Ricordo molto bene la rabbia all'uscita dello stadio Olimpico quell'ormai lontano 22 dicembre 1985. A far visita alla Roma di Sven Goran Eriksson era stato il Como. Squadra rognosa (Tempestilli, sì quello che poi avrebbe vestito la nostra maglia, Dirceu, Fusi, Corneliusson), che era riuscita a mettere la gara sul piano fisico e Casagrande, (lo stesso che aveva "collaborato" al primo infortunio di Carlo Ancelotti nel 1981), aveva platealmente colpito Carletto con un destro in pieno volto senza che Pezzella di Frattamaggiore trovasse niente da eccepire. L'arbitro, invece, aveva trovato eccome da eccepire, quando aveva annullato (e senza l'aiuto della VAR che era soltanto nei sogni dei più accaniti precursori) una rete a Ziby Boniek. Ne era venuto fuori un orripilante 0-0 che aveva fatto agguantare la Lupa dall'Inter al terzo posto in classifica.

Le scorie del caso Dundee

La Società era poi alle prese con le scorie velenosissime del caso "Dundee". Scorie sollevatesi, si badi, proprio nel momento in cui la squadra, in evidente ripresa, iniziava a dare fastidio nei piani alti della classifica. Il presidente Dino Viola che per due anni aveva parlato a tutti i dirigenti di spicco di quanto accaduto alla vigilia della semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni (cercando aiuto per smascherare il "puparo" del calcio italiano, come dichiarato a più riprese dal Senatore, anche in una memorabile diretta televisiva a Tele Roma 56 di cui in qualche archivio dovrebbe esserci ancora traccia), dichiarò in un comunicato ufficiale: <<Alcuni hanno voluto strumentalmente interpretare la nostra serietà ed il rispetto per il segreto istruttorio come una dimostrazione di debolezza, anzi di impotenza. Vi assicuriamo che così non è: stiamo operando perché la verità trionfi>>.

La Roma, parte lesa nella vicenda, veniva colpita finendo paradossalmente sul banco degli imputati. L'inchiesta dell'Associazione italiana arbitri che porterà al deferimento "a scoppio ritardato" del presidente romanista, era partita da un colloquio avuto dal massimo dirigente giallorosso con Paolo Bergamo il 26 agosto 1984. Incontrando l'arbitro allo Stadio Flaminio, in occasione della gara di Coppa Italia giocata contro il Padova, l'ingegner Viola chiese a Bergamo se conoscesse Vautrot. E alla risposta negativa del suo interlocutore, come risulta dagli atti del procedimento, aggiunse di essere stato avvicinato da un intermediario, <<per il tramite di un arbitro internazionale di nome Paolo>>. Inutile dire che chi fosse il "Paolo arbitro internazionale", rimase un mistero. Bergamo da parte sua aspettò quasi tredici mesi e quindi, solo nel settembre del 1985, in occasione del raduno degli arbitri tenuto a Capannello, prendeva la decisione di informare del colloquio il Capo dell'Ufficio Inchieste De Biase e il Presidente Federale Sordillo. La vicenda riassunta così, affidata solamente alla tempistica lascia ovviamente senza parole, letteralmente sbigottiti.

Una storia italiana

Una storia fin troppo italiana, fin troppo consueta. È difficile calcolare quanto tutto questo avesse destabilizzato l'ambiente romanista… Fatto sta che all'epoca avevo quindici anni e il pareggio con il Como mi sembrò l'effetto scientifico di una valanga innestata ad arte. Certamente mi sbagliavo… giusto?

Comunque sia, per uno scherzo del calendario, però, trentadue anni fa (come in questa stagione del resto), a cavallo tra dicembre e gennaio, il campionato italiano di serie A presentava per la Roma due gare interne consecutive. Il secondo impegno casalingo avrebbe visto scendere nella capitale l'Atalanta, cioè la squadra che si presenterà all'Olimpico il prossimo sei gennaio.

È destino che alcune gare si presentino all'ombra di un terremoto emotivo non facile da gestire. Il 22 dicembre 1985, a un anno esatto dall'operazione subita alla gamba, Paolo Roberto Falcao, nelle file del San Paolo aveva conquistato il titolo brasiliano. Quindi all'inizio di gennaio del 1986, il "Divino" aveva deciso di tornare a Roma, per la prima volta dal suo tempestoso e doloroso addio. A Fiumicino era stato accolto da un centinaio di tifosi e i giornalisti erano riusciti a strappargli la notizia che sarebbe stato all'Olimpico per assistere alla gara contro i bergamaschi. La gara ci sarebbe stato il 5 gennaio 1986.

