Il 30 maggio non è un giorno come tutti gli altri. Non può esserlo, soprattutto per chi è Romanista. Il 30 maggio è stato allo stesso tempo il momento più alto e il dolore più grande della nostra vita. È il petto gonfio d'orgoglio e il nodo in gola, è il cuore pieno d'amore e le lacrime amare per un Capitano che non c'è più. Il 30 maggio è Roma-Liverpool e Agostino Di Bartolomei sopra ogni cosa.

Ma è anche Roma-Sampdoria del 1991, finale d'andata di Coppa Italia che arriva otto giorni dopo la rimonta solo sfiorata all'ultimo atto di Coppa UEFA contro l'Inter. Perché anche quel giorno, come sette anni prima, essere Romanisti significa avere la forza di portare a casa un trofeo all'indomani di una cocente sconfitta. Dopo la finale di Coppa dei Campioni, Agostino alzò al cielo la Coppa Italia. Anche stavolta, dopo le lacrime di Rizzitelli e compagni per un 1-0 che non è bastato dopo che ci hanno rubato la partita d'andata, bisogna reagire. Perché è così che dimostri di essere un vincente vero. Non con la bacheca, non sostenendo che "vincere è l'unica cosa che conta" (non lo è mai, mai): un vincente è uno che si è rialzato dopo una sconfitta. Quando tutti si aspetterebbero di vederti piangere addosso e inveire contro la malasorte, se sei un vincente ti rimbocchi le maniche, ingoi il magone e ti rialzi in piedi. Risorgi più bello che mai, come un'araba fenice.

Il 30 maggio 1991 in Curva Sud c'è anche Bruno Conti, che una settimana prima ha dato il suo addio al calcio in un'Olimpico stracolmo di persone e occhi lucidi. C'erano ottantamila persone a salutarlo, ma stavolta nel cuore pulsante del Romanismo c'è anche lui. Per la prima volta da ex dopo una vita spesa in giallorosso, è lì tra i fumogeni e le bandiere che sventolano nella notte romana di fine primavera, ad intonare i cori che fino a pochi giorni prima ha sentito dal rettangolo verde. Le torce, al momento dell'ingresso in campo, vengono accese e compongono la scritta: «Semo li mejo». Vengono liberate centinaia di palloncini gialli e rossi che volano verso il cielo, quasi volessero idealmente raggiungere Dino Viola, che se ne è andato da poco più di quattro mesi.

Di fronte abbiamo la Sampdoria di Boskov, fresca campione d'Italia, ma di fatto la partita non esiste: la Coppa non è mai realmente in discussione, perché la Roma la vince fin dal primo minuto, anzi, la vince ancora prima di scendere in campo. La vince perché non è contemplato un esito differente. La vince perché sì e basta. E se Katanec alla mezzora pareggia l'iniziale vantaggio giallorosso, arrivato grazie ad un autogol di Luca Pellegrini, è solo una statistica da registrare nel tabellino. Perchè l'1-1 dura sei minuti esatti, perché non esiste un risultato diverso. È un gol tutto tedesco, confezionato dal Tedesco Volante e realizzato da Berthold: Völler resiste al contrasto di un ex, Vierchowod (non uno qualsiasi, insomma), e dalla destra pennella per il connazionale. Colpo di testa e Pagliuca può solo inveire contro i suoi difensori – come è solito fare – e raccogliere il pallone in fondo alla rete.

Brunetto nostro e tutti i suoi fratelli esultano ancora una volta prima della fine del primo tempo: Pellegrini stende in area Desideri, e allora sì, stavolta tocca a Rudi. Chioma bionda riccioluta al vento, il numero 9 sistema il pallone sul dischetto con la nonchalance di chi non ha paura di essere decisivo e la butta dentro. Piazzandola, stavolta, mentre nella gara di ritorno opterà per un bolide centrale. Perché quella è la Roma di Giannini e di Desideri, di Aldair e di Rizzitelli, di Cervone e di Salsano, ma Rudi quell'anno è una forza della natura e quindi nemmeno un campione assoluto come lo Zar Vierchowod riesce a stargli dietro, nessuno riesce a stargli dietro.

Bruno fa festa, abbraccia i tifosi che lo abbracciano. Perché la Roma è questo: è un abbraccio con i tuoi fratelli, è qualcosa che ti riempie il cuore fino a farti temere che possa esplodere. La Roma è Flora Viola che alza la Coppa nel cielo di Marassi dieci giorni dopo, il 9 giugno. Marassi, sì, proprio come l'8 maggio del 1983. Perché se è vero che la vita è una ruota che gira, quel giorno il cerchio sembra chiudersi: da Genova al 30 maggio 1984, dalla finale di UEFA contro l'Inter al 30 maggio 1991, fino al ritorno – inevitabile, forse - a Genova nell'anno in cui Dino Viola se ne va e Bruno Conti appende gli scarpini al chiodo.

Bruno Conti, in Curva il 30 maggio come era stato in Curva il 30 maggio anche Francesco Rocca, non è in campo, ma è il simbolo di quella squadra. Uno dei tanti simboli di un gruppo che getta il cuore oltre l'ostacolo, un gruppo di giocatori che non si sono mai arresi e che hanno lottato su ogni pallone, anche di fronte ad avversari obiettivamente più forti. E se ti sei battuto per quella maglia, se hai pianto per quella maglia, il resto non conta. Perché in fin dei conti la vittoria più grande è - e sarà sempre - essere Romanisti.