Da tre partite i problemi fisici di Mirante e Pau Lopez hanno portato in prima squadra il 18enne Matteo Cardinali, riconsegnando la porta della Primavera ad Emanuele Zamarion, fuoriquota classe 2000, che aveva trovato ampio spazio la scorsa stagione, quando il collega si era dovuto operare alla spalla.

«Fin da piccolo ero attratto da quel ruolo - ha raccontato ieri a Roma Next Generation, l'approfondimento giovanile di Roma Tv - anche mio padre aveva giocato e fatto il portiere, ma non c'è stata nessuna influenza, è stata una cosa naturale e istintiva. E mi sono trovato subito molto bene. Ho iniziato a giocare relativamente tardi, avevo 7 anni, ho fatto un anno solo e mi ha subito preso la Roma, che arrivò in contemporanea con la chiamata della Lazio. Ma io ho fatto il provino con la Roma, e degli altri non ho più saputo nulla. Era il 22 maggio del 2010, lo ricordo benissimo: da allora sono praticamente dieci anni che gioco qui alla Roma. E in questi dieci anni sono completamente cambiato, ovviamente, grazie a tutto il lavoro che c'è dietro. A livello umano non è stato facile, ho incontrato tante difficoltà, ma di quelle che ti formano, sia come persona che come giocatore».

La scalata silenziosa

Per molti anni Zamarion è stato il terzo portiere del gruppo dei 2000 - nel 2015, quando poteva fare il secondo, venne scavalcato da Adorni, preso a parametro zero dal fallimento del Parma - ma ha continuato a lavorare in silenzio. Ha aspettato che Adorni tornasse a Parma, due anni dopo, ha scavalcato nelle gerarchie Pagliarini, più alto e considerato quando erano bambini, e quando c'è stato bisogno di lui ha giocato molto bene. E poi è tornato in panchina, senza fare un fiato.

«Sono sicuramente un tipo introverso e silenzioso - continua - penso sempre prima di parlare. Ma in campo è diverso, lì sento il bisogno di aiutare i compagni, di sentirmi parte di qualcosa. Tra i compagni quello a cui sono più legato è Trasciani, che era arrivato alla Roma un anno prima di me. E con lui D'Orazio e Sdaigui, con cui gioco da quando eravamo nei Giovanissimi. Mi auguro che il nostro rapporto possa continuare anche fuori dal campo, anche quando non saremo più tutti alla Roma».

Poi le domande sul ruolo. «La prima caratteristica che deve avere è la personalità: è un ruolo in cui non è permesso sbagliare. Ci sono tanti dibattiti, un tempo si diceva che il portiere dovesse essere un pazzo, per me non è vero: dev'essere quello con più equilibrio in campo. L'aspetto mentale è quello che fa la differenza, lui in campo è solo: è l'unico che quando si gira, dietro vede solamente la rete. E la personalità conta al 90% per quello che fa in gara».

E quello che fa in gara, dipende molto dagli allenamenti: i portieri della Roma Primavera lavorano con un preparatore apprezzatissimo come Marco Savorani, decisivo nella stupefacente crescita avuta, nel biennio a Roma, dal brasiliano Alisson. «I suoi allenamenti sono molto duri, e molto lunghi, lui cura moltissimo l'aspetto tecnico. Un portiere che arriva in prima squadra ha già dei fondamentali importanti, e lui lavora molto sul dettaglio. Ed è un lavoro che sta riuscendo molto bene: mi sento un portiere più preciso, che ha meno possibilità di sbagliare. L'esempio è Alisson, che per me è il più forte del mondo: la sua caratteristica più importante è che è un portiere pulito, che riesce a far sembrare semplice tutto quello che fa. Non è più alla Roma, ma il lavoro che ha fatto qui se lo è portato dietro. La mia parata più bella? Lo scorso anno, a Bergamo, su un tiro a mezza altezza di Piccoli. Ma quello è stato il mio esordio, per cui l'intera partita (contro la squadra che poi vincerà scudetto, ndr) è quella a cui sono più affezionato. Il mio sogno è vivere una grande notte di Champions, anche perché significherebbe giocare in una grande squadra. E se arrivasse, dovrei dedicare tutto ai miei genitori: mia madre mi porta agli allenamenti da quando ero piccolo, rimanendo anche 3-4 ore fuori al freddo, per aspettarmi. Mio padre, anche per impegni lavorativi, era presente in modo diverso: lui è un tipo molto razionale, uno che dice sempre la cosa giusta al momento giusto. E nei momenti difficili c'è sempre stato».

Pur avendo una carriera da portare avanti, anche lui: Fabio Zamarion ha iniziato a frequentare i set cinematografici con Bertolucci e Marco Risi, ora è un apprezzatissimo direttore della fotografia, che ha lavorato con Ozkpetek, la Archibugi, e Giuseppe Tornatore (con cui nel 2006 ha vinto un David di Donatello per "La sconosciuta").