Il ragazzo s'informa parlando nell'auricolare hi-tech: «Finisci co' Fedez e vai al Toy Roof?». Mi fa segno di attendere: non è ancora il tempo delle domande. Dopo parecchi minuti chiude la conversazione, ma non prima di aver consigliato all'interlocutore "un buon ristorantino di pesce", dove portare presumibilmente proprio Fedez. Quello che è chiaro è che qui si lavora coi vip. Attacca il telefono e si accende una sigaretta (siamo al chiuso), mentre racconta che, per fine dicembre, il locale farà la sua grande apertura. Si tratta del "Toy Room", discoteca a più piani che sorge proprio affianco al Ministero dello sviluppo economico. Il brand è presente a Londra, Dubai, Mykonos, Istanbul, San Paolo. I clienti-tipo? DiCaprio, Lindsay Lohan e Rihanna. Di speciale avrebbe, secondo il ragazzo, una mascotte vestita da orso («È divertente!", sostiene») e musica hip hop. Facendo una ricerca, però, si scopre qualcosa in più sulle peculiarità del locale: il "Toy Room" aprì a Roma in pompa magna a novembre del 2016. Cosa ne è stato di quella "Dolce Vita 2.0" che "Roma Today" annunciava con entusiasmo sul suo sito? Non è durata molto, pare. La discoteca, infatti, è stata sequestrata a maggio 2017 nell'ambito di un enorme blitz della Finanza che coinvolse, nell'ordine: ristoranti, bar, un ipermercato, un'autorimessa, case, auto, beni aziendali, partecipazioni societarie e disponibilità bancarie. Il tutto, per un valore di circa 30 milioni di euro. Il proprietario, Aldo Berti, 68 anni, era il re di via Veneto, dove possedeva la discoteca appena aperta, il vicino "Frankie's Grill" e il "Cafè Veneto". Ora che la "Stanza dei giocattoli" ("Toy Room") più danzereccia del mondo ci sta riprovando con Roma, sembra lecito domandare chi sia il nuovo proprietario. Soprattutto considerati i precedenti. La risposta del ragazzo però è sibillina: «Siamo una società». Che società? «Una nuova». Se si prova a insistere fa un gesto con la mano e ridacchia imbarazzato: «No, non vogliamo far sapere nomi, cose…». E si rifiuta di rispondere. Inutile insistere.

Continuando lungo via Veneto, l'atteggiamento di cortese ritrosia a parlare sembra diffuso qui più che altrove. Non basta rivolgersi gentilmente agli uomini in divisa, di fronte agli alberghi di lusso: appena l'addetto all'accoglienza del "Westin Excelsior", ad esempio, scopre che lavoro per un quotidiano, e le domande non sono per curiosità personale, cambia tono, agita le mani guantate ed esclama: «Ah no, grazie, mo' stiamo un attimo impicciati». Lo ripete, «No grazie», come se si trovasse di fronte a un venditore di calze o accendini particolarmente insistente. Qualcuno che se la sente di parlare però c'è. Un ragazzo che lavora come cameriere in uno dei ristoranti della via è particolarmente deluso: «Di via Veneto è rimasto il nome. Qua è tutto commerciale, e questo approccio attrae solo i turisti. Infatti i romani non ci vengono. È tutto basato sull'apparenza: nelle cucine assumono esclusivamente bengalesi, perché sono più innocui, gentili per cultura, e li sfruttano. Molti ristoranti, qua lo sanno tutti, sono nati da soldi riciclati: ecco perché in tanti chiudono a più riprese per "problemi tecnici"». Dunque, via Veneto sarebbe solo una reliquia di quello che fu. Dalla parte più vicina a piazza Barberini, effettivamente, i locali sono quanto di più lontano dalla mondanità riportata da film e documentari suglianni Cinquanta e Sessanta.

Hard Rock

C'è "l'Hard rock cafè", che di "hard rock" non ha più molto, ma è pur sempre frequentato dai giovani americani di passaggio. Alla musica rock e a quel mondo i proprietari iniziali del marchio, Isaac Tigrett e Peter Morton che, ventiquattrenni, fondarono a Londra nel 1971 e oggi presente in 60 paesi al mondo, avevano pensato come segno distintivo del loro ristorante: quasi tutti i divi del rock hanno suonato e regalato loro cimeli da esporre. A Roma poi il lancio fu in "pompa magna" e il locale era inizialmente su via del Tritone quasi all'angolo con piazza Barberini. Poi si spostò a via Veneto, cuore del turismo americano.

C'è poco distante il suo alterego made in Italy. Anzi, in "Eataly", dato che "l'Hamburgheria" appartiene all'impero di Oscar Farinetti. Di "Baldestein", sulla cui insegna si legge "Il culto della bellezza dal 1983" . Ha aperto solo quest'estate ma il fondatore, l'hair stylist Giancarlo Baldestein, lavora da 30 anni. Il negozio vuole essere un percorso al limite dell'esoterismo: "Tappa dell'Accoglienza, Diagnosi, Back Bar, Area Tecnica, Area Shopping e Commiato". Ricorda il luogo in cui, nel film "Come tu mi vuoi", la protagonista (Cristiana Capotondi) subiva la metamorfosi da bruco a farfalla sotto mani sapienti. A due passi sorge il "Suggestum cafè", dove l'aperitivo costa solo 5 euro. Questo è il lato della via che è cambiato di più, "democratizzandosi" nei prezzi e nei gusti. Se si risale la strada verso Porta Pinciana, lasciandosi alle spalle i vari hotel superlusso, i negozi per bambini che vestono smoking D&G (da vetrina), e quelli che vendono guanti (se non qui dove?), si arriva a quello che dovrebbe essere il baluardo della dolce vita: "l'Harry's bar", che lega il suo nome (a Venezia in verità più che nel resto del mondo) ad Ernest Hemingway e alle sue straordinarie bevute. Atmosfera ovattata, musica leggera. Peccato che quel tè da 8 euro si riveli la classica bustina "Lipton", per di più in una teiera striminzita. Ma qua si paga il nome. La storia. La cortesia. Una cortesia quasi macchiettistica: si viene accolti nel locale con gran sorrisi, in verità un po' tirati. E quando cade la posata a una signora asiatica, la cameriera accorre trafelata dall'altra parte del locale, pronta a rassicurare la cliente, di certo preoccupatissima, con vari "Don't worry, don't worry!".

Domandando al suo collega, che lavora qui dal '97, si scopre che il problema della via sono gli alberi che coprono le luci al led con le fronde poco curate. Ma come: non i ristoranti che aprono e chiudono? Non il giro di prostituzione a cielo aperto? Nel frattempo le api di casa Barberini continuano a bagnare le ali nella fontana del Bernini. Quelle api parlano di miele, di ricchezza, da sempre. In effetti, la ricchezza è una costante nella strada che si snoda da piazza Barberini a porta Pinciana. Tutto qui parla di vittoria; perfino il nome: Vittorio Veneto, Italia contro Impero austro-ungarico, 1918. A quasi un secolo da quella data, via Veneto continua a parlare di una vittoria? Quelle api continuano a celebrare il loro miele, o il loro è un cupo ronzio a lutto? E perché nessuno fa nulla per ridare un minimo di dignità alla via? Inchieste giudiziarie a parte s'intende.