È una dichiarazione d'intenti, ma anche un messaggio di vicinanza alla squadra e al suo tecnico, Luis Enrique. È l'opposto di quel motto («Vincere è l'unica cosa che conta») e racconta meglio di ogni altra cosa la differenza insita nell'essere romanisti. Differenza da tutti gli altri, non solo coloro che si vestono a strisce bianconere. La Curva Sud esce allo scoperto, il 20 novembre 2011: all'Olimpico va in scena la sfida contro il Lecce, mentre la prima Roma americana stenta a decollare in campionato, pur essendo reduce da una vittoria preziosa a Novara.

«Mai schiavi del risultato!!», recita lo striscione che campeggia nella parte bassa del cuore pulsante del tifo romanista. Il resto del settore è colorato da cartoncini bianchi, gialli e rossi. A dimostrazione del fatto che non c'è bisogno di un derby o di un "big match" per regalare spettacolo sugli spalti, a maggior ragione quando di mezzo c'è il popolo giallorosso.

La Sud si tinge dei nostri colori e sembra voler ribadire, una volta per tutte, che la vittoria è sempre ben accetta (e ci mancherebbe), ma non sarà mai il metro su cui misurare un amore. Anzi, l'amore. Che a prescindere da quello che accadrà in campo, a prescindere da eventuali momenti bui e contestazioni e fischi, la Roma non sarà mai sola. Perché al suo fianco avrà sempre la sua gente, la sua città. Purtroppo, però, la stagione giallorossa faticherà a decollare e a maggio Luis Enrique deciderà di lasciare la panchina.

Quella sera di novembre, però, nonostante la vittoria con il minimo scarto suggerisca il contrario, è un assaggio di grande calcio; un calcio che la Roma, quell'anno, riuscirà a proporre soltanto in una manciata di partite (vengono in mente le vittorie a Napoli e Bologna prima di Natale). I tifosi, come sempre, sostengono la squadra, e con essa il progetto di "trabajo y sudor" annunciato da Luis Enrique. Non è un caso, del resto, che - anche all'indomani del suo addio - il tecnico andaluso rimarrà nel cuore dei tifosi. E loro nel suo, come dimostrerà la bella dedica dopo la vittoria della Champions con il Barça.

La partita

Contro il Lecce di Di Francesco, arrivano i primi gol in maglia romanista di Miralem Pjanic e Fernando Gago, entrambi arrivati in estate. Il bosniaco, dopo cinque assist, si sblocca con un tap-in su assist di Taddei sotto la Curva Nord. La Roma crea occasioni in serie: Osvaldo e Lamela seminano il panico nella difesa leccese; Bojan da due passi a porta vuota fallisce il possibile 2-0. Che in ogni caso arriva al 54': fendente di destro dai venti metri di Gago e palla nell'angolino alla destra di un altro ex di turno: Julio Sergio. Quindi falliamo tre grandi chance per il 3-0 con Lamela, Osvaldo e Bojan, e in questo incrocio tra giallorossi e giallorossi è un prodotto del vivaio romanista, Andrea Bertolacci, ad accorciare le distanze e a riaprire i giochi.

Osvaldo si vede annullare un gol-capolavoro in sforbiciata per un fuorigioco che non c'è: lo replicherà qualche mese più tardi contro il Catania. Al triplice fischio, la sensazione è che i tre punti siano solo la punta di un iceberg: la Roma ha ottenuto molto di più che una semplice vittoria sul campo. Ha ricevuto l'incoraggiamento della sua gente in un momento di difficoltà. Come direbbero gli U2: che altro, in nome dell'amore?