«Io non sono assolutamente d'accordo con quello che sostiene Catherine Deneuve. La protesta "Me Too" è venuta fuori perché i protagonisti sono persone che approfittano del loro potere, potere cinematografico, potere editoriale, per ricattare…». La scrittrice Dacia Maraini, raggiunta al telefono, accetta subito di commentare quelle frasi controcanto della lettera aperta firmata da cento donne tra cui la Denevue, "Difendiamo la libertà di importunarci, tentare di sedurre non è reato...", pubblicata su Le Monde dopo l'ondata di sdegno seguita agli scandali a catena innescati dal caso Weinstein. Il produttore hollywoodiano Weinstein, accusato di violenze da alcune protagoniste di suoi film, è diventato il primo di una lista di uomini di potere nel campo del cinema e della moda che si sono ritrovati accusati pubblicamente da attrici e modelle.  Un fenomeno che secondo la Deneuve rischia di diventare una «caccia alle streghe» e su questo Dacia Maraini non è affatto d'accordo. «In quella lettera aperta c'è tanta confusione. Nessuno dice che non bisogna amoreggiare o corteggiare. Quello che è stato detto è  che queste donne sono state molestate, quasi sempre per puro ricatto. Cioè se vieni a letto con me e se ti fai palpeggiare avrai questo posto, avrai questa parte. E infatti la cosa è venuta fuori dal cinema perché lì ci stanno dei produttori molto ricchi che fanno regolarmente questi ricatti. La cosa a cui le donne si sono rivoltate sono i ricatti. Poi, c'è anche la molestia gratuita. Quella sottende un'idea sprezzante della donna, se uno ti mette una mano sul sedere e tu non l'hai voluto quello non è corteggiamento, quella è una manomissione, è un arbitrio. Quindi l'amoreggiamento, il corteggiamento deve essere reciproco e nel rispetto della persona».

Faccio l'avvocato del diavolo. Tu mi parli di ricatto, Ma queste donne hanno ceduto per fare carriera e lavorare in un contesto che comunque è privato, voglio dire non parliamo di funzionari pubblici che abusano del loro potere per assegnare incarichi pubblici. Lì c'è un reato e pure certamente un ricatto perché una donna che ha vinto un concorso, o una studentessa, non può fronteggiare il potere di un pubblico ufficiale che ha strumenti in mano che tolgono alla donna la libertà di dire di no. Qui invece parliamo di cedere per avere la parte in un film...

«Ma anche qui c'è il ricatto. Il ricatto può essere più o meno esplicito. Se uno ha il potere di dare lavoro, quello è un ricatto. Certo, l'aspirante attrice può dire di no. Ma nel ricatto è sempre colpevole la persona che lo fa perché l'altra persona è messa in una condizione di inferiorità e magari è costretta a sottostare al ricatto per sopravvivere, perché se perde il lavoro perde tutto… Certo si può essere eroici e dire no però vuol dire che chi lo fa ha altre cose, ha suoi denari, ma se è una persona che dipende solo da quel lavoro e magari ha da mantenere altre persone, spesso il ricatto funziona. E infatti non lo farebbero se nella maggior parte delle volte non funzionasse. Poi ci sono gli abusi… è chiaro che ci sono anche le furbette che approfittano della situazione. Questo c'è, ma in tutti i campi c'è questo. Non è tuttavia una buona ragione per condannare la maggior parte delle donne che subiscono questi ricatti».

Questo scandalo non è forse un grido disperato delle donne che non sono riuscite a difendere se stesse?

«Qui c'è un sistema. Questo è stato un sistema, che vuol dire che è stato considerato legittimo: dall'opinione pubblica, dalla gente, dalla legge che chiude un occhio o che non guarda. E in un sistema una persona da sola non ce la fa. E infatti queste donne hanno tutte subìto. Adesso parlano perché hanno capito che si è rotto il sistema».

Ecco, come si è rotto il sistema secondo te?

«Si è rotto il sistema perché qualcuno ha ecceduto. Quel Weinstein ha ecceduto. È diventato un serial aggressore sessuale e a un certo punto qualcuno ha parlato. E lì è venuta fuori la cosa. Perché prima lo facevano tutti però in clandestinità. Venendo fuori allora la gente dice: "Eh, ma questo è un abuso". Il sistema è basato sulla complicità, sul silenzio. Il sistema ha una sua forza, ha una forza enorme, di solidarietà anche, tra coloro che usano questo sistema che considerano un diritto. Cioè: "Io ho il diritto perché sono padrone, perché ti do i soldi e io allora ho il diritto di palpeggiare,di molestare e di andare a letto con le donne che io decido"».

Siamo ancora lontani dall'avere nella società un riconoscimento profondo della dignità della donna?

«Su questo non c'è dubbio. Ma il fatto che si sia aperto uno squarcio in questo muro vuol dire che la gente sarà un po' più attenta perché adesso i molestatori sanno che possono essere incriminati e invece prima c'era l'impunità totale. Se uno sa che tanto c'è l'impunità totale fa quello che vuole fare, non pensa alla mortificazione, all'umiliazione che provoca nella donna perché queste violenze sono basate proprio sull'umiliazione».

In cosa si esplicita l'umiliazione?

«Nel farti sentire una nullità, una persona inferiore, una persona che ha tutte le colpe e infatti le donne si sentono in colpa e questa è una strategia dei molestatori. Ma il colpevole è il molestatore. La donna, certo, dipende… c'è anche chi se ne approfitta, le furbette ci sono ma sono poche…, ma la maggior parte delle persone sono in condizioni di ricattabilità. I ragazzini che prima denunciavano i preti venivano trattati male, venivano interdetti. E non si può chiedere alle persone di essere eroiche. C'è l'eroismo, ma non si può chiedere a una povera ragazzina di 15 anni, di 16 anni di essere eroica, lei terrorizzata vede che c'è tutto un sistema che funziona sull'omertà maschile e accetta perché pensa che non possa fare nient'altro».

Si può fare qualcosa per abbattere il sistema con la legge?

«Bisognerebbe cambiare la legge. La molestia del produttore non è uno stupro ma è un ricatto, la legge sui ricatti dovrebbe essere più severa e più capillare, andare a fondo e vedere che in queste situazioni c'è un vero e proprio ricatto. Dobbiamo rompere un sistema di abusi del potere».