Terzo appuntamento de Il Romanista in vista delle prossime elezioni amministrative per il Comune di Roma. Dopo Virginia Raggi ed Enrico Michetti abbiamo incontrato il candidato del Partito Democratico Roberto Gualtieri. Romano, classe '66, è stato Ministro dell'Economia nel secondo Governo Conte. Anche a lui ci siamo rivolti, come fatto e come faremo con tutti i candidati, facendo le stesse domande con un solo interesse: quello di Roma e dei romani.

Partiamo dalla sua candidatura. L'unica partita da una consultazione con la base. Eppure, a un certo punto sembrava che sarebbe stato scavalcato da altri all'interno del partito. Quando è cominciata ad essere qualcosa di reale per lei questa corsa?
«Quando mi è stata chiesta la disponibilità a candidarmi ho riflettuto molto seriamente, perché fare il Sindaco di Roma è una missione di vita a cui dedicarsi anima e corpo, sette giorni su sette, senza mai fermarsi. Alla fine ho deciso di accettare perché ritengo inaccettabile lo stato di degrado in cui si trova la capitale del nostro Paese, e perché penso di poter aiutare Roma a vincere la sfida del rilancio e della buona amministrazione con un nuovo modello di sviluppo».

Parliamo ora della sua esperienza di governo. Dopo tanti anni al Parlamento europeo, lei si è messo in gioco in un momento difficile per l'economia del nostro paese. Questa esperienza potrà essere utile in caso venisse eletto?
«Assolutamente sì. Da ministro dell'Economia mi sono trovato ad affrontare la crisi mondiale più drammatica dal Dopoguerra ad oggi. Per fronteggiare la pandemia abbiamo dovuto prendere decisioni cruciali per attenuarne l'impatto: i ristori, i contributi a fondo perduto, le moratorie sui prestiti e sui mutui. Abbiamo scelto da subito di non lasciare indietro nessuno. E ora i dati economici dimostrano che eravamo e siamo nel giusto. In più abbiamo convinto l'Europa a varare il Recovery Plan che sarà fondamentale anche per la rinascita di Roma. Ecco, al Governo della Capitale voglio portare il metodo di lavoro che ho adottato al Ministero dell'Economia e prima ancora in Europa: non limitarsi a dare un indirizzo politico ma esaminare le questioni nel dettaglio sul piano tecnico e seguirne ogni passaggio. Solo così le decisioni si trasformano davvero in risultati concreti».

È questo quello che è mancato a Roma in questi anni? L'esperienza?
«Questa è una delle tante cose che sono mancate a Roma in questi anni, e la condizione della città lo testimonia. Invece Roma può e deve essere governata bene, può diventare come le altre grandi città che ho visto da vicino vivendo dieci anni in Europa: una grande capitale in cui, per riprendere un punto chiave del nostro programma, tutti i servizi devono diventare a portata di mano in tutti i quartieri; una città dei "quindici minuti" che riesce a diventare un modello di sostenibilità ed inclusione. È un lavoro difficile e complicato ma si può fare. Basta con la storia che Roma sia ingovernabile: deve esserci un sindaco capace ed autorevole in grado di guidarla. Con Alemanno e Raggi la città ha sprecato un decennio e lo si capisce bene vedendo quanto invece nello stesso periodo sia cresciuta Milano».

Il centro sinistra a queste elezioni si presenta diviso. Al di là della questione Cinque Stelle, che è decisamente un caso a parte. Teme la competizione con Carlo Calenda, che per molti potrebbe toglierle quei voti determinanti per la vittoria?

«Purtroppo, Calenda ha scelto in maniera incomprensibile di mettersi fuori dal centrosinistra, non ha voluto partecipare alle primarie e attacca ogni giorno la nostra coalizione. Io sono invece fiero del lavoro collettivo che ci contraddistingue: il nostro metodo è quello del "noi" e non quello dell'uomo solo al comando. Non temo affatto la competizione, al contrario, tutti i sondaggi mostrano che l'unica alternativa possibile alla destra e a Raggi è il centrosinistra unito. Sono convinto di arrivare al ballottaggio e sono fiducioso che al secondo turno gli elettori di Calenda e Cinque Stelle preferiranno la nostra proposta piuttosto che quella di Michetti, l'unico candidato che sfugge a tutti i confronti, capofila di una destra nostalgica che strizza l'occhio ai no vax e va a braccetto con la Lega anti romana».

Parliamo ora delle sue liste. C'è un candidato che per noi spicca più di altri, mi riferisco ovviamente al campione d'Italia Righetti. Ha voluto colorare la sua lista di giallorosso?
«Quello di Ubaldo Righetti, candidato nella lista del Partito Democratico, è stato un grande gesto d'amore per Roma in una sfida decisiva per il futuro della città. Righetti è una persona di grande umanità e serietà, in lui si percepisce una fortissima volontà di spendersi con gesti concreti nei confronti di una città che gli ha dato tanto. Siamo in piena sintonia sulla centralità da dare allo sport nel programma di governo».