L'Atalanta allora aveva il giocatore giovane emergente del calcio italiano, quel Roberto Donadoni che da lì a poco sarebbe andato a fare le fortune del Milan di Silvio Berlusconi. Per il resto, disponeva di giocatori di grande esperienza come Soldà, Prandelli e lo svedese Stromberg.

Il confronto con la formazione giallorossa era impietoso: Tancredi, Boniek, Nela, Cerezo, Pruzzo, Ancelotti, solo per fare alcuni nomi. Ce n'era per polverizzare gli ospiti e non lasciargli neanche la possibilità di rendersi conto di cosa accadeva in campo.

Eppure il clima era particolarissimo. Si parlava, ad esempio, anche con una certa insistenza, dell'addio del brasiliano Toninho Cerezo. A Rinaldo Boccardelli, di Giallorossi, in un'intervista, Toninho aveva detto: <<Sono sempre io il maggiore indiziato per lasciare la capitale (…). Non so nulla del Verona, e chiaramente non ho niente contro questa città e la squadra, però è chiaro che mi piacerebbe restare ancora nella Roma, in questa città meravigliosa con tanti tifosi altrettanto meravigliosi. Ma sono un professionista e quindi so che in certi momenti della vita di un calciatore i sentimenti e gli affetti contano ben poco>>.

I dubbi su Eriksson

Non basta? Non è ancora sufficiente? Basterebbe ricordare allora le voci sui supposti dubbi sulla conferma di Eriksson, quelle sull'arrivo di Di Gennaro ed Elkjaer dal Verona, a scapito delle partenze di Giannini e Tovalieri, i lanciatissimi gioielli di famiglia. Si scriveva che Trigoria era diventata un "bunker"… E ti credo.

Il caos mediatico attorno alla squadra, sembrava voler esclusivamente intonare un de profundis su una realtà tecnica che invece Eriksson stava finalmente centrando. Perché con tutti quei mesi di ritardo? Lo svedese era venuto a patti con il suo integralismo nordico. Dopo una mossa suicida che lo aveva portato nella stagione precedente a rinunciare al preparatore atletico per impostare da solo il lavoro della squadra curando anche il training atletico, Sven era tornato ad affidarci al professor Gaetano Colucci. I carichi di lavoro, dopo un ulteriore confronto, erano stati diversificati in base alle caratteristiche dei singoli atleti e di colpo la Roma si era trovata, senza neanche accorgersene, sulla rampa di lancio, pronta a trasformarsi in uno schiacciasassi.

Nelle ore precedenti alla gara, Falcao sentirà al telefono Bruno Conti e Carlo Ancelotti, confermando che avrebbe visto il match dalla cabina della televisione, all'epoca la Rai. Fu una carica aggiuntiva. Carlo, capitano della squadra, ci teneva a far vedere al fuoriclasse sudamericano che la Roma era comunque in buone mani, che il lavoro iniziato con il brasiliano era stato tutt'altro che interrotto.

In mezzo a questo pandemonio di emozioni (Viola, Vautrot, Cerezo, Falcao, Eriksson), però, l'Atalanta di Nedo Sonetti apparve come un ciuffo d'erba che cerca di arrestare un'inondazione. A dare il via alle danze fu Boniek, semplicemente incontenibile. Una sorta di raggio protonico che s'infilò tra le maglie atalantine come la spada di Zorro nella giubba del Sergente Garcia. Girò in rete un cross di Nela, quindi con un destro bucò nuovamente Malizia. A dare i colpi di grazia al nerazzurri (per l'occasione in una maglia bianca a righe azzurre) pensarono Giannini e Pruzzo (dopo che anche Righetti aveva sfiorato la segnatura personale, negata da un salvataggio sulla linea di Gentile). Finì 4-0. Nel finale, l'Atalanta, definitivamente in disarmo, per un infortunio a Malizia, avendo esaurito le sostituzioni, schierò in porta l'ex juventino Osti (che indossò la maglia numero dodici tragicamente simile a un punto interrogativo). I bergamaschi in campo non facevano che chiedere all'arbitro Pairetto il triplice fischio finale.

Quando finalmente arrivò, la Roma era a un solo punto dal secondo posto del Napoli. Sette giorni più tardi, l'inopinata sconfitta della squadra di Maradona a Pisa e la vittoria corsara della Roma a Udine ratificarono il sorpasso. Il duello con la Juventus era appena iniziato.