Nelle favole che erano soliti leggerci la sera prima che andassimo a dormire, generalmente, c'erano sempre un Principe e una Principessa: il più delle volte il loro era un amore tormentato, osteggiato da streghe malefiche, orchi, draghi e cavalieri vestiti di nero. Eppure, la tranquillità che ci permetteva di sognare ogni notte era data da una certezza incrollabile: i due protagonisti, alla fine, avrebbero visto trionfare il loro sentimento, a dispetto dei cattivi. La vita, in seguito, ci ha insegnato che le cose nella realtà non sempre vanno così. Anzi, quasi mai. Quel "...e vissero tutti felici e contenti" è spesso un'illusione. Eppure, anche nelle storie d'amore finite male, c'è sempre qualcosa da conservare nell'angolo più profondo del nostro cuore.

Il percorso di Giuseppe Giannini, detto Peppe, o Beppe a seconda dei casi, nella Roma è stato spesso costellato di ostacoli. Fin dall'esordio, in un freddo pomeriggio del gennaio 1982, in quella partita contro il Cesena allo Stadio Olimpico, quando perse un pallone che permise agli ospiti di partire in contropiede e segnare il gol della vittoria nei minuti finali. Liedholm, uno che qualcosina di calcio l'aveva capita, lo restituì alla Primavera, dove il ragazzo rimase anche l'anno successivo, quello che si concluse con lo Scudetto.

Poi, proprio come nelle favole, quello che a qualcuno era sembrato un rospo ruppe l'incantesimo e divenne "il Principe". L'unico e solo, diffidate dalle imitazioni. Si prese la sua Principessa, se la caricò sulle spalle, chioma corvina al vento e fascia di capitano al braccio. Ci mise la faccia nelle annate più buie, quelle in cui la Roma galleggiava a metà classifica o poco più giù e quelle in cui il sogno di vincere in Europa si infrangeva di fronte all'Inter. La guidò alla conquista di due Coppe Italia e si arrese sotto i colpi di un Lecce già retrocesso in quel drammatico e così maledettamente romanista 20 aprile 1986. Come in ogni storia d'amore che si rispetti, non mancarono le difficoltà, le crisi, i litigi, i momenti di dolore. Eppure nessuno dubitava che il Principe e la Principessa sarebbero rimasti insieme per sempre.

Un amore tormentato

Invece arrivò il derby del 6 marzo del 1994: il rigore conquistato da un biondino di belle speranze di nome Francesco, la possibilità di pareggiare il derby, il Principe che sistema la palla sul dischetto, quel tiro sbucciato, Marchegiani che para e la Roma che perde. È quel giorno che di fatto si consuma l'addio tra il Principe e la sua amata, è lì che l'amore si incrina. Perché la separazione non può essere indolore. «Se uno ha un rigore e lo sbaglia in questa maniera, non è degno di stare nella Roma», dirà Sensi nel post-partita. Forse non le pensava neanche, quelle parole. Che però colpiscono al cuore il Principe come un dardo avvelenato. La separazione è sancita, ma un grande amore, per dirsi tale, ha bisogno di un ultimo bacio. Di un ultimo momento, un istante soltanto, in cui essere felici e pensare che nulla è cambiato. Che orchi, streghe e draghi stavolta non avranno la meglio.

L'ultimo bacio

Quel bacio il Principe e la Principessa se lo danno il 19 marzo 1996. Il giorno di San Giuseppe. Allo Stadio Olimpico, ça va sans dire. La strega cattiva viene dal freddo di Praga e di Praga porta il nome: Slavia. Sono i quarti di finale di Coppa Uefa e all'andata, su un campo che sembrava più che altro una pista di pattinaggio, il Principe e i suoi sono scivolati: 2-0 per la strega. Ci vorrebbe un miracolo. Meglio, una magia. Una di quelle cose che accadono solo nelle favole, in cui tutto sembra perso e invece accade l'imponderabile. Un enorme striscione recita: "Vincere malgrado tutto". All'ingresso in campo delle due squadre, lo stadio si colora di giallo e di rosso: "NON" in Curva Sud, "MOLLEREMO" in Tribuna Tevere, "MAI" in Curva Sud. Sale alto nel cielo di fine inverno il grido dei sessantamila presenti.

All'intervallo si è ancora sullo 0-0. E qualcuno, forse troppo cresciuto per credere alle favole, in quella magia non spera più. Ma per tornare bambini, per tornare a credere... basta poco. Tipo un gol di Moriero ad inizio ripresa. E quando finalmente arriva, quel bacio tanto atteso, la gente piange e scivola quindici file più giù, ma è felice, felicissima. Il Principe si leva l'armatura giallorossa e rimane solo Peppe, a correre sotto la Sud inseguito sempre da quel ragazzino diciannovenne di belle speranze. E c'è più Roma nell'immagine che lo ritrae mentre sventola la maglia, con Francesco poco più indietro, che in tutta la vostra filosofia. Peppe grida a squarciagola e tutti si rendono immediatamente conto che dopo quel bacio all'83' tutto è possibile, che la strega cattiva può essere rispedita davvero al freddo e al gelo. Ai supplementari Moriero sta per scrivere il finale più dolce. Ma in questa notte di San Giuseppe non c'è spazio per il finale più dolce, per quel "...e vissero tutti felici e contenti" che ci permetteva di dormire sonni tranquilli da bambini. La Principessa si fa Bella Addormentata nel Bosco, e permette a Vavra di insaccare un tiraccio.

Certi amori non finiscono...

La sua ultima partita in giallorosso il Principe la giocherà il 5 maggio a Firenze. Ma nessuno dimenticherà mai quel bacio, quello che trasformò di colpo migliaia e migliaia di persone in bambini, pronti a credere ancora per una volta, pronti a far brillare ancora una volta i loro occhi. Il Principe se ne va, e lo fa senza voltarsi a guardare indietro, perché si correrebbe il rischio di cambiare idea. E quando si presenta ai tifosi dello Sturm Graz, lo fa con una sciarpa giallorossa al collo. Perchè si sa, "certi amori non finiscono". Quella sciarpa sembra dire: "Me ne sono andato, ma resterai sempre con me, Principessa". Perché anche questo si è costretti a fare, a volte: scappare via, perché rimanere farebbe troppo male. Troppi luoghi familiari, troppi sapori e odori che farebbe riaffiorare alla memoria i tempi in cui si era felici: "nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria". Vada pure dove vuole, Peppe. Tanto, da che mondo è mondo, il Principe e la Principessa si ameranno per sempre.