C'erano le immagini di Rita Pavone che cantava La partita di pallone, nella scenografia dello studio televisivo. La trasmissione si chiamava "L'oggetto misterioso". Il conduttore disse: «Ecco a voi Giacomo Losi, er Core de Roma». Il conduttore era Walter Chiari. Fu lui il primo a dare a Giacomo Losi il soprannome che lo ha reso famoso. Solo pochi giorni dopo, l'8 gennaio 1961, Giacomo Losi segnò quel gol alla Sampdoria che lo ha reso, per tutti e non solo per Walter Chiari, "Core de Roma". Altro che oggetto misterioso...

Giacomo Losi era già nel cuore di Roma, era già il cuore di Roma e quel giorno rimase in campo zoppicante, infortunato, lasciato all'ala, incustodito perché i difensori della Sampdoria si preoccupavano di marcare gli altri, nei minuti finali di una partita assurda che la Roma aveva ripreso per i capelli dopo aver rischiato di soccombere. Era già con un uomo in meno per l'infortunio di Venturi, era sotto, riuscì pure a pareggiare e poi l'impresa. Si stupì, Francisco Ramon Lojacono, quando Losi gli disse di tirare il calcio d'angolo esattamente come quello calciato pochi istanti prima. Prima però lui non era riuscito neanche a saltare. Non era possibile. Zoppicava. E poi era il più basso di tutti. Non aveva mai segnato. Ma ti pare che dobbiamo preoccuparci di marcare quel piccoletto? Pensavano tutti i difensori della Sampdoria.

«Ci provo», rispose Lojacono. Ci riuscì e, chissà dove, Losi però trovò la forza di saltare con la gamba buona, colpire di testa e segnare il gol del 3-2. Un trionfo. Epico. Ma la cosa straordinaria di Giacomo Losi è che sarebbe lo stesso uno dei più grandi esempi di romanismo anche se non ci fosse mai stata quella partita che tutti, ma proprio tutti, citano quando si parla di lui.

L'anno dopo, contro il Milan, la Roma si gioca la possibilità di superare i rossoneri in vetta alla classifica. È una partita che in palio ha un sogno. Gioca alla grande, Losi è tra i migliori, ma la Roma perde proprio per un suo autogol. Pochi secondi dopo, spontaneo, dal profondo del cuore di Roma, partono un applauso e un coro: «Losi! Losi!». Da tutto lo stadio. «Non ho mai sentito la tifoseria della Roma così vicina come in quel momento», racconta ancora lui. Era abituato a quel coro. Lo sentiva già dalle partite del campionato riserve, dove, prima ancora del suo esordio, la gente andava solo per vederlo giocare. Anche l'allenatore Jesse Carver lo vedeva e quando ci fu bisogno, non esitò, anche se l'avversario era un'Inter fortissima. «Iovane, domenica tu iocare», gli disse l'ottimo tecnico inglese. «Dove tu passare non crescere erba». Così fu.

Benito Lorenzi si complimentò con il suo giovane avversario, la Roma vinse facilmente una partita iniziata proprio con quel coro: "Losi! Losi!". Che sembra proprio "Roma! Roma!". Anzi, è la stessa cosa. Nel 1967, contro il Vicenza, si infortuna due volte nella stessa azione e salva due gol. Il coro è sempre lo stesso: "Losi! Losi!". Non ce la fa, ma alla fine resta in campo, zoppica tutta la partita, sfiora il gol e la Roma resiste,salvando lo 0-0 e il momentaneo primato in classifica. «Lo stadio esultò come se avessimo vinto lo scudetto». Un pareggio che valeva come uno scudetto. Come qualche anno prima un pareggio valse la Coppa delle Fiere, anche se nessuno poteva saperlo. Una sua corsa disperata salvò il 3-3 con l'Hibernian. E così si andò allo spareggio, lui non poteva giocare perché il giorno prima era sceso in campo con la Nazionale. Volle comunque andare in ritiro e nello spogliatoio per stare vicino ai compagni, che quasi per acclamazione lo vollero in campo. Non toccategli la Coppa delle Fiere, ma mai, nemmeno per scherzo. E ha ragione: «Alla società non interessava vincere, ma a noi sì e ci mettemmo in testa di portare a casa quel trofeo». Non gliela toccò nessuno, perché durante il giro di campo non la mollava più.

