È finito con una pizza, promessa ma non ancora riscossa, l'incontro tra due che si erano lasciati di colpo, senza mai poter chiarire, più di 13 anni fa. Fine gennaio 2005, un piccolo albergo di Viareggio, più vicino ad un parchetto di pini dove fare stretching che al mare: la Primavera sta giocando la Coppa Carnevale, Alberto De Rossi aspetta che una macchina da Roma gli riporti Raffaele De Martino, il ragazzone con la faccia da bambino che Delneri ha lanciato in serie A e in Champions League a 18 anni. Quel giorno la prima squadra pensava fosse in Primavera, la Primavera pensava fosse coi grandi, lui invece era scappato a Bellinzona, senza dire niente a nessuno, per firmare per un club della serie B svizzera. Tredici anni dopo, con una fitta barba nera sul volto, De Martino ha ritrovato il suo vecchio allenatore, e con lui Bruno Conti, il dirigente Franco Cusano, e tanti altri dello staff di quando era un ragazzo di belle speranze. Le presenze con la Roma fanno parte del passato, come i due campionati di A con Treviso e Udinese, l'Under 21, gli infortuni, le delusioni e le polemiche. Perché De Martino non aveva la tecnica per diventare il nuovo Aquilani o il nuovo De Rossi, e fece quello che un bravo mediano deve saper fare, cogliere la palla al balzo. Si era affacciato in prima squadra minorenne con Capello, con Delneri era partito titolare direttamente in Champions, un Roma-Bayer Leverkusen con De Rossi squalificato, Dacourt e Perrotta indisponibili. A gennaio stava per finire l'emergenza: rischiava di tornare in Primavera, nonostante le 9 presenze coi grandi di quei mesi. Così, due giorni prima della chiusura del mercato ha fatto in modo di assicurarsi un posto in serie A con un'altra società, che non ha un vivaio all'altezza, e i giovani da portare in prima squadra li prende - pagandoli bene - in giro per l'Italia e per il mondo.

«C'erano stati dei disguidi con la Roma sul piano contrattuale, e io ho avuto un'offerta importante. E ho preso una decisione non facile, per un ragazzo di 18 anni».

C'era l'Udinese, dietro alla tua fuga. Anche se prima di arrivarci, sei stato sei mesi al Bellinzona, e un anno al Treviso.
«Esatto. Andando a Bellinzona potevo svincolarmi dalla Roma, sapendo che poi mi avrebbero ceduto all'Udinese. Che era la società che mi aveva contattato si dall'inizio, anche se prima di prendermi, mi hanno girato in prestito al Treviso, che all'epoca stava in serie A».

Ci avevi già giocato con la Roma, 5 presenze. E avevi anche debuttato in Champions. Ma a gennaio l'emergenza stava finendo: rischiavi di trovare meno spazio.
«Mah, non era solo quello. Sapevo di essere un giovane con delle prospettive, in una Roma che aveva tanti giocatori importanti, che sarebbero comunque rientrati. Però avevo la fiducia di Delneri, che stravedeva per me. Ma quando si parlò di contatto, capii che la società non credeva fino in fondo in un futuro insieme».

La Roma ti trattava come un ragazzino, l'Udinese come un giocatore adulto.
«Hai centrato il punto. A Roma stavo bene, non me ne sarei mai voluto andare. Ma l'Udinese ha dimostrato di credere in me, a Trigoria non sentivo tutta questa fiducia. E ho preso una strada diversa».

Capita spesso, che un giovane acquistato sia più considerato di uno cresciuto in casa.
«Ma a parte questo, non è facile per un ragazzo trovare spazio in una squadra piena di campioni. Quando arrivai in prima squadra io c'erano De Rossi, Dacourt, Perrotta, D'Agostino e Aquilani…».

Due campionati di A con Treviso e Udinese: la tua scelta aveva portato i frutti sperati.
«Stava andando tutto bene. Avrei fatto gli Europei Under 21 sotto età, con il gruppo degli '84. Ma poco prima, all'ultima di campionato, mi sono lussato la rotula con rottura del legamento alare. Crociati, cartilagine e capsule articolari. Tutto rotto».

Stagione 2007-08, zero presenze.
«Il mio secondo campionato all'Udinese. Dopo quello, avevo altri due anni di contratto. Mi dissero di andare a giocare, ma facendo la rescissione».

Comodo. Per loro…
«È una società che punta a far crescere i giovani, rivenderli e fare business. Quando non servi più, sei un macchinario che non funziona. Se non puoi essere rivenduto, non c'è più interesse. Anche perché ne hanno altri 200 dietro di te. Andare all'Udinese è un'arma a doppio taglio. Il mio procuratore di allora mi convinse ad accettare la rescissione del contratto. Mi disse che mi serviva un anno per tornare a giocare, e che poi avrei potuto scegliere. Anche perché ero ancora in età per fare l'Under 21, non più sotto età ma nel biennio. Avrei avuto mercato».

Non andò così.
«A 19-20 anni ti affidi a delle persone, e fai delle scelte. Mi erano state promesse delle cose che non sono state mantenute. Ho giocato una stagione con l'Avellino, in B, in una squadra che era retrocessa e fallita, e mi sono ritrovato senza squadra. Da lì è partito il mio declino, anche mentale. Marchisio è dell'86 come me, ci siamo sfidati tante volte: lui arrivava in Nazionale, e io andavo indietro. Nocerino, che era stato mio compagno nelle nazionali giovanili, andava al Milan, io all'Avellino, al suo posto. Dal punto di vista mentale, è stata dura. Vedevo gli altri andare avanti, e io non riuscivo a rialzarmi".

E hai mollato di testa.
«Mi è mancata la forza, ma anche l'aiuto di alcune persone, per tornare su. Potevo ritornare nell'Under 21 con il biennio ‘86-87. Casiraghi mi aveva detto che ero stato sfortunato e mi avrebbe richiamato, invece ha fatto altre scelte. Poteva essere una spinta per tornare in un contesto diverso».

Ma come ti è venuto in mente, di accettare la rescissione?
«Beh, una buonuscita me l'avevano data. Mi dicevano che da svincolato, dopo aver dimostrato di essere tornato in forma fisicamente, e aver ripreso il posto in Under 21, non avrei avuto problemi a trovare una buona sistemazione. Le cose sono andate diversamente».

A 32 anni, sei in serie D. Ma con 37 partite e 1 gol in serie A. Qualcosa avrai, da raccontare ai nipoti…
«Con i due campionati con Treviso e Udinese, ho capito che la mia scelta stava dando i frutti sperati. Avevo giocato anche due partite in Under 21. C'ero, quando hanno inaugurato Wembley, un 3-3 con Pazzini protagonista: giocai tutto il secondo tempo. E se non mi fossi fatto male, avrei giocato la fase finale dell'Europeo, con i ragazzi dell'84, ero già stato convocato. In quel momento la mia scelta aveva preso un senso».

La tua scelta di lasciare la Roma, in Champions, per andare a giocare tra boschi e le valli.
«A Bellinzona, l'inizio fu traumatico. Arrivai che c'era la neve, campi vuoti, e tribunette in legno. Ero abituato a giocare e allenarmi con i compagni della Roma, che quando potevano ti aiutavano, in tutto e per tutto. Arrivai in un calcio da cui non avevo nulla da imparare».

Avevi lasciato il calcio professionistico.
«Non erano dilettanti, erano semiprofessionisti. Ci allenavamo alle 7 di sera, perché tanti miei compagni di squadra lavoravano. C'era uno che faceva l'avvocato… Era tutto differente, il modo in cui vivevano il nostro sport. Se avevamo cinque ore di viaggio per giocare una partita, partivamo sette ore prima, scendevamo dal pullman e giocavamo. E magari alcuni compagni si mangiavano il panino coi crauti poco prima della partita. Un altro mondo. Ma va detto che ho vissuto il calcio in maniera più spensierata e tranquilla».

Milano era a due passi da Canton Ticino, ma tu eri troppo giovane per andarci.
«Lugano o Bellinzona, basta. Stavo lì con i ragazzi, non avevo neppure la macchina all'epoca. Anche se poi alla fine in Svizzera non ci sono stato tanto. Stavo sempre in nazionale, ho fatto anche il Mondiale Under 20 in quel periodo. Alla fine a Bellinzona ci sarò stato 2-3 mesi».

Arrivandoci a due giorni dalla chiusura del mercato di gennaio.
«Già… era un'occasione da prendere al volo. Ho dovuto decidere in fretta».

Sono passati tanti anni: ora ce lo puoi raccontare, quel giorno.
«Mi ero messo d'accordo con il mio procuratore, e mi ha portato via. Ne parlavo anche con Alberto De Rossi, poco fa. Ero in prima squadra per la partita di Coppa Italia con la Fiorentina, il giorno dopo avrei dovuto giocare una gara del Viareggio, che quell'anno era cominciato a gennaio, invece che a febbraio. Non ci andai: avevo una macchina che mi aspettava per portarmi a Bellinzona».

Che vi siete detti, con Alberto De Rossi e Bruno Conti?
«Abbiamo parlato di quell'episodio, ovviamente, quando nessuno sapeva dove ero. Ci abbiamo scherzato, dopo tanti anni: è stato bello rivedere loro, e un ambiente familiare, in cui ho tanti bei ricordi. Ci siamo ripromessi di rivederci per una pizza: sono due persone che sono state fondamentali per la mia crescita».