Romanista. La Roma sua era così. Romanista. Rossa. Testaccina. Gagliarda. Tosta. Gajarda e tosta. Sudata. Generosa. Mai vinta. Impettita. Indomabile. Sgualcita. Bella. Nostra. Romanista. Quella del Flaminio. O dell'anno del Flaminio. Tutti sinonimi di un uomo che è stato veramente solo al comando e solo per un anno, ma ci è stato in un modo tale da restarci per sempre. Era arrivato come allenatore di transizione per un anno di transizione, in uno stadio di transizione, in una stagione di transizione: 1989/90, cioè una specie di ponte fra il miglior decennio della nostra storia, gli Anni 80 (che poi gli Anni 80 per noi sono quelli che vanno dal '79 all''86) a un decennio triste dove non vinceremo niente (incorniciato dalla Coppa Italia del '91 e dallo Scudetto del 2001).

Eppure quell'anno è incastonato oggi nei nostri più autentici per sempre. Altro che transizione quando vinci il derby con Voeller nel derby più rusticano possibile, più derby possibile, quando batti la Juve a una settimana dal Natale, quando vinci partite che valevano "soltanto" l'onorabilità della maglia. Quante Roma ci sono in quella piccola immensa Roma del Flaminio di Gigi Radice. Che avrà sicuramente vinto la Coppa dei Campioni da giocatore col Milan, che è e resterà per sempre torinista (fa commuovere, tanto, che negli ultimi anni riconoscesse soltanto la maglia granata) ma per noi resterà uno che riconosciamo, uno a cui abbiamo voluto bene, uno che la Roma l'ha rispettata perché le ha tirato fuori l'anima più vera e antica, la sua radice. La tua Roma Gigi. Che c'hai fatto sentire così tanto nostra.