«Stiamo invecchiando un po' tutti dietro alla vicenda di Tor di Valle,  sette anni sono un'infinità. La politica deve prendersi la responsabilità di dare il via libera alla costruzione». A quattro giorni dall'arresto per corruzione del presidente dell'assemblea capitolina, Marcello De Vito, nell'ambito di un'inchiesta in cui lo stadio non c'entra nulla, abbiamo chiesto il parere sul progetto della nuova casa della Roma a Marco Bellinazzo, giornalista del Sole24 Ore ed esperto di calcio e finanza, che ha ulteriormente rafforzato le nostre già consolidate convinzioni. 

Si rischia un nuovo rallentamento?
«Non vedo perché dovrebbe esserci. Non ce ne sono i presupposti. L'inchiesta va tenuta distinta dalla procedura amministrativa che di fatto ha portato a dare il via libera alla realizzazione dello stadio della Roma. Dai filoni investigativi emergono questioni più complesse, che riguardano una serie di iniziative urbanistiche che vanno al di là dello stadio».

La Roma può stare tranquilla?
«Direi di sì. Dal punto di vista amministrativo in questi sette anni di procedura sono intervenuti molti organi: diversi enti locali, dal Comune alla Regione, e svariati soggetti che hanno espresso a vario titolo il loro ok al progetto, a partire dal riconoscimento della pubblica utilità dell'opera. Si è formata una volontà amministrativa che va al di là dell'intervento dei singoli, e che mi sembra non sia stata inficiata dalle attività illecite su cui la procura sta indagando. La Roma ha acquisito un vero e proprio diritto a vedere realizzata l'opera in attesa degli atti amministrativi che mancano: la variante urbanistica e la convenzione da parte del Comune, e il permesso a costruire da parte della Regione sono atti ormai dovuti rispetto al sì che gli enti locali hanno espresso ormai in tutte le varie sedi».

Non ci saranno ulteriori verifiche?
«Il Comune ha fatto le sue verifiche e la Procura di Roma ha ribadito più volte che non ci sono interferenze con lo sviluppo del progetto stadio. Le vicende penali dei giorni scorsi, come quelle di giugno, nulla hanno a che fare col procedimento amministrativo del progetto che deve portare all'apertura del cantiere il prima possibile. Non lo dico io, lo dice chi sta indagando. La procedura amministrativa è stata danneggiata da queste interferenze. Lo stadio si farà e non deve perdersi altro tempo. Nuovi ritardi sarebbero soltanto un ulteriore danno per la Roma e per l'intera città, visti gli investimenti».

Perché a livello mediatico ci si accanisce tanto contro lo stadio?
«Mediaticamente si identifica il cuore dell'inchiesta con lo stadio perché l'indagato principale è Parnasi, ovvero il costruttore che aveva i terreni per edificare lo stadio. C'è un chiaro automatismo nell'accostare le indagini allo stadio. Ma chi le segue si rende conto che dietro c'è ben altro: lo stadio è una delle tante opere intorno alle quali venivano ipotizzate attività illecite di corruzione e arricchimento personale. È importante far capire all'opinione pubblica che non c'è collegamento tra l'ipotesi di reato e la Roma in merito alla costruzione dell'impianto. Lo stadio lì si può fare, è stato riconosciuto tramite correzioni apposite attuate dalla giunta Raggi, è palese che non c'è alcuna violazione e nessun tipo di inquinamento della bontà  dell'azione amministrativa relativa al progetto. Lo stadio è un'opera approvata, la Roma è stata soltanto danneggiata dalle vicende penali come lo sarebbe qualsiasi società di calcio che vuole migliorare il proprio stato patrimoniale con la costruzione di una propria casa. Se non ci fossero stati i primi arresti a giugno, a quest'ora probabilmente ci sarebbe già il cantiere aperto, si è perso un altro anno. Ora non è possibile che si perdano altri mesi preziosi».

Perché l'Italia si dimostra sempre meno ricettiva rispetto a investimenti come lo stadio della Roma?
«Ho visto un filmato relativo alla costruzione dello stadio del Tottenham: lo hanno fatto in tre anni, anche loro hanno avuto qualche problemino amministrativo, ma tra pochi giorni il Tottenham giocherà nel nuovo stadio. Da noi manca la cultura degli investimenti sportivi, manca la cultura delle infrastrutture. Poi c'è il problema di strutture amministrative troppo rigide: l'esperienza di Tangentopoli e quella di anni di misfatti legati alle opere pubbliche ha portato a un irrigidimento della macchina amministrativa, dirigenti e funzionari per tutelarsi prendono precauzioni a volte inutili e fanno allungare in maniera incredibile le procedure di approvazione delle opere pubbliche. Però esiste un sottobosco che nessun tipo di inchiesta è riuscita a spaventare, e alla fine si finisce proprio in quelle attività di corruzione dove non si voleva finire. Anche dall'opinione pubblica qualsiasi opera viene vista come un'ipotesi di reato, e gli effetti positivi di una determinata opera passano in secondo piano. Purtroppo siamo il paese della mazzetta e di conseguenza c'è sfiducia nell'attività pubblica. Questo blocca un paese e l'Italia è destinato ad impaludarsi piuttosto che a emergere».

Lo stadio della Roma è un prigioniero politico...
«Diciamo che nel nostro paese è normale per un'opera rilevante come lo stadio della Roma avere dei detrattori. Ma nel momento in cui tutti gli organi sono intervenuti e ci sono state tutte le autorizzazioni necessarie, le polemiche devono essere messe in secondo piano e vanno superate. Chi detiene il potere politico, anche se l'opinione pubblica è schierata contro, nel momento in cui gli organi tecnici dicono che l'opera si può fare, deve prendersi la responsabilità per farla. La politica  deve prendersi questa responsabilità. Ora bisogna iniziare a costruire».

Quanto tempo si dovrà attendere per costruire? 
«Penso che in tre mesi ce la si possa fare. Mi sembra un termine giusto, considerando variante e convenzione, per aprire il cantiere».

Secondo lei sarà così?
«Se io fossi la Roma, avendo ottenuto tutte le autorizzazioni per la realizzazione di un'opera da un miliardo che ancora non mi fanno costruire, comincerei a fare pressioni, convinto anche di avere il diritto dal punto di vista legale di chiedere che si inizi quanto prima. In caso contrario porrei a carico di chi rallenta ingiustamente l'apertura del cantiere il peso dei danni economici che subisco. E i danni che la Roma ha subito in questi anni sono enormi sia dal punto di vista propriamente economico sia da quello legato allo sviluppo dell'azienda calcistica a livello mondiale. Un club che vuole primeggiare non può permettersi di restare indietro per colpe altrui».

Noi nel nostro editoriale abbiamo suggerito che tutelarsi con una denuncia sarebbe il minimo...
«Avete fatto bene».