Classe 1988. La sfrontatezza del fuoriclasse. Decidere di scrivere "In giro per Roma con Nanni Moretti" (a quattro mani con Paolo Di Paolo), avere il placet del diretto interessato e passare da una casa editrice piccola che lo aveva scoperto (Lozzi) direttamente nella galassia Bompiani. Che si accorge di quel successo (tradotto e portato anche in Francia) e di questo effervescente giovane scrittore comprandosi diritti, baracca e burattini. Ora Giorgio Biferali, per non farsi mancare niente, alza il tiro, uscendo con il volume "Italo Calvino. Lo scoiattolo della penna" (La nuova Frontiera) dedicato ad uno degli autori italiani più conosciuti e tradotti al mondo.

Perché proprio Calvino?
«Perché è stata la prima lettura come obbligo, di quelle che ti danno da leggere a scuola, che è diventata poi un piacere. Perché ero convinto che fosse uno scrittore per ragazzi e poi invece ho scoperto che era uno scrittore per tutti. Perché smentisce il cliché dell'artista maledetto, dello scrittore che soffre, e ci dimostra che si può scrivere anche, e soprattutto, quando si è felici».

Sei reduce dal successo del libro su Nanni Moretti. Racconta!
«Paolo Di Paolo ed io sapevamo di aver scritto una cosa bella, ma non immaginavamo che da quella prima edizione del 2015 con un piccolo editore (Lozzi) Bompiani acquistasse i diritti, e che venisse poi tradotto in Francia. Moretti è stato una sorpresa per noi, umanamente parlando, credevamo che fosse in avvicinabile...» .

E invece?
«È stato lui a offrirci tutte le foto di scena finite nel libro: ci ha fatto entrare nel suo quotidiano, portandoci nei bar e nelle sue pasticcerie del cuore. È stato bello quando ci ha chiesto: "La smetterete, prima o poi, di darmi del lei?"».

Ancora.
«Un giorno mi fa: "Giorgio, che ne pensi di questo libro?". Parlava del nostro libro, ovviamente. "Nanni, che dirti, a me piace, mi sembra un libro definitivo", ho risposto io rischiando la saccenza. "Definitivo? – mi ha chiesto – cioè nel senso che non farò più film?". C'è stato un attimo d'imbarazzo, ma poi ci siamo messi a ridere. Aveva ragione lui: le parole sono importanti».

Altri "giri" con altri personaggi sono previsti?
«Non posso negare di aver pensato a un viaggio a Barcellona con Cercas o a New York con Woody Allen. In fondo la scrittura, per me, dipenderà sempre dai luoghi, dai viaggi che farò, anche all'interno della mia città».

Sei romanista. Da quando e perché?
«Mio padre e mio fratello, per me è stata una sorta di educazione sentimentale. Nelle storie che vedo, che leggo, che scrivo, ho sempre sperato che vincessero i buoni. Essere della Roma è anche questo, essere dalla parte del Bene».

Il tuo giocatore simbolo?
«Direi Daniele De Rossi. Perché è forte. Perché quando parla lo fa con la testa e con il cuore, come se dentro di lui fossero una cosa sola, rimarrei a sentirlo per ore. E poi perché quando gioca la Roma urla, si lamenta, esulta e diventa tutto rosso, sgomita, si dispera, dà di matto. È umano, è innamorato di quello che fa, e lo capisco».

Come si vive la settimana santa del derby?
«Si fa finta di niente, recitiamo la parte di quelli che non ci pensano poitanto,che ormai siamo diventati grandi».