Che Steven Nzonzi non facesse della velocità la sua dote principale era risaputo anche prima che sbarcasse a Roma. In campo il francese fa delle geometrie essenziali e della capacità di interrompere le azioni avversarie (soprattutto grazie alle sue lunghissime leve) le sue armi principali. Messe in mostra nel calcio spagnolo più che in quello inglese, troppo più dinamico rispetto ai ritmi di Steven. E proprio l'andamento lento del suo gioco è l'aspetto che lo mette maggiormente in difficoltà nel suo approccio al campionato italiano.

Dove inizia neanche male, debuttando nel secondo tempo della seconda gara. Quella casalinga contro l'Atalanta, nella quale la Roma chiude la prima parte del match letteralmente tramortita. Quando Nzonzi scende per la prima volta sul prato dell'Olimpico, mette dentro il match tutta la sua personalità da fresco campione del mondo. Il risultato si raddrizza solo parzialmente, la squadra mostra le prime crepe che purtroppo la accompagneranno per tutta la stagione, ma il neo-acquisto sembra promettere bene. Nonostante gli evidenti scogli che accompagnano la sua nuova avventura. Il centrocampista è reduce da una singolare estate: prima la sbornia della vittoria iridata; poi la lunga trattativa fra il Siviglia e Monchi; infine le vacanze post-Mondiale che gli fanno ritardare la preparazione rispetto ai compagni.

Nel turno successivo - al Meazza contro il Milan - parte per la prima volta titolare. La Roma soffre oltre il lecito e va sotto, anche per un modulo che non manda a memoria, ma agguanta il pareggio e quando non manca molto alla fine proprio Nzonzi diventa protagonista. Prima segna la rete che varrebbe la vittoria in rimonta, ma l'azione è viziata da fallo e viene annullata. Poi il vento gira e in pieno recupero sbaglia un disimpegno elementare regalando palla ai rossoneri in zona pericolosa: da lì nasce il gol che ci condanna. Si manifestano i primi scetticismi, che prendono forma nelle partite successive, quando la squadra sembra essere risucchiata da una spirale senza uscita.

Il miniciclo che inizia con le larghe vittorie nei due derby contro le altre squadre della regione, attraversa la sosta delle nazionali e si conclude già a Empoli, porta in calce la firma di Steven. È lui a sbloccare la sfida del Castellani, siglando il primo (e unico) gol in A. Ma subito dopo la Roma singhiozza ancora e lui non riesce a evitarlo. Dal Frosinone in poi però inanella una serie di 14 presenze consecutive, in cui salta soltanto dieci minuti (quelli finali nella tana juventina). Il francese è diventato un inamovibile. Nel girone di ritorno gli vengono risparmiati il derby e gli impegni contro Torino e Sampdoria per scelta tecnica. Salta il Milan e l'Udinese all'Olimpico rispettivamente per squalifica e infortunio, ma per il resto dqal campo non esce mai.

E se si eccettuano le due gare citate da subentrato e da sostituito, è uno dei pochissimi a disputare sempre tutti i novanta minuti. Con Di Francesco come con Ranieri. Che evidentemente devono nutrire una percezione differente del calciatore, rispetto a pubblico e critica, meno inclini ad acclamarlo. Anche se il suo frequentissimo utilizzo è dovuto essenzialmente a ragioni legate a De Rossi. A inizio stagione veniva indicato come la controfigura, perfino come il giocatore "di nome" a cui il Capitano avrebbe dovuto far posto. Ma nelle prime giornate la cerniera davanti alla difesa è formata proprio dai due. Poi con l'infortunio del 16 diventa imprescindibile. Ma è solo nel finale che sembra recuperare lo smalto di Siviglia. Troppo tardi.