Non toccategli la Roma. Costretto a girare per il teatro Sistina col cappello in mano, si rifiutò d'incassare quei soldi e, con tutta la squadra, li diedero in beneficenza. La Roma è sempre stata una cosa importante per Giacomo Losi, 386 presenze di cui 299 da capitano. Impose a Foni di far giocare Picchio De Sisti, perché s'era allenato e Lojacono no. Pochi anni dopo volle proprio De Sisti accanto a sé, nel momento di alzare la prima Coppa Italia, vinta a Torino contro il Toro. «Core! Lasciane qualcuna anche ai miei!» gli urlò Nereo Rocco, che allenava i granata in quella finale, disperato perché non lasciava neanche un pallone agli avversari.

Imparò a fare il capitano da Arcadio Venturi, lo insegnò a Sergio Santarini, ha visto crescere Daniele De Rossi e Francesco Totti, che quando lo ha raggiunto a 386 presenze lo ha voluto accanto a sé. Annunciò alla moglie di Taccola la tragedia del povero Giuliano. Era rimasto a Roma perché Herrera lo fece fuori. La Roma è sempre stata l'unica squadra per Giacomo Losi, che, messo da parte da HH, scelse di smettere. La Roma è stata una sorpresa, per Giacomo Losi. Prese il treno per Bologna e solo lì scoprì che invece sarebbe dovuto andare alla Roma. Lo accompagnò Giorgio Carpi, l'ex calciatore di Testaccio che giocava gratis pur di giocare per la Roma. È mai esistito un vagone più romanista?

È piena di sorprese, la storia di Giacomo Losi. A 14 anni, pur di farlo giocare con la Soncinese, gli dicono di far finta di essere un altro. Un certo Bugli. E i giornali locali parlano benissimo «del giovane Bugli». Poi, quello vero, un giorno va dall'allenatore e chiede: «Ma perché parlano tutti di me se non gioco? E lo sanno quanti anni ho?». Ridono tutti e poi gli presentano Mino, come tutti chiamano Giacomo, così piccolo ma così forte. Come il papà, che non fece la tessera del partito fascista e fu prelevato dagli squadristi.

Riapparse dopo due anni trascorsi in un campo di lavoro in Cecoslovacchia. Come la mamma, filandiera che andava a litigare con i padroni. Lui portava le bombe ai partigiani che sparavano dalla rocca di Soncino, ma non le toccò più quando una esplose tra le mani di un amico. Ha avuto anche sorprese brutte, Giacomo Losi. Meglio pensare a quelle belle. Core de Roma. Mino, oppure "omino", perché era alto 1.68 ma marcava anche i giganti come Charles. Lo chiamavano anche "palletta", perché rimbalzava di qua e di là, ma fermava tutti gli attaccanti avversari. Compreso uno che invece veniva chiamato "palla di fuoco", Francisco Gento, stella del Real Madrid: «Non ho mai visto un terzino così veloce», disse dopo Italia-Spagna. Ebbe la stima e l'amicizia di Alfredo Di Stefano, per lui il più grande di tutti. Non è mai stato espulso e quando ha preso la sua unica ammonizione l'arbitro Motta di Monza si è scusato. «Mi dispiace Losi, devo farlo». «Ma era giusto così». Non poteva fare altrimenti, Herrera diceva a tutti gli altri difensori di andare all'attacco e lui rimaneva solo a difendere la Roma. Chiese di difenderla un po' di più e fu fatto fuori dal campo. Ma non uscirà mai dal cuore di tutti i romanisti, lui che è il cuore di Roma.