Ci sono giorni in cui il confine tra dolore e amore è talmente labile da risultare impercettibile. Le emozioni si mescolano come in un cocktail che, se da una parte fa male al cuore, dall'altra te lo riempie di orgoglio, fierezza e senso d'appartenenza. Le lacrime che Giuseppe Giannini (per tutti Peppe, per i romanisti "il Principe" - l'unico e vero, diffidate dalle imitazioni) versa il 5 maggio del 1996 a Firenze sono lacrime di rammarico, di tristezza, di un affetto che forse va al di là dell'umana comprensione, di rabbia e rimpianto. Di amore e dolore, appunto. C'è tutto questo, e molto, molto altro in quel pianto da bambino di un uomo trentunenne che saluta la sua gente nella maniera più dolorosa. In anticipo, lontano da casa. Nel giorno della sua cinquecentesima partita ufficiale da professionista, incorniciata da una prestazione straordinaria, il Principe saluta il suo popolo. Quello che l'ha osannato e criticato, incoraggiato e persino insultato qualche volta, ma che non ha mai smesso di amarlo. La Roma ha appena battuto 4-1 la Fiorentina al "Franchi", mettendo una seria ipoteca sulla qualificazione alla prossima Coppa UEFA, eppure c'è un nodo in gola difficile da sciogliere.

È un caldo pomeriggio di primavera e le lacrime si mescolano con il sudore. Giannini si leva la maglia, quella che ha indossato per l'ultima volta, sotto al settore dei tifosi romanisti, accorsi come sempre in massa per sostenere la squadra. Il Principe piange, si spoglia di qualsiasi abito da supereroe e si mostra per ciò che è: un uomo. Niente corone, niente fanfare a rendergli l'omaggio che pure meriterebbe: bastano i cori della sua gente, quelle voci sconosciute eppure così note che sembrano quelle di una famiglia. Una famiglia, sì. Questo è la Roma. E lui, che di Roma è figlio, capitano e bandiera, capisce tra i singhiozzi che forse non esiste omaggio migliore.

Tutta colpa di un cartellino giallo. Un maledetto cartellino sventolato senza pietà davanti ai suoi occhi dal signor Pellegrino di Barcellona Pozzo di Gotto. Quell'ammonizione gli costa l'ultima partita in casa, il congedo davanti alla sua famiglia: squalificato. Peppe non potrà essere in campo una settimana più tardi, il 12 maggio, per la partita casalinga contro l'Inter che sancirà la qualificazione in Europa della Roma. Peccato, perché sarebbe stato come chiudere un cerchio, dopo il 19 marzo, quella notte di "puro romanismo" contro lo Slavia Praga che ventidue anni dopo ricorderà un certo Daniele De Rossi davanti alle telecamere al termine di Roma-Liverpool. Ecco, forse è questo, il puro romanismo, ammesso che se ne possa dare una definizione: sono delle lacrime che ti sgorgano direttamente dal cuore e dalla pancia, gocce salate che sanno d'amore, orgoglio, delusione, senso d'appartenenza, rammarico e qualsiasi altro sentimento esista al mondo. È puro romanismo Genoa-Roma dell'8 maggio 1983 e Roma-Dundee del 25 aprile 1984, ma è puro romanismo anche Roma-Lecce e Roma-Slavia Praga.

La corsa sotto la Sud

Contro i cechi è un'altra notte in cui le lacrime ti solcano il viso e senti lo stomaco contorcersi, ma allo stesso tempo ti senti grato a Dio, a tuo padre, al caso, al destino o qualunque cosa ti abbia fatto romanista. La sconfitta per 2-0 a Praga, quindi l'ingresso in un Olimpico stracolmo come un fiume d'amore. La coreografia che riempie due Curve e la Tevere: "Non molleremo mai", dice. Mai, Peppe, mai. E quindi la magnifica illusione: il gol di Moriero che riapre i giochi e poi il tuo, un bacio di testa al pallone che si infila nella porta sotto la Sud. La corsa lì dove tutto ha inizio e dove tutto deve quindi tornare, soprattutto se sei figlio di Roma, capitano e bandiera. Il vanto che qualcun altro non potrà mai avere. Quella corsa e l'urlo a squarciagola, con la maglia giallorossa nella destra, è romanismo puro. Lo è ancor di più se si considera che a inseguirti e ad abbracciarti c'è un ragazzino biondo di nemmeno vent'anni che si chiama Francesco.

Ai supplementari c'è il gol di Moriero che fa esplodere gli oltre sessantamila presenti, un boato che se non è ai livelli di Roma-Colonia e Roma-Brondby poco ci manca. Ma lì in agguato c'è Vavra, Jiri Vavra: un nome da incubo kafkiano, che ancora turba il sonno di una generazione di romanisti. Un tiraccio senza troppe pretese, se non quella di infrangere un sogno proprio quando questo era ad un passo dal tramutarsi in realtà.

Non serve piangersi addosso, come non serve interrogarsi su ciò che poteva essere e invece non è stato. L'unica cosa che puoi fare, in momenti del genere, è lasciarti andare, abbandonarti totalmente a quell'amore. Un "naufragar dolce", anzi, molto di più. È quella corsa sotto la Sud, con la gente che finisce dieci file più in basso mentre esplode la gioia, il sentimento a cui abbandonarsi, quello da cui lasciarsi trasportare. Il grido ad occhi chiusi mentre intorno a te tutto è giallorosso, tutto è Roma. Romanismo puro. Non lo puoi raccontare: lo senti nelle vene, nelle vertebre, nello stomaco, ti pulsa nel cervello e nel cuore.

L'addio del Principe

Il 5 maggio 1996, un mese e mezzo dopo quella corsa sfrenata sotto la Curva Sud, servono i tre punti per blindare l'Europa. Ma le cose si mettono subito male: la Fiorentina allenata da Claudio Ranieri passa subito in vantaggio con un argentino di nome Gabriel Omar che pochi anni dopo a Roma riporterà lo Scudetto a suon di gol. Il 9 dei viola è una furia, ma la squadra di Mazzone (quel giorno in tribuna a causa di una squalifica) non ci sta e agguanta il pari al 19' grazie ad un rigore trasformato da un altro argentino, Abel Balbo. Passano soltanto sette minuti ed è proprio un perfetto lancio in verticale di Giannini ad aprire la strada del raddoppio a Delvecchio. Il Principe vede la sua amata in difficoltà e decide di caricarsela sulle spalle. Perché la domenica seguente, all'Olimpico, non potrà essere in campo quando la Curva Sud lo omaggerà con un messaggio d'amore: «Solo chi la ama e chi soffre per la maglia ha il diritto di onorarla... per sempre. Grazie Capitano».

Il Principe si fa Re del centrocampo: ogni pallone passa per i suoi piedi, ogni taglio dei compagni è dettato dai suoi movimenti, e gli avversari di reparto non possono fare altro che inseguire le traiettorie che Peppe disegna in mezzo al rettangolo verde. È il 35' quando serve ancora una volta in profondità Delvecchio, bravo ad affondare nella retroguardia toscana: stavolta Amoruso lo stende, rimediando l'ammonizione. Calcio di rigore. Tocca di nuovo a Balbo, che ancora una volta spiazza Toldo e cala il tris giallorosso. Nel finale sarà invece Di Biagio a fornire a SuperMarco la palla del definitivo 1-4 che porta la Roma a un passo dalla Coppa UEFA. In mezzo, quel maledetto cartellino giallo che cambia proprio sul più bello una storia d'amore destinata a chiudersi nel migliore dei modi: con una festa allo Stadio Olimpico. Peppe se lo vede sventolare davanti e inizia ad imprecare a testa bassa, scuotendo il capo. Ecco il perché di quelle lacrime a fine partita, sotto il "formaggino" giallorosso al Franchi. È l'addio del Principe al suo popolo, che piange insieme a lui per una storia che avrebbe dovuto avere un altro finale, un finale da favola.

Pochi mesi dopo, nel giorno della sua presentazione allo Sturm Graz, Peppe entrerà in campo con una maglia bianconera che non gli dona affatto, ma con una sciarpa giallorossa al collo. Perché tutti sognavamo un finale diverso, un finale da "...e vissero tutti felici e contenti", ma non sempre le cose vanno come speravamo. Restano le gioie e le delusioni, i singhiozzi, i baci e gli sguardi, le corse sotto la Sud e le critiche e le carezze. Resta la vita, che merita d'essere vissuta sempre in un eterno abbraccio di romanismo puro.