La domanda di Gian Piero Galeazzi non era affatto peregrina. «Capitano, la nave arriverà in porto?» E, soprattutto, non lo era la risposta di Agostino Di Bartolomei: «In porta sicuramente, vediamo di arrivarci col vessillo». Già, perché la Roma in realtà non ha vinto aritmeticamente il suo secondo scudetto l'8 maggio 1983 a Genova, ma una settimana prima, l'1 maggio, battendo 2-0 l'Avellino. Solo che lo ha saputo a cose già fatte. Quel giorno la festa di tutto il lavoro che c'era stato per arrivare a quel traguardo era durata poco meno di un'ora. Si partiva con tre punti di vantaggio sulla Juve, che diventano 4 al 27' del primo tempo, quando l'altoparlante annuncia il vantaggio dell'Inter sui bianconeri.

A quel punto in Curva Sud compare un gigantesco Scudetto che i più previdenti avevano confezionato per non farsi trovare impreparati. Il vessillo c'è. Alto quattro metri, è rimasto esposto per quasi un'ora. Nel frattempo, la Roma va in vantaggio con Falcao e raddoppia nel secondo tempo con Di Bartolomei. La partita tra Inter e Juventus è incredibile, a un certo punto i nerazzurri sono avanti anche 3-1, ma la Juve reagisce e arriva a pareggiare. Quando Bettega firma il 3-3, però, lo scudetto sparisce, anche se sparisce presto pure la rabbia. La festa è solo rimandata. Come detto, la Roma scoprirà solamente a cose fatte di aver vinto il campionato quel giorno. Un'ora prima dell'inizio della partita di Torino, infatti, alcuni tifosi bianconeri avevano lanciato mattoni contro il pullman dell'Inter, ferendo Marini. L'episodio contribuì intanto a rendere la partita molto dura, fino al 3-3 finale. Ma dopo un paio di settimane e qualche ricorso, il giudice sportivo diede lo 0-2 a tavolino. La Juve quindi, per usare una terminologia cara da quelle parti, prese un punto «sul campo», ma è un punto che non va nella classifica di un campionato che in ogni caso prima o poi sarebbe stato della Roma.

Chi era in campo ha pensato soprattutto a battere l'Avellino, anche se in panchina c'era chi faticava più di loro, dato che stava vivendo sulla sua pelle con uguale intensità sia le emozioni della gara dell'Olimpico, sia quelle della partita del Comunale. Era Franco Superchi, secondo portiere e unico autorizzato a portare la radiolina in panchina. «Ho avuto molto da fare - racconterà - è stata una emozione continua e al gol di Bettega ci sono rimasto un po' male, perché ormai mi stavo preparando all'esplosione di gioia dei nostri tifosi. Comunque è andata bene anche così, la festa è solo rimandata». In panchina c'è anche Aldo Maldera: «Sul 3-1 vi lascio immaginare cosa sia successo... Soltanto Liedholm ci invitava alla calma, sostenendo che la Juve aveva tutto il tempo per pareggiare. Il mister si è anche piuttosto inquietato quando ha visto comparire in Sud quel gigantesco scudetto tricolore. Non abbiamo ancora vinto, diceva, lasciamo perdere i festeggiamenti prima del tempo». Il vessillo, in effetti, nella mente dello scaramantico Barone, deve arrivare solo una volta giunti in porto.

Non c'era, tuttavia, un clima di grande delusione. È vero, sotto la pioggia incessante di quel giorno ci si stava preparando alla festa e la città, almeno nell'immediata conclusione della partita, sembrava quasi immobile in un silenzio grigio e umido, con qualche goccia di pioggia residua ad accompagnare chi usciva dallo stadio. Non mancava qualche bandiera e qualche colpo di clacson, ma sembrava più che altro un riflesso condizionato. Dietro quella quiete, però, la città fremeva ugualmente. La Juve aveva pareggiato? Peggio per lei. La sua sofferenza durerà una settimana in più e la nostra festa sarà ancora più bella, come poi sarà il 15 maggio in occasione di Roma-Torino.

Nessuna immagine, però, probabilmente, è mai stata più bella di quella che si materializzò proprio davanti alla panchina della Roma al 21' del secondo tempo di quel Roma-Avellino. Di sicuro, è stata l'esultanza più bella della nostra storia. Sarà caduta anche la radiolina a Franco Superchi per l'emozione, mentre pure il cielo si commuoveva. La Roma era in vantaggio per 1-0, l'Avellino non mollava e aveva pure preso una traversa. Ma Agostino Di Bartolomei decide di chiuderla. Al termine di un'azione in cui 4 giocatori della Roma toccano la palla in area di rigore, Ago fa partire un destro che s'insacca alle spalle dell'immobile Tacconi. Ago corre, le braccia serrate verso il basso con i pugni stretti che poi, mentre lui lentamente s'inginocchia a terra, si alzano al cielo, come a voler mantenere l'equilibrio dell'immagine di un quadro d'autore che va a comporsi nella sua struggente bellezza quando il capitano, scivolando sul terreno umido e in ginocchio, viene raggiunto da Ancelotti. Carletto s'inginocchia davanti a lui, lo bacia, lo stringe forte a sé per poi aggrapparsi a lui. E mentre volano mattoni a Torino, radioline dalla panchina e scudetti in Curva Sud, il tempo si ferma in quell'abbraccio dove non si fondono solo le emozioni di Ancelotti e Di Bartolomei, ma di tutti noi.
Il 27 maggio 2014 Carlo Ancelotti, ritirando il premio Bearzot e poche ore dopo aver vinto la Coppa Campioni col Real Madrid, è tornato a parlare proprio di Ago: «È sempre nei miei pensieri. Ha dato molto e insegnato molto. Un esempio di professionalità, serietà e genialità». Non si è mai staccato da quell'abbraccio, anche oggi che allena dalle parti di Avellino.