Sappiamo che lei è romanista. Quanto, se possiamo chiederglielo?
«Sono parecchio romanista. E in pochi sanno che questa mia grande passione ne ha fatta nascere un'altra quella della musica e della chitarra. Mi sono innamorato della Bossa Nova grazie a Falcao e a quella atmosfera brasiliana che si respirava in città durante il periodo meraviglioso in cui ha vestito la maglia giallorossa. Negli ultimi anni, tra gli impegni in Europa e quelli al Governo, non sono riuscito a essere vicino alla squadra quanto in passato ma certo continuo a seguirla».

Ci vuole raccontare un aneddoto da tifoso?
«I ricordi più belli sono sicuramente legati alla stagione dell'ultimo scudetto. La seguimmo tutta in Tribuna Tevere laterale con alcuni amici e ricordo che spesso – a proposito di stadio – discutevamo sulla visuale non proprio eccezionale dell'Olimpico. La gioia dopo Roma-Parma è indimenticabile, così come i festeggiamenti per giorni in tutta la città, non smettevamo più di parlare dello scudetto: durante una cena in pizzeria con i soliti amici a un certo punto le nostre compagne ci presero a male parole proprio perché non ne potevano più di sentire solo il calcio come unico argomento…».

Ha toccato un tema per noi particolarmente caro. Lo stadio… Cosa ne pensa? Ha già avuto modo di parlare con la Roma?
«Lo stadio va fatto e lo faremo. Ma come ho già detto non è un metodo serio quello di fare "urbanistica elettorale", mettersi cioè indicare un'area piuttosto che un'altra senza i necessari lavori istruttori degli uffici. Ora invece abbiamo bisogno proprio di serietà, perché sullo stadio non si può più continuare a sbagliare come ha fatto la Raggi in tutti questi anni prendendo in giro i tifosi. Un progetto così rilevante merita di essere approfondito in tutti i suoi aspetti da chi governa la Capitale. Con la società ci siederemo dunque intorno al tavolo per un lavoro di istruttoria rigoroso e poi decideremo insieme. Lo Stadio della Roma deve diventare una grande opportunità per tutta la città. Lo stesso Presidente Mattarella recentemente ha sottolineato l'importanza del ruolo degli investitori privati per il rilancio del nostro Paese. È un tema fondamentale anche a Roma e considero quindi molto importante che un gruppo industriale solido come quello guidato dalla famiglia Friedkin abbia intenzione di investire nella Capitale».

Quanto conta lo sport per una città come Roma?
«Lo sport fa parte da sempre della storia millenaria della nostra straordinaria città, negli ultimi anni però a Roma è stato abbandonato. Non è stato fatto praticamente nulla per promuoverlo e per sostenere le realtà associative del settore. Noi garantiremo il diritto allo sport per tutti e vogliamo una città di impianti diffusi, creeremo 100 aree per l'atletica e lo sport di base in tutti i quartieri e daremo alla Capitale un impianto sportivo al chiuso per basket e volley. Aggiungo che sono ancora arrabbiato per l'ingiustificata rinuncia alle Olimpiadi da parte della Raggi: non deve più accadere che Roma getti al vento l'occasione irripetibile di ospitare l'evento sportivo più importante al mondo».

Cosa ci può dire di impianti storici della capitale come Campo Testaccio e il Flaminio?
«Campo Testaccio va recuperato per la sua storia, ricordo i racconti dei vecchi romanisti che hanno avuto la fortuna di frequentare i suoi spalti in legno giallorosso. Esiste un progetto della Regione Lazio e del Municipio per rispettarne la destinazione sportiva e pubblica, reinserendolo a pieno titolo nella vita del rione. Era già previsto il supporto finanziario, tutto sembrava indirizzato per il meglio quando il Comune ha improvvisamente bloccato tutto. Da quel momento non se ne è saputo più niente. Il recupero di un impianto che ha fatto la storia del calcio romano sarà invece al centro della nostra agenda per lo sport. Ne parleremo anche con la Roma che ha manifestato un primo informale interesse a fornire un contributo. Anche sul Flaminio si prova rabbia a vedere un impianto storico ridotto in condizioni così vergognose. Mi fa piacere che adesso ci sia questa rinnovata attenzione da parte della Lazio, ricordo che già 15 anni fa il sindaco Veltroni lo propose a Lotito. Anche qui ci vuole serietà, nella consapevolezza che l'impianto non può essere lasciato al degrado: ascolteremo la proposta della Lazio con grande rispetto e attenzione e decideremo la soluzione migliore per tutti».

Cosa si sente di promettere ai cittadini di Roma, e ai tifosi della Roma, in caso venisse eletto?
«Una città più pulita, più verde, più semplice da vivere, più a misura di donne e giovani. Una vera capitale europea che torni a crescere e a creare lavoro e ad essere degna del suo prestigio planetario. Mi sono candidato per questo e per questo lavorerò. Giorno e notte. Ai tifosi della Roma dico che nei primi cento giorni avvieremo un confronto con la società per esaminare tutte le possibili alternative: famo 'sto stadio. Ma stavolta facciamolo sul serio».