Quante volte nella vita normale quello che speri si realizza? E quante volte capita quando hai praticamente smesso di sperarlo? Non il gol, ma quello che è successo dopo il gol di Dzeko al 95' appartiene a una zona spazio-temporale solo nostra. Una stanza segreta dove ci infiliamo i nostri quadri di famiglia. Lastre della memoria. Immagini che parlano, rivivono come in un racconto di qualche scapigliato o in una canzone dei Cure, che non hanno tempo perché te lo fanno rivivere ripiombandoti in quell'istante in cui sono state scattate e insieme impresse dai tuoi occhi.

Frosinone-Roma 2-3 partita brutta, ennesima insopportabile partita della Roma di questa stagione, evapora nella nuvola rossa alzata da quel rush finale, da quella corsa a perdifiato verso un settore lontano mezzo metro, in quell'ammasso di uomini che s'è ricompattato tra loro e riunito coi tifosi in una sintesi perfetta di umanità e romanismo. Quell'attimo. Quell'inno alla gioia che rimbalza addosso a una vetrata come De Rossi a Siena nel 2006. È quando i giocatori diventano i tifosi, e quando i tifosi vedono le loro emozioni in campo.

L'abbraccio tra Di Bartolomei e Ancelotti @LaPresse

Non è solo istinto la tua reazione smodata a certi gol come quello di sabato sera, non è solo un riflesso pavloviano gol-esplosione, no, in quel trattino c'è un attimo ed è l'attimo che ti fa tifoso: c'è in meno di un secondo come la consapevolezza che "sì, è successo", "sì puoi lasciarti andare veramente", ed è questa la differenza fra una vita da tifoso e una vita "qualsiasi". Quante volte nella vita normale ti puoi lasciare andare veramente senza veramente rischiare niente tranne le coronarie? In quel trattino, in quello spazio-tempo fra la realizzazione del gol e l'esplosione, c'è la realizzazione che sì stai vivendo la felicità, che stai vivendo e basta forse. È quasi metafisica. È il momento in cui qualcosa si dischiude (all'università ti direbbero il taglio di Fontana, per capirsi è il momento in cui non vedi niente e ti si chiude la vena quando segna la Roma). È un momento. E un'eternità. Non c'è mai stata differenza. Per questo certe esultanze sono rimaste scolpite. Letteralmente.

L'esultanza di Totti in Roma-Parma 3-1 @LaPresse

L'immagine delle braccia in alto di Di Bartolomei in ginocchio abbracciato da Carlo Ancelotti sotto al cielo che pure si commuove di pioggia, mentre Agostino si commuove di Roma, il primo maggio con l'Avellino si può paragonare alla Pietà di Michelangelo. Sta lì statuaria nei nostri ricordi, anche oggi.

Date una radiolina al Vasari per raccontare il gioco tra corsa e vento di Roberto Pruzzo dopo il gol alla Juve il 16 marzo 1986, quel drappo mostrato alla Sud come a riportare una cosa al legittimo proprietario, come a scartavetrarsi di dosso la pelle per far vedere che quello che c'è sotto la maglia è sempre la maglia. La Roma. Da qualche parte c'è una stanza dei nostri istanti che non sono gocce ma oceani di memoria. Futuri Giudizi Universali. La maglia che si toglie Totti il 17 giugno 2001, quando ha appena segnato il gol che ha l'oro e lo scudetto in bocca contro il Parma è nell'armadio di famiglia e non solo perché quel giorno è stato il giorno dei giorni. L'abbraccio a Genova di Geppo a Liedholm l'8 maggio 1983 (ore 17.47 circa) è l'abbraccio che aspettavamo da 41 anni, e che vale più di uno Scudetto e più dei 41 anni. Ma queste immagini vanno oltre gli scudetti. E ai tre punti. O ai due punti prima. Sono eterne ed eteree, non si pesano.

De Rossi bacia la maglia dopo un gol all'Inter nel 2004 @LaPresse

Quando Gautieri si arrampica verso il settore romanista al Sant'Elia di Cagliari per una semplice partita di campionato pure persa 4-3, quando Policano si arrampica sulla rete a Como per un'altra semplice partita di campionato si ripete la stessa identica magia, si rinnova un'appartenenza, il miracolo del romanismo lo tocchi con mano. Nella vita normale non capita, nel calcio il sacro si confonde col profano. Rosso Roma più che rosso Tiziano. Non sai distinguerli. Spesso certe esultanze sfidano il cielo, o ci arrivano: Paulo Roberto Falcao ci faceva ogni volta una capatina, trovando il tempo di alzarsi la manica per mantenere l'eleganza che ha predicato. Primo Re nella storia della monarchia a correre verso il popolo. 

Le sue maniche e le nostre mani: il pugno pulito di Tommasi che sbuca nel fango di Bergamo nel gennaio del 2001; il pugno bambino ma così così "vecchio" di Zaniolo quest'anno; il montante di Pruzzo correndo sotto la Sud dopo un gol che ti salva con l'Atalanta; il pugno direttamente al cielo ancora di Agostino a Pisa dopo la punizione del 2-0. Sono tutte preghiere laiche che i tifosi hanno visto esaudite. In diretta. Per un attimo. Per sempre.

Le esultanze della nostra storia sono corse sfrenate all'ultimo minuto (Montella 2001 e Pruzzo '84 a Torino contro la Juve, Okaka su assist di Pit col Siena) qualsiasi gol segnato da De Rossi o della Roma con De Rossi in campo, oppure che finiscono nelle ginocchia sbucciate di Bruno Conti, nelle lacrime di Giannini sotto il settore a Foggia per un gol che ci portava solo un po' più su del quart'ultimo posto eppure noi ci sentivamo in quel momento nel loggione in Paradiso. Come sabato sera, per una partita piccola piccola e brutta brutta, con un freddo cane e un vento maledetto, contro il Frosinone che forse nemmeno meritavamo di vincere ma che ci ha regalato una cosa persino più enorme di tre punti che invece pesano tantissimo: quella sensazione di noi. Il nostro essere romanisti. Quante volte nella vita normale quello che speri si realizza? Forse se sei romanista ti capita ancora meno, ma basta un attimo e di questa vita da innamorato pazzo è impossibile farne a meno.