Girava per le tribune del Tre Fontane senza stampelle sabato Zakaria Sdaigui, mentre i compagni eliminavano la Juventus dalla fase finale del campionato Primavera. Il suo è finito all'ultimo minuto di Roma-Genoa: la sua squadra già vinceva 4-2, e lui, entrato a metà ripresa, è andato con decisione a contrastare, a centrocampo, un avversario che ha messo la gamba tesa, fratturandogli tibia e perone. «Ho tolto le stampelle da pochi giorni - ha dichiarato a Next Generation, l'approfondimento sulle giovanili di Roma Tv - prima una e poi due: è stato un piccolo step del mio recupero. Le prime settimane ero sotto shock: non avevo accettato il mio infortunio, facevo fatica persino a mangiare. Non so se mi facesse più male dentro o fuori, più fisicamente o mentalmente: mi svegliavo la notte sperando che non fosse vero, che fosse solo un incubo».

E invece l'incubo è stata la sua stagione: lo scorso, il primo in Primavera, aveva fatto vedere tutte le doti che avevano convinto la Roma a portarlo a Trigoria nel 2014, approfittando del fallimento del Siena, dove era cresciuto. Giovanissimi, Allievi Regionali, sei mesi di Under 17 con la Roma e gli altri sei in prestito al Bologna, e un primo anno molto promettente agli ordini di Alberto De Rossi, con 22 presenze e 6 gol: terzo marcatore della squadra, dietro Riccardi e Celar, pur giocando mezzala sinistra, sfruttando le leve lunghe e la capacità di inserimento. Questo sarebbe dovuto essere l'anno della conferma, con possibilità, tutt'altro che remota, di affacciarsi anche in prima squadra, ma a luglio, pochi giorni prima del ritiro, si è rotto il legamento crociato. È rientrato a gennaio, e si è fatto male di nuovo il 30 marzo. «Due infortuni così gravi che se sei sfortunato li hai in tutta la carriera: io li ho subiti nella stessa stagione. Forse, chissà, sarei potuto entrare con meno decisione su quel pallone: la partita ormai l'avevamo portata a casa, mancavano solamente trenta secondi. Ma io sono fatto così, gioco in questo modo. E poi sono molto credente. Credo nei piani di Dio: se mi è successo questo, vuol dire che servirà per farmi succedere qualcosa di meglio nel futuro».

Andata e ritorno

Anche il passaggio al Bologna poteva essere un addio - le due società sono in ottimi rapporti, non sarebbe stato certo un problema trasformare il prestito in cessione a titolo definitivo - e invece ha restituito al club giallorosso un giocatore maturato. «Quando andai via, non mi stavo trovando più bene. Sono andato al Bologna, e sono cresciuto tanto. E soprattutto, ho capito che qui alla Roma abbiamo a disposizione talmente tanto... Allontanandomi, ho capito quello che stavo perdendo». A Trigoria è conosciuto anche per il carattere forte. «È vero, ho un po' il sangue caldo. Saranno le origini marocchine: entrambi i miei genitori vengono da lì, sono nati a Casablanca. Io però sono nato a Firenze. E se mi chiedessero per quale nazionale vorrei giocare, mi metterebbero in difficoltà (anche se qualche apparizione con l'Italia, a livello di under 16 e under 17 l'ha fatta, ndr). Perché sarei orgoglioso di rappresentare entrambi i paesi: davvero, non so cosa sceglierei. Del resto io sono cresciuto a Firenze, e il passaggio a Roma è stato tosto. Appena arrivato a Roma ho dovuto abituarmi a questo vostro scherzare sempre. All'inizio me la prendevo, poi ho capito che era il vostro modo di fare, e ho iniziato a scherzare anche io. Adesso quando vado a Firenze mi dicono che parlo romano. E qui invece mi dicono che parlo fiorentino. Venivo da Siena, un posto tranquillo, stavo in centro, qui a Trigoria siamo in campagna. E non è stato facile, all'inizio, abituarsi a vivere in convitto. Dove sto ancora, del resto. D'Orazio è il compagno con cui sto da più tempo: quando iniziamo a parlare non ci fermiamo più. È un rapporto che ormai coinvolge anche le famiglie: i suoi genitori ormai è come fossero dei miei zii».

Ci resterà anche l'anno prossimo, nel pensionato: i classe 2000 come lui andranno a giocare, lui rimarrà a fare il fuoriquota. «La società mi ha già accennato alla possibilità di rimanere: se non mi fossi fatto male magari sarei potuto andare in prestito. Ma non è un problema: basta vedere Florenzi che ha fatto il fuoriquota (in realtà quell'anno il regolamento era diverso, e il ciclo della Primavera era triennale invece che biennale, ma il terzo anno lo fecero solamente lui e il romeno Mladen, ndr), ha fatto una grande stagione, vinto lo scudetto, è andato a Crotone e ha trovato subito spazio, tornando dopo un anno alla Roma. Io comunque per metà luglio dovrei farcela a essere a disposizione. In tempo per cominciare il ritiro». Nell'intervista non se ne è parlato, ma - a meno che la Roma non decida di confermare anche Trasciani o Zamarion, pure loro classe 2000 - il prossimo anno avrà pure la fascia di capitano.