I derby non si giocano, si vincono, dice l'adagio (e il claim che corre sui social). Già, ma i derby - purtroppo o per fortuna - si vivono. Si guardano, si seguono, e alle volte si subiscono emotivamente. «Specie se si ha un pò di febbre e non ti senti un granché», ci racconta Enrico Vanzina, figlio del grande Steno, sceneggiatore di oltre 100 film di cui più della metà per il fratello Carlo. Ultimo, in uscita giovedì, "Caccia al tesoro", una commedia garbata e leggera liberamente ispirata a "Operazione San Gennaro" di Dino Risi. «Magari ne parliamo in settimana – ci dice – è un film a cui tengo molto, un film garbato e leggero con dei grandi Salemme, Buccirosso e Tortora. Ma oggi parliamo della Roma: la mia seconda grande passione dopo il cinema, che è il mio lavoro e la mia vita».

Di derby ne ha visti tanti. L'ultimo, vinto per altro, è sempre il più bello?

«Sì, qualcosa del genere. Certo questo è particolarmente bello. Sul 2-1 mi sono dovuto prendere 6 gocce di Lexotan. Mi hanno aiutato a sopportare lo stress finale. Dopo i punti persi ingiustamente contro Inter, Napoli e il pareggio a Londra col Chelsea, sarebbe stata troppo una rimonta. Abbiamo spadroneggiato: onore al merito della squadra, della società e del nostro grande mister».

Era scettico ad agosto?

«Si, non lo nascondo. Ma non ho difficoltà a dire che mi sbagliavo. I risultati e, soprattutto, le prestazioni stanno dando ragione alla Roma e stanno facendo godere noi tifosi. La vostra prima di ieri è stata eccezionale».

Cosa le piace di questa Roma?

«Le parlo prima dei giocatori. Gente dalla grande personalità, sembrano personaggi scritti da un abile sceneggiatore. Non sono comparse o caratteristi. Sono tutti protagonisti e co-protagonisti. Personaggi che al cinema starebbero sulle locandine con il nome scritto bello grosso».

Giochiamo un po'.

«Radja Nainggolan è Bruce Lee; Dzeko, che adoro, è Vittorio Gassman. È un mattatore come ha detto proprio su questo giornale il mio amico Gigi Proietti. E poi Kolarov, De Rossi, Fazio... Gente da cinema. Gente da candidare all'Oscar».

E il mister?

«Di Francesco è tutto quello che un allenatore deve essere. Concretezza, pragmatismo, mentalità vincente. Se fosse il personaggio di un film sarebbe magari interpretato da Alberto Sordi. Un "emigrande". Un emigrato, fortemente legato alla sua terra, ovvero il carattere e la tradizione, molto preparato e di mentalità internazionale: uno che ha messo la Roma prima nel girone di Champions impallando il Chelsea e ai vertici in campionato, è da candidare all'Oscar. Continuiamo così».

Una Roma anche romana, che non guasta mai.

«Totti è lì, anche se defilato, comunque presente. Ed è una presenza che, secondo me, per quanto discreta, si nota e si fa sentire. O che si noterebbe se non ci fosse. Poi la nostra quota romana, fondamentale. Su De Rossi, cuore e grinta, c'è poco da dire. Pellegrini mi piace moltissimo. E Florenzi credo sia al 50% delle sue potenzialità. Però è sempre il nostro bello di nonna. Quando l'altra sera ha baciato quel pallone sul calcio d'angolo di Italia-Svezia mi ha suscitato l'orgoglio e l'emozione di averlo nella nostra Roma. Un romanista che tiene da morire alla nazionale è un romanista più bello. Peccato per il Mondiale buttato via, ma è un'altra storia».