L'infanzia è un periodo così magico da riuscire ad investire, con la sua meraviglia, gli spazi che la circondano, le persone che la popolano e le occasioni che la raccontano. Tutto prende un'altra dimensione perché ognuno recita un ruolo da protagonista nella vita di un bambino. Anche i figuranti, quelli che si affacciano solamente una volta appena lungo il loro percorso. Pure quelli che nel quotidiano sono ai margini della considerazione degli adulti, pure quelli sono attori principali. E questa polvere di stelle non avvolge solamente i personaggi ma anche il teatro di questo straordinario e spensierato periodo della vita: gli spazi sembrano enormi anche lì dove sono piccoli, una cameretta può diventare un campo di calcio. Questa mancanza di dimensioni fa parte della magia. Perché le proporzioni, a quell'età, sono come le gioie: smisurate. E non si finge, mai. Perché non si ha il pudore della felicità: un bambino non maschera le emozioni, le vive. Pensateci…quante volte vi è capitato, da adulti, di ritrovarvi in un luogo dove eravate abituati ad andare da ragazzini e scoprirlo molto, molto più piccolo di quello che ricordavate? Ma quale prateria, un ritaglio d'erba.

E così, a cascata, tutto il resto: ma quale rimbombo, era un bisbiglio. Quale zio gigante, un uomo di statura media. E al circo quali lustrini, solamente toppe e rughe scavate dal freddo. Quello da cui coprirsi con un cappello a drago, da cui difendersi stringendo ancora più forte i propri genitori e se poi dovesse arrivare la febbre meglio: non si andrà a scuola. Ecco, questa è l'infanzia: un palcoscenico in cui Babbo Natale esiste e arriva per davvero.
Lo so, vi starete chiedendo cosa c'entra tutto questo con un quotidiano sportivo che parla della ROMA. C'entra eccome, credetemi. Perché adesso, tutto quello che ho scritto fino a questo momento, dovete catapultarlo al centro della Curva Sud in un pomeriggio con il sole alto del marzo del 1986.
Quel bambino sono io. Con mio padre e mia sorella ai lati e, dietro di me, mio cugino più grande a tenermi in piedi sul seggiolino. Io al centro di una coreografia "da kolossal hollywoodiano da far invidia alle cerimonie d'apertura dei Giochi Olimpici". Io girato verso la Curva per vedere quello che di grande aveva combinato e che poi, già abbagliato da tanta bellezza, mi volto e mi accorgo, rimanendo senza fiato, che di giallorosso non c'era solamente un settore ma tutto uno stadio, un intero popolo.
Ecco… forse adesso il perché della premessa iniziale l'avete capito per davvero.
Serviva, semplicemente, per farvi capire quanto e come in quei momenti la ROMA, perché noi tifosi questa squadra la rappresentiamo, mi stava sconquassando l'anima nel vedere, facendone anche parte, settantamila persone cantare il suo nome.
«Noi t'amiamo e t'adoriamo», punto. Che se riavvolgete il nastro e ripensate al discorso sulle proporzioni non devo aggiungere altro nel farvi immaginare cosa devo aver visto e provato, io bambino con i capelli a caschetto e la sciarpa al collo, nel ritrovarmi al centro di quello che un kolossal lo era per davvero.
Tre a zero!

E chi se ne frega se la maestra, qualche settimana prima, aveva voluto parlare con mia madre per chiederle se, per davvero, avrei rinunciato ad andare in gita con il resto della classe pur di non perdermi quella partita. Già, chi se ne frega: i bambini dicono sempre la verità.
La verità è che ROMA-Juve non è solamente una partita di calcio ma la contrapposizione, seppur sportiva, del sogno con l'imposizione, del sorriso con il sogghigno, dell'ideale con l'assegno. ROMA juve è il bene contro il male dove il male sono quelli che non contrattano, pretendono. Non parlano, mormorano. Non scelgono, indicano. E potrà vincere altri cento scudetti ancora che non mi verrà mai nemmeno il pensiero di concederle l'onore delle armi, l'applauso o la lettera maiuscola: juventus.
Mentre lei, corale, assolata e assoluta, continuerò a scriverla per sempre così: ROMA.