Partite

11 aprile 2010, Roma-Atalanta 2-1: avremmo voluto fermare il tempo

Una vittoria arrivata coi gol di Mirko e Marco e grazie a uno stadio determinato e festoso ma anche triste per l’addio al Coca Cola. Andammo in vetta

PUBBLICATO DA Luca Pelosi
05 Gennaio 2018 - 09:02

Ci sono stati pochi risvegli dolci come quello della mattina dell'11 aprile 2010. Aria di primavera, aria di speranza, ed era proprio lì che stava la dolcezza del sapore di quella mattina, che veniva dopo una partita che era andata esattamente come doveva andare. La Fiorentina aveva fermato l'Inter, segnando con Kroldrup a pochi minuti dalla fine il gol del 2-2 che significava solo una cosa: la rimonta prima inimmaginabile, poi sognata, poi sempre più concreta, era finalmente possibile. Inter 67, Roma 65. Con una vittoria contro l'Atalanta, la Roma avrebbe superato i nerazzurri compiendo un'impresa incredibile: pochi mesi prima erano 14 i punti di distacco tra le due squadre. Ora erano due, ma con un Roma-Atalanta pronto a iniziare alle ore 15 che aveva anche generato una corsa al biglietto dell'ultim'ora. Sveglia, colazione, tappa alla rivendita più vicina e stadio. In tanti fecero così, quel giorno.

Più di un'ora prima dell'inizio della partita lo stadio non era pieno, ma quasi. La Roma, a Trigoria, aveva già iniziato a sentire la differenza con le altre "attese" già dal gol di Kroldrup. «Tocca a noi», si dicevano i calciatori. «Fin dal pullman si respirava un'aria diversa, particolare», confermerà poi Mexes nel dopo partita. La scorta di tifosi che accompagnava il pullman della squadra verso l'ingresso dello stadio era più numerosa, più colorata e più rumorosa del solito. «Carica!», si sentiva fin oltre i vetri del pulliman stesso. Pochi minuti dopo, c'era anche il tifo durante il riscaldamento a comunicare la diversità dell'impegno che attendeva una squadra che se ne rendeva benissimo conto da sola, a partire da Francesco Totti, che prima di iniziare gli esercizi guardava la Sud battendosi il petto. Era una partita particolare per il Capitano, che era tornato titolare solo il sabato precedente a Bari, dopo qualche minuto nel finale della gara vinta contro l'Inter che aveva trasformato definitivamente la prospettiva della rimonta da sogno a possibilità concreta. Un'assenza di circa due mesi, infatti, lo aveva costretto a soffrire in tribuna troppo a lungo ed era giunto il momento di dare il suo contributo nella fase decisiva di un campionato che lo aveva visto a lungo impegnato nel tenere in piedi una baracca che a inizio a stagione era decisamente scricchiolante, ma che piano piano aveva trovato una forza e una convinzione insperata. Roba raramente vista prima. Claudio Ranieri seguiva il riscaldamento secondo dopo secondo, come di consueto, pronto a proseguire nella striscia d'imbattibilità. La sua Roma, infatti, non perdeva da 22 partite. Meglio avevano fatto solo la Roma di Liedholm (30 partite senza sconfitte a cavallo delle stagioni 1980-81 e 1981-82) e quella di Capello nel 2001-02, che aveva fermato la sua imbattibilità a 24 gare consecutive, perdendola proprio contro una squadra nerazzurra, non l'Atalanta, ma l'Inter.

Era dolce anche il ricordo di Roberto Venturelli, il mitico "Coca Cola", che se n'era andato poche ore prima, come Fabio "Roscio". "Ciao Coca Cola, una bandiera che sventolerà per sempre". Firmato: Ultrà Roma. E poi: "Coca cola vecchio cuore giallorosso", in Tribuna Tevere. Ad unirsi al suo ricordo, prima dell'inizio della partita, arrivavano anche Totti e Bruno Conti, deponendo un mazzo di fiori sotto la Curva Sud.

