Lo stadio della Roma a Fiumicino? Qualcosa che abbiamo già sentito in questi anni e ogni tanto esce fuori. Una provocazione, o forse qualcosa di più, che torna ad animare il dibattito intorno alle sorti del futuro impianto giallorosso. E protagonista, finora, è sempre stato il primo cittadino della città aeroportuale alle porte di Roma, Esterino Montino.

Uomo di provata esperienza, già Senatore per l'Ulivo, capogruppo alla Regione Lazio del PD, sindaco di Fiumicino da due legislature, marito della (forse più nota) Monica Cirinnà, madre della legge sulle Unioni Civili nel 2016. Una eventualità che però la Roma ha sempre escluso, convinta di non aver bisogno di un piano B, che lo stadio ormai sia un diritto acquisito. Ed allora abbiamo deciso di parlare proprio con Esterino Montino, che in poco meno di mezz'ora di chiacchierata non ha voluto nascondersi dietro nessun burocratese arcaico. Anzi, ha voluto fortemente precisare la sua posizione, a dispetto anche di possibili strumentalizzazioni.

Come prima cosa vorrei chiederle se conferma che emissari della Roma siano stati a vedere i terreni di Fiumicino, come riportato in queste ore da più mezzi di informazione.
«Io posso confermare questo: ho avuto un incontro con i rappresentanti della Roma qui al Comune un mese fa circa, o poco prima (cosa confermata anche dal club, ndr). Un paio di settimane dopo che avevo avevo detto, senza andare in concorrenza con nessuno, anzi sperando che la situazione si sbloccasse, che noi eravamo comunque pronti ad ospitare lo stadio della Roma. In fin dei conti tra noi e Tor di Valle ci sono solo 7 km. E quindi proprio per dare una mano, per cercare di sbloccare la situazione, ho dato questa disponibilità. Poi loro, i dirigenti del club, gentilmente sono venuti a capire se fosse più con meno fattibile. Gli ho fatto vedere in concreto la mia idea, le aree in oggetto, le infrastrutture presenti. Non dimentichiamo che siamo tra due autostrade. Loro hanno preso atto dell'offerta e poi ci siamo salutati. In quell'occasione hanno confermato come la scelta fosse quella di proseguire con Tor di Valle, anche perché un pezzo avanti, tuttavia ritenendo comunque interessante la chiacchierata».

Lei nel febbraio del 2017, quando sembrava che l'accorto tra il Comune di Roma e il club giallorosso stesse per saltare definitivamente, già fece questa proposta. Anche allora venne cavalcata dai media e dai tifosi questa sua disponibilità. Non ha paura di essere usato per fare pressioni sulla Raggi?
«In quell'occasione divenne popolare l'hashtag #esterinofamoloafiumicino (ride, ndr). Francamente a me non interessa. Io ho sempre detto anche ai rappresentanti della Roma e pubblicamente, sia nel 2017 che in questi giorni, che non voglio entrare in concorrenza con Roma. Voglio solo rendere pubblica la disponibilità di un comune importante di 80.000 persone. E se dovesse capitare il peggio (la bocciatura del progetto a Roma, ndr) sappiate che non sarebbe la fine del mondo. Perché poi magari si possono ottenere altri risultati e con tempi diversi. Con una elasticità diversa, soprattutto. Un conto è parlare con Roma un conto è parlare con noi. Si tratta di un'aria già edificabile in fin dei conti».

Dal punto di vista procedurale l'area che lei ha offerto è quella adiacente a Parco da Vinci. È un'area già edificabile, che quindi non necessiterebbe di variante?
«Solo variante d'uso, non variante al piano regolatore. Si parla di un'area edificabile molto grande, di circa 600 ettari. Pensate che lo stadio con tutto ciò che gli è annesso occuperebbe solo 40 o 50 ettari. Un'area attualmente che è destinata a piattaforme logistiche e attività produttive. Come amministratore, e come impostazione urbanistica, preferirei invece di 300 ettari di capannoni, un'infrastruttura con un grande impianto di qualità, internazionale, che crea una qualità urbana. All'aeroporto poi ci andresti quasi a piedi. La ferrovia sarebbe a solo 700 metri. Senza dimenticare l'incrocio fra due autostrade, la Roma-Fiumicino e la Roma-Civitavecchia. Un'aria molto infrastruttura quindi…».

E i tempi quali sarebbero?
«Bisognerebbe comunque fare una conferenza dei servizi, che però sarebbe in capo a noi e non alla Regione. Una procedura che quindi guideremo noi, certo con dentro tutti gli attori, dalla sovrintendenza alla Regione, alla Città Metropolitana. Ma saremo noi a gestire tutto. È chiaro che chi guida il percorso può determinare i tempi. Credo di interpretare in questo il pensiero della stragrande maggioranza del consiglio, forse anche di una grossa parte dell'opposizione».

Quindi mi scusi se mi permetto di insistere, i tempi secondo lei quali sarebbero una volta presentato il progetto a Fiumicino?
«Parliamo sicuramente di mesi, non di anni. Di fronte alla nostra disponibilità concreta, e a un progetto fatto da parte loro a regola d'arte, è evidente che l'amministrazione di Fiumicino si impegnerebbe a risolvere il tutto in pochi mesi. Seguendo tutto passo passo. Direi sei o otto mesi al massimo per la posa della prima pietra. Consideri che su parti di quell'area esistono delle convenzioni già firmate, quindi il lavoro preliminare è già stato abbondantemente fatto. Non parliamo mica di un'area agricola per cui servirebbero un paio di anni. L'area in questione è sostanzialmente già pronta. Mi sento di affermare che la procedura sarebbe completata assolutamente entro i tempi definiti dai percorsi legislativi con le accelerazioni del caso».

La vicinanza dell'aeroporto può creare problemi?
«Assolutamente no. Noi terremo assolutamente conto dei canali di volo e del sistema di protezione aeroportuale. Intorno all'aeroporto le planimetrie vincolistiche prevedono delle zone a scalare di rispetto per l'altezza degli edifici. Per evitare incidenti e situazioni di allarme. Parliamo però di un'aria talmente grande che ci permetterà di spostare l'impianto non verso il confine aeroportuale, ma più verso l'autostrada, dove non ci sono ristrettezze vincolistiche aeroportuali. Questa è una verifica che abbiamo già fatto. Da più di un anno. Il progetto per lo stadio sarebbe assolutamente compatibile a tutta la rete aeroportuale».

Se potesse dare un consiglio alla Raggi cosa le direbbe?
«Io francamente se fossi al suo posto prenderei il toro per le corna e deciderei cosa fare di questo progetto. Chiuderlo o approvarlo. Avere il coraggio di ammettere di non poterlo portare avanti per tutta una serie di motivi, cosa che però non ha mai detto. Anzi ha sempre detto di voler andare avanti. Ed allora deve dare una stretta, prendere la delibera ed andare in aula. Permettere lì un dibattito aperto, alla luce del sole, e chiudere definitivamente questa storia. Per permettere anche alla Regione poi di chiudere questa fase e arrivare alla costruzione dell'opera. Tentennare non serve. Così non si va da nessuna parte. Rischiamo per i prossimi cinque anni di avere questa croce ancora in piedi. Capisco anche gli investitori, indipendentemente da chi siano. Un investimento di quella portata va assolutamente assecondato, dopo tre anni non è possibile che ancora non sia stata data una risposta. Lei (la Raggi, ndr) deve dimostrare coraggio in questo momento per chiudere la partita. Certo dopo le elezioni europee il Movimento 5 Stelle non ha la forza che aveva prima. Forza che già ultimamente era stata spesso messa in discussione».

E quindi secondo lei cosa succede?
«Non so se ora la sindaca ha la forza di andare in aula. E capisco anche la Roma… Ha firmato dei precontratti e non può sganciarsi da sola. Forse ha bisogno di essere "obbligata" per evitare di pagare penali. Un risvolto che implicherebbe milioni e quindi più che comprensibile. Del resto io li ho incontrati (gli emissari della Roma, ndr) un mese fa e non ho detto nulla, e se questa notizia esce ora probabilmente qualcuno ha interesse a fare pressioni nei confronti dell'amministrazione capitolina. So che domani (oggi, ndr) c'è un incontro tra il Comune e la Roma, e questo forse non è un caso. Probabilmente si vuole semplicemente creare un clima di pressione, farsi dare finalmente una risposta, forse anche solo per farsi dire di no e poi guardarsi intorno».