insopportabile.

Così come è insopportabile, anzi meschino prendere in giro o fare i meme con le lacrime di quel ragazzino. Di lui e di qualsiasi altro ragazzino di qualsiasi altra squadra. Viva i ragazzini e viva le passioni, pensa quando stanno messe insieme come e quanto è infame deriderle...

Anche perché quell'immagine nella sua ingenuità e tenerezza, rispettandola massimamente e dandole una dimensione di leggerezza, è anche un'immagine che riconcilia o che dà persino speranza in un mondo acido, bulimicamente polemico, per questo banale e sempre noiosamente diviso in rivoli di egocentrismo. Dove il centro, il cuore (la Roma) s'è perso.

In un mondo di like e dislike e basta, dove il pensiero binario è il massimo della profondità, dove il sentimento lo mostri con le faccette (le emoji) e non con la faccia, e l'intelligenza svelando su Facebook i complotti orditi dal cosmo contro di te, impegnato a far vedere quanto si è ribelli e politicamente scorretti (fa fichissimo sui social essere il super antagonista), in cui siamo tutti Einstein della connessione ma abbiamo perso il senso di un'equazione (se la Roma vince siamo felici, se perde è una cosa brutta) quell'immagine restituisce una santa dimensione di umanità alla "cosa". Il senso di perché tifiamo per la Roma.

Quanto è bello e puro tifare per la Roma. Sempre. Perché poi quando papà t'ha messo il cappello, quando sei arrivato a casa già hai cominciato a pensare a Roma-Juve. Alla prossima. Perché c'è sempre un'altra stagione... Anche quando non c'è. Anche quando smetti di giocare a calcio per sempre.

Daniele De Rossi è stato per noi quel ragazzino in campo, la cura e la premura di aggiustarci il cappellino e di baciare lo stemma mentre divampa la rivoluzione correndo verso la Sud. È stato noi in campo e ora è solo noi. Torna a casa. Perché l'acqua va al mare. Quello di Roma è fatto anche con le lacrime di quel ragazzino che ha i nomi di qualsiasi tifoso della Roma. Come Daniele o Agostino. E un giorno vinceremo a papà.