Poteva vincere lo scudetto al primo tentativo Fabrizio Piccareta, 53enne tecnico genovese a cui la Roma, un anno fa, ha affidato la panchina dell'Under 17, riportandolo in Italia dopo una carriera che lo aveva portato in Inghilterra, Portogallo e Finlandia, dove aveva vinto la Coppa nazionale, battendo l'Hjk Helsinki con l'Inter Turku. L'Inter vera e propria - da cui peraltro il club finlandese che gli aveva affidato la prima squadra prende il nome - gli ha impedito di concludere nel modo migliore la sua prima stagione a Trigoria.

Tarantino gli ha affidato il gruppo dei 2002, che aveva concluso lo scorso anno perdendo 2-1 la semifinale scudetto Under 16 contro i nerazzurri: un anno dopo stesso avversario, un gol subito in più, ma era una finale, non una semifinale. E pensare che giovedì sera, dopo un primo tempo tutto di marca nerazzurra, la sua squadra ha avuto prima la palla dell'1-1 - che Ciervo ha calciato senza angolare, colpendo Stankovic jr in uscita, e poi il rigore che poteva valere il 2-3 poco prima dell'inizio di un lungo recupero. Niente da fare: dopo due semifinali raggiunte ma non superate con Under 15 e Under 16 i 2002 perdono l'occasione di vincere lo scudetto con l'Under 17.

«Alla fortuna e alla sfortuna credo poco - commenta Piccareta - credo semmai al fatto che abbiamo concesso troppo campo nel primo tempo. Abbiamo affrontato la partita con troppa paura, che non è tipico di questa squadra. La cosa è parzialmente giustificabile perché questa squadra era alla sua prima finale (mentre l'Inter era alla terza in tre categorie: persa con la Juventus nell'Under 15, vinta, sempre coi bianconeri, un anno fa, ndr), e giocava contro una squadra fortissima. Forse potevamo sfruttare di più qualche occasione, abbiamo preso la traversa e sbagliato un rigore, ma alla fine ha vinto la squadra che ha meritato di più. Detto questo, faccio comunque i complimenti ai miei ragazzi per la stagione che hanno disputato».

L'Inter ha dominato nel primo tempo. Ma dopo l'intervallo, tra sostituzioni e cambi di posizione, si è vista un'altra Roma.
«A volte si cambiano le posizioni in campo non solo per motivi tattici, ma solo per cambiare l'inerzia di una gara. Per rompere uno schema negativo che può essersi creato nella testa dei giocatori: un paio di cambi, qualche spostamento di posizione, può cambiare questa dinamica psicologica. Poi, sul piano tattico, Cancellieri a destra è ormai conosciuto, e veniva raddoppiato continuamente. A sinistra, col piede forte, ha fatto di più. Così abbiamo potuto mettere anche Ciervo a destra, sul piede suo, e sono arrivate le occasioni migliori».

Anche Zalewski è sembrato rinascere una volta passato da esterno d'attacco a mezzala.
«Zalewski ha talmente tanta qualità che può giocare dove vuole. Anche se in questa partita si è fatto prendere dall'ansia e ha commesso qualche errore di troppo. Ma nel secondo tempo ha mostrato le sue qualità che sono evidenti. Ma sono tanti i ragazzi che sono cresciuti quest'anno, come individualità. E come gruppo ha continuato un percorso di crescita iniziato ben prima del mio arrivo».

Sono tanti quelli che possono ricoprire più ruoli.
«Fa parte della mia idea di calcio, e poi giocare in più ruoli si sposa molto con la filosofia della società. I giocatori, nel calcio moderno, soprattutto dalla metà campo in su, devono sapere cosa fare in diverse zone del campo: è un aspetto importante per la loro crescita».

Cosa è successo sul rigore parato a Cancellieri?
«Urlavo dalla panchina di non farlo calciare a lui. Ma tra il pathos del momento, e la confusione, Matteo non ha voluto sentire ragioni (anche il camerunese Tueto Fotso, da poco in campo, voleva calciare, ndr) e ha messo la palla sul dischetto. Io sostengo che nel calcio c'è una regola non scritta: chi ha procurato un rigore, non dovrebbe mai calciarlo. È come se, psicologicamente, già sapesso di aver già regalato un vantaggio alla sua squadra: il cerchio si deve chiudere facendo calciare a qualcun altro. E purtroppo questa regola non scritta si è rivelata esatta: se avessimo segnato il 2-3 su rigore, con tutto quel recupero ancora da giocare, avremmo potuto sfruttare il vantaggio psicologico di aver riaperto una partita che sembrava chiusa».

Come è andata la sua prima stagione alla Roma?
«Ho avuto la fortuna di allenare un gruppo di ragazzi straordinari: educati, rispettosi, dediti al lavoro. E questo è merito dei genitori, che li hanno educati così. E poi, secondariamente, sono ragazzi di grandi qualità calcistiche, per cui è stato facile per me trasferire le mie esperienze, e vedere durante la settimana come recepivano questi aspetti. È stato un piacere allenare questi ragazzi, mi dispiace solo che questo anno si sia concluso con una sconfitta: vederli piangere fa male».

Dove la troveremo il prossimo anno?
«Vedremo: devo ancora parlare con la società. Di certo non adesso, che c'è ancora troppa amarezza. Nei prossimi giorni parleremo, e valuteremo il mio futuro. Che mi auguro possa essere alla Roma: mi sono trovato molto bene».

L'anno prossimo la Roma potrebbe fare l'Under 18.
«Se sarà così, vedremo. Di sicuro sarà un campionato molto formativo: andremo ad affrontare ogni partita squadre di alto livello. Con tutto il rispetto per le squadre che abbiamo affrontato nel nostro campionato. Vincere 14-0 è divertente, ma poco formativo: lo è molto di più perdere una finale come questa».