Studia, traduce i testi, li adatta. Dirige, interpreta, produce. Pensa e crea. Soprattutto evita polemiche: «La prego non mi chieda di Weinstein, il discorso è complesso».Sorvola elegantemente sul caso "Anna Frank ": «sono di origine ebraica, cosa vuole che le dica...». Incontrare Luca Barbareschi, al di là di cosa si possa pensare del suo trasformismo politico, è sempre motivo di interesse. E di confronto. Ha ripreso e dato un'impronta al Teatro Eliseo caduto in disgrazia (ne è direttore artistico), mentre con la Casanova continua a sfornare film scomodi e spiazzanti, si pensi a "Brutti e cattivi" per il cinema con Claudio Santamaria e Marco D'Amore a capo di una banda di banditi portatori di handicap: «Perché sono incazzati con la vita che li ha ridotti in quel modo». Ora porta in tv la fiction "La strada di casa", con Alessio Boni e Sergio Rubini,da martedì su Rai 1: «Un uomo si risveglia dal coma dopo un incidente e verrà sospettato di essere stato un truffatore o, peggio, un assassino. Dovrà combattere contro il pregiudizio». E il sospetto, l'infamia, la gogna del processo mediatico sono al centro de "Il penitente", formidabile testo del premio Pulitzer David Mamet che Barbareschi adora (ragionevolmente) e che sta portando in scena da giovedì scorso accanto a Lunetta Savino (fino al 26).

Barbareschi, la critica acclama il "suo" Penitente.
«È un testo incredibile di David Mamet che, a mio avