«Olimpico alla Roma e Flaminio alla Lazio è un'operazione fattibile». A parlare così ieri il sottosegretario per il Ministero dell'Ambiente Roberto Morassut. Uomo con un ricco curriculum da amministratore romano, già Vicepresidente del Comitato Olimpico per Roma 2004, già Consigliere Comunale, già capogruppo del Democratici di Sinistra in Consiglio Comunale e coordinatore della maggioranza capitolina di centrosinistra, già Assessore all'Urbanistica nella seconda giunta Veltroni, l'esponente del PD conosce bene la Capitale e le sue problematiche, essendo, tra l'altro, il padre dell'attuale Piano Regolatore Generale di Roma, approvato il 12 febbraio del 2008.

Per questo la sua suggestione ieri ha fatto ancora più rumore. E quindi da 24 ore sul piatto della bilancia per il nuovo stadio della Roma dobbiamo mettere anche il caro e amato Olimpico. Una nuova idea che dovrebbe avere, a giudizio di chi scrive, la stessa considerazione di quelle proposte in questi giorni in alternativa a Tor di Valle. Perché di idee si tratta, tutte legittime, ed in alcuni casi molto affascinanti. Come sono affascinanti e romantiche le idee (e ci perdoni in questo senso ogni estimatore di Tor Vergata) Olimpico e Flaminio. Gli stadi in cui la Roma ha già giocato e vinto, rivisti, risistemati, avrebbero un sapore particolare per ogni tifoso giallorosso. Entrambe però appaiono poco percorribili.

L'Olimpico per esempio è del Coni, che in passato già ha rifiutato ogni trattativa con i vertici dei due club della Capitale per discutere di una eventuale cessione dell'impianto. Di più, il Coni ha anche escluso la possibilità di affidare la sola gestione dello stadio ad esterni. Uno stadio che rappresenta il fiore all'occhiello del Comitato Italiano e che viene utilizzato per tutta una serie di attività ed eventi, a cui il Coni non potrebbe rinunciare. La Roma, per prendere in considerazione l'impianto del Foro Italico, dovrebbe poi pensare comunque ad una corposa ristrutturazione, per rendere lo stadio più fruibile per il calcio, rinunciando ad esempio alla pista di atletica. Insomma non sarebbe certo un'operazione a costo zero.

Discorso analogo dobbiamo fare per lo stadio Flaminio. L'impianto di Nervi è innanzitutto vincolato come "Caposaldo architettonico" della città, ed in quanto tale ne andrebbe preservata l'integrità formale e costruttiva. Il Dl Semplificazioni approvato lo scorso settembre prevede una deroga a questi vincoli, per cui da allora assistiamo ripetutamente al ripresentarsi dell'ipotesi Flaminio per la Roma. La deroga, è utile chiarirlo per chi legge, non è automatica, ma deve essere autorizzata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, e questo è tutt'altro che scontato. In più vanno considerati altri ostacoli concreti all'operazione. Come per l'Olimpico va considerata la proprietà. Il Flaminio è del Comune, e parrebbe ad oggi strano che la Raggi rinunci alla carta Tor di Valle dopo averla sbandierata a più riprese, per tentare un'operazione con l'impianto di Viale Tiziano, ad alto rischio e il cui esito ci sarebbe sicuramente con la nuova legislatura. In secondo luogo non vi sarebbe lo spazio per garantire la realizzazione dei parcheggi e delle aree di pre-filtraggio che renderebbero il nuovo stadio già "vecchio", o meglio non a norma rispetto alle normative per le competizioni europee. Ancora: in tutta l'area su cui sorge lo stadio è presente una necropoli romana. Una necropoli potenzialmente immensa, come ebbe a dichiarare nel 2011 la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma.

Tutti fattori che tendono oggi a far escludere la percorribilità di questa ipotesi. La realtà dei fatti, molto banalmente, è che Tor di Valle resta la prima scelta per la Roma, ma che, comprensibilmente, la nuova proprietà si stia guardando intorno, in attesa che si smuova a l'iter amministrativo. E di alternative ce ne sono e ce ne saranno.