Dopo tre minuti di gioco era subito Totti a scaldare le mani a Consigli con un destro in diagonale da fuori area. Il portiere oggi al Sassuolo deviava in angolo. Poi ci provava Vucinic su calcio d'angolo, poi, sulla ribattuta, Burdisso. Il gol arrivava al 12' con un tiro da fuori di Vucinic che Consigli si faceva passare sotto la pancia. Una papera, sì. L'Atalanta non reagiva, la Roma provava a chiudere i conti subito, prima ancora con Totti, fuori di poco il suo tiro ma preciso il suo cross per Cassetti. Colpo di testa dell'eroe del derby e 2-0. Esultanza sotto la Tevere, abbraccio prima di Perrotta, poi di tutta la squadra, mentre il sole illuminava il giallorosso di uno stadio in festa. Cosa ci facesse Cassetti al centro dell'area di rigore era una domanda che la gente romanista aveva smesso di porsi proprio da quel 7 dicembre 2009 quando Marco aveva deciso il derby. Era tutto troppo perfetto ed ecco che all'8' della ripresa, appena uscito dal campo Vucinic (era diffidato e la domenica dopo ci sarebbe stata la Lazio) per Toni, Tiribocchi approfittava di un'indecisione di Riise e, solo in area, batteva Julio Sergio. Non c'era neanche il tempo di maledire la consueta retorica del romanista che segna contro la Roma (la settimana dopo Tiribocchi avrebbe fatto gol anche all'Inter…) che quell'azione cambiava tutto. La paura attanagliava le gambe dei romanisti, sia in campo sia, a tratti, anche fuori, dato che dagli spalti si alternavano cori di grande potenza cantati da tutto lo stadio a minuti di silenzio carichi di terrore. Il coro con cui la gente si dà coraggio e prova a darlo alla squadra è la colonna sonora di quella rimonta. "Lo sai perché, tutta la mia vita è giallorossa, c'è una ragione, ho la Roma in fondo al cuore..." la sapete tutti, sulle note di "Maledetta Primavera". L'avremmo maledetta due settimane dopo, questa primavera, ma quel 10 aprile era ancora benedetta. Benedetto Julio Sergio, per l'ennesima volta in stagione, quando parava due volte, prima su Ferreira Pinto e poi ancora su Tiribocchi. Benedetto Totti, uno dei pochi a non perdere lucidità: quando Menez, già ammonito per simulazione, rischiava il secondo giallo per lo stesso motivo, era lui a dire a Ranieri di togliere il francese per far entrare Brighi (che stava per entrare proprio al posto del Capitano). «Sennò lo caccia», diceva al tecnico. Che ascoltava, come fece Liedholm con Falcao nella finale di Coppa Italia col Verona del 1984… Finiva proprio con Totti sulla bandierina. Per 2 minuti, dicono le cronache. Saranno stati almeno 200, nella percezione di tutti i presenti, che sarebbero sembrati almeno 200 mila al momento dell'urlo di liberazione e gioia che accompagnava la fine della partita e la corsa di tutta la squadra sotto la Sud, dal Coca Cola e dal tabellone che mostrava la classifica: Roma 68, Inter 67. Entravano, ci erano entrati per tutti i 90 minuti, anche nelle orecchie dell'allenatore dell'Atalanta Bortolo Mutti. «Il sostegno dei tifosi della Roma – dirà a fine partita - è stato un fattore che ha inciso sulla partita. Sono stati il dodicesimo uomo in campo. Un pubblico stupendo che ha trascinato la propria squadra». «Il pubblico ha capito le difficoltà - gli fa eco Ranieri - dopo aver preso il gol è subentrata un po' di paura. Questa vittoria è merito del pubblico». La Roma non era prima in classifica da sola dal 10 febbraio 2002, era la ventiduesima giornata di quel campionato e i giallorossi di Capello erano in testa con 45 punti davanti a Juventus (44) e Inter (43). Era la prima volta in cui, da Calciopoli in poi, l'Inter non era prima da sola durante un girone di ritorno. Claudio Ranieri portava a 23 la striscia d'imbattibilità e una settimana dopo avrebbe raggiunto il Capello del 2001-02 a quota 24, vincendo contro la Lazio per 2-1. Poi sarebbe arrivata quella tremenda sconfitta contro la Sampdoria (con due rigori negati alla Roma) a rovinare quella dolcissima primavera giallorossa di una Roma che comunque avrebbe trovato la forza di rimanere in corsa per il titolo fino all'ultima giornata e che se non ha vinto quello scudetto non è né per la brutta partenza di quel campionato, né per Roma-Sampdoria del 25 aprile 2010, né per la forza dell'Inter del triplete. È per il calcio di rigore negato al Siena nell'ultima giornata, in Siena-Inter, sullo 0-0 (mentre la Roma stava già vincendo sul Chievo), per fallo di mano di Thiago Motta su cross di Rosi. L'arbitro Morganti non fischiò e due minuti dopo segnò Milito per l'Inter. La rabbia è ancora tanta, a ripensarci, perché quella rimonta era riuscita: il 10 aprile 2010 contro l'Atalanta.

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