Anche quest'anno il riparto del fondo di solidarietà comunale, i cui esiti sono stati diffusi dal ministero dell'Interno sul portale della finanza locale, sembra scontentare in parecchi.  Dando un'occhiata a casa nostra non si può certo essere soddisfatti. Roma è doppiamente penalizzata: nel 2018, infatti, riceverà 6 milioni in meno dell'anno in corso, mentre senza i correttivi introdotti di recente avrebbe potuto riceverne circa 3,5 in più. Stiamo parlando di un aspetto importante del federalismo municipale che ha preso forma tra il 2009 e il 2011 con una legge delega e un decreto legislativo. La determinazione della capacità fiscale di ciascun Comune costituisce il fulcro del meccanismo di finanziamento degli enti locali che ha abbandonato il dissennato sistema dei trasferimenti incentrati sulla spesa storica per cui bastava spendere per ricevere dallo Stato, senza alcuna attenzione alla qualità della spesa.

Fondo di solidarietà

Ora invece si parla di fondo di solidarietà comunale che attraverso la capacità fiscale e la determinazione dei fabbisogni standard dei principali servizi pubblici provvede a livellare la situazione di ciascun Comune, nel nome di un federalismo solidale che soccorre gli enti con più difficoltà a procurarsi risorse.

I costi standard, va ricordato, prendono a riferimento la Regione più virtuosa, quella che eroga servizi ai costi più efficienti. Tra nemmeno quattro anni, entro il 2021, il legislatore ha stabilito che sparirà del tutto quel poco che è ancora rimasto dei trasferimenti dallo Stato.

Per quanto riguarda il 2018 sul piatto c'erano i circa 6,2 miliardi alimentati in via orizzontale mediante una quota dell'Imu trattenuta dall'Agenzia delle entrate e destinati ai municipi delle 15 regioni a statuto ordinario, nonché di Sicilia e Sardegna (i territori a statuto speciale del Nord sono esclusi da questo meccanismo).

Il fondo a sua volta è suddiviso in due quote: la prima serve a compensare i mancati gettiti Imu e Tasi derivanti dalle detassazioni introdotte dalla legge di stabilità 2016, mentre la seconda viene distribuita seconda una logica di «perequazione».

Mentre nelle isole, quest'ultima guarda solo alla spesa storica, nelle altre regioni viene attribuito un peso ogni anno crescente alla componente «federalista» basata sul differenziale fra capacità fiscali e fabbisogni standard.

E proprio su tale aspetto si è concentrata la trattativa fra il governo e l'Anci, che ha trovato una soluzione di compromesso nella conferenza stato-città e autonomie locali. Occorre dire che mentre in base alla legislazione vigente, tale parametro avrebbe dovuto valere per il 55% della quota perequativa, l'intesa ha abbassato tale percentuale al 45% (per completezza d'informazione diciamo pure che salirà al 60% nel 2019, all'85% nel 2020 ed al 100% nel 2021).

A seguito di tale correttivo sono state parzialmente riviste le assegnazioni contenute nella proposta iniziale dell'esecutivo, aggiungendo un nuovo metro di valutazione per stabilire chi siano i vincitori e chi gli sconfitti, oltre a quello più tradizionale del confronto con l'anno precedente (ovvero il 2017).

Le altre città

Non piange solamente la Capitale, ma anche altre metropoli come Milano e Torino. Discorso diverso per Napoli, che vede ridursi la perdita, ma pure le risorse rispetto al precedente riparto, così come Genova, Firenze e Bari, mentre Bologna e Venezia si trovano nella situazione inversa recuperando soldi sul 2017, ma perdendone rispetto al riparto teorico con la perequazione al 55%.
Come detto, in questa prospettiva, non possono essere ritenuti certamente significativi i confronti per le città di Palermo e Cagliari, dal momento che per loro conta solo la spesa storica.