Curve aperte per menti aperte
Chiudere tutto è la loro sicurezza. Lo stadio da presunta "zona franca" dei tifosi sta diventando laboratorio sociale per vietare qualsiasi forma di aggregazione
Davanti all’ennesimo divieto di trasferta mancano le parole. Non solo è assurdo, ingiusto e inutile, ma sta diventando scontato. Non c’è ricchezza nemmeno nelle parole, nessuno spunto costruttivo nell’alzare l’ennesimo muro. E te lo mettono quasi all’improvviso, nel pomeriggio di un giorno qualsiasi come fosse ormai un provvedimento qualsiasi, vietate alle persone di viaggiare, di seguire una passione, di aggregarsi, di ritrovarsi in un altro posto per stare insieme.
L’unica risposta è proprio non abituarci. Forse è questo: lo stanno rendendo seriale, senza alcun pensiero, approfondimento, senza alcuna perizia e direi nemmeno rispetto per le persone (ma forse gli ultrà o i tifosi per loro non sono persone) perché così alla fine diventa naturale. Anche del divieto ai tifosi della Fiorentina (quasi) nessuno ha detto niente. Qui siamo ormai proprio a “Minority Report”, ad arrestare qualcuno che ancora non ha commesso alcun delitto. L’arbitrarietà che precede il libero arbitrio. Lo stadio forse, forse, una volta era una zona franca che viveva con le regole di chi lo viveva, adesso sta diventando un altro tipo di zona franca, una specie di laboratorio sociale di una società che gli spazi aggregativi – di qualsiasi tipo – li vuole chiudere.
Quindi attenzione, adesso sta toccando agli ultrà, anzi a qualsiasi tifoso, un giorno toccherà a un’altra categoria. Fino a che non usciremo più di casa. Siamo a “Minority Report”, che alla fine significa rapporto di minoranza e più che Beccaria («Il proibire una moltitudine di azioni non è prevenire i delitti, ma crearne di nuovi») viene da citare Moretti: «Anche in una società più decente, mi troverò sempre a mio agio con una minoranza di persone». Soprattutto con quelle che non s’arrendono.
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