Ha abbastanza stufato sentir chiamare l'Europa League Coppa Uefa da quelli che lo fanno perché hanno capito che in certi ambienti sta cosa fa un po' vintage e fico, mentre adoro chi la chiama Coppa Uefa perché praticamente (nel senso di averla praticata, vissuta, sognata) non ha altro nome per questa coppa. La Coppa Uefa è forse nel pallone la più coppa di tutte. Da ragazzino era sicuramente la più difficile, iniziava dai 128millesimi di finale. Sull'album c'era quasi l'elenco telefonico ai nastri di partenza per i primi accoppiamenti. Ci si qualificavano le seconde, le terze, le quarte, poi al massimo le quinte, vincerla era un'impresa.

E poi era la "nostra" Coppa, uno perché era quella più praticata (nel senso di averla vissuta, giocata, sognata), due perché nel 1961 l'abbiamo vinta: Coppa Uefa già delle Fiere. In ogni Albo d'Oro che si rispettava la Roma era inserita come vincitrice. Faceva orgoglio. Fa orgoglio. Sbagliato coniugare al passato così come è sbagliato sottolinearne l'importanza: chi non "sente" questa coppa come obiettivo primario semplicemente non lo capisco, e ho usato il massimo di rispetto e tutto l'eufemismo possibile. Io ce moro pe' sta coppa. E non solo perché per vincere devi prima vincere, non solo perché la mentalità o ce l'hai o ce l'hai, non solo perché chi non si "appaga" sta male pure se perde la famosa partitella d'allenamento, ma perché c'è poco di meglio. C'è la Coppa Campioni, e va da sé, come tutti i nostri sogni e le nostre notti di lacrime e preghiere, c'è lo Scudetto che sono attese di 41 anni e feste ininterrotte di un mese, ma c'è anche più o meno alle stesse altezze la "nostra" Coppa Uefa. Ed è ora di toglierle quelle virgolette.

Era una festa già andare a giocarla. Andare in Coppa Uefa significava che avevi fatto benissimo. Significava semplicemente Europa ed era europeismo vero, puro. La sigla dell'Eurovisione. Lo stomaco che si chiudeva. Le attese per i gol in tardissima serata di partite che da ragazzino erano scoperte e sbarchi sulla luna, e poi l'adrenalina del vedere semplicemente la Roma in televisione. In campionato mica le trasmettevano. «Esclusa la zona di Roma», salvo poi vederla sempre perché l'Olimpico si riempiva sempre. La Coppa Uefa significa lo stop, il tiro, il gol, la corsa, l'esultanza, la follia, la magia di Paulo Roberto Falcao e del suo popolo contro il Colonia. La carrellata più delirante degli Anni 80. L'urlo a 2' dalla fine (era l'88', non l'ultimo minuto).

E poi quella coppa che col «nostro amore, il vostro cuore» la dovevamo alzare, finita su un palo, o su un fischio sbagliato di un arbitro sbagliato a San Siro e che era stata veramente Coppa Campioni: il Benfica vicecampione d'Europa al primo turno, i 3 gol di Rudi a Bruxelles, i 5 al Bordeaux tutti insieme (con la doppietta del mitico «Gerolin Gerolin Gerolin»), il secondo turno superato a fatica col Valencia, anche perché Dino Dino Viola alé stava male e poi se ne sarebbe andato sulle stelle a vedere quell'altro gol a poco dalla fine fatto quasi in cooperativa da cartone animato fra Rizzitelli e Rudi Voeller. Un altro urlo infinito. Che non era ancora notte. La nostra Coppa Uefa è stato il colore delle nostre notti blu elettriche, quello dei nostri sogni e oggi mi piace pensare che la Roma indossi come maglia quelle emozioni. Carica Ragazzi.