Sarà sempre il nostro canto libero, Francesco Rocca: lo è stato e lo è tuttora, anche se non gioca a calcio da quasi quarant'anni. Un canto libero come la sua corsa sulla fascia, come i ragazzi che in Curva sembrano tenere il tempo delle sue sgroppate con i tamburi, come la musica rock che in quegli anni coinvolge e appassiona i giovani di tutto il mondo, cambiando forse per sempre la storia.

Non può essere un caso che il 25 marzo 1973, quando gioca la sua prima partita in Serie A con la maglia della Roma, Il mio canto libero di Lucio Battisti sia in testa alla classifica degli album più venduti. Per quello che i tifosi romanisti chiameranno "Kawasaki" è un battesimo di fuoco: a San Siro, contro il grande Milan di Nereo Rocco. Non ha ancora compiuto diciannove anni e si trova di fronte gente del calibro di Rivera, Prati, Schnellinger, Benetti. È un ragazzo e l'intraprendenza non gli manca, abbinata a una tenuta atletica che sembra provenire da un altro pianeta. I rossoneri fanno fatica a stare dietro a quel fulmine in maglia bianca e calzoncini neri. Già al termine di quella gara è evidente a tutti che si tratti di una stella. La nostra stella, la più brillante che ci sia.

I giallorossi allenati da Helenio Herrera si arrendono a Rivera - autore di una doppietta -, finisce 3-1 per il Diavolo. Ma Francesco, che da ragazzino si era fatto le gambe correndo dietro al pullman della Roma per strappare autografi ai suoi beniamini, ha appena iniziato a illuminare la Roma e l'Italia intera. Quando lo vedi giocare, sembra di osservare il futuro che si fa presente. E ci si rende conto che l'età non conta, che si può essere uomini anche prima dei vent'anni se si è sorretti dai valori più sani, nello sport e quindi nella vita.
Francesco Rocca con la Roma ha fatto l'amore e quando è tornato all'Olimpico per entrare a far parte della Hall of Fame è stato evidente che quell'amore non s'era mai esaurito. Che non potrà mai esaurirsi, perché Francesco Rocca nella sua breve carriera è diventato la nostra stella polare: è la luce da seguire, quella a cui ogni romanista deve guardare per orientarsi nei momenti difficili, oscuri. È passato in campo come una stella cometa, ma quella scia è ancora oggi talmente brillante da rimanere ben impressa nei nostri occhi. Non c'è ginocchio rotto né distanza temporale che possa cambiare o alterare tutto questo.

Perché Francesco Rocca è la Roma. Lo è perché si è sempre rialzato dopo ogni caduta, perché non si è dato per vinto e men che mai arreso. Perché porta la mano al cuore quando torna sotto la Curva Sud. Perché quel grido, «Francesco, Francesco! Francesco!» dello stadio stracolmo nel giorno dell'addio al calcio trabocca d'amore. Perché nel suo saluto quel 29 agosto 1981 c'è un desiderio («Voglio vederli con lo Scudetto») che si fa profezia. Francesco Rocca è la Roma e il suo anagramma perché è il nostro canto libero, sempre. «Nasce il sentimento / Nasce in mezzo al pianto / E s'innalza altissimo e va / E vola sulle accuse della gente / A tutti i suoi retaggi indifferente / Sorretto da un anelito d'amore / Di vero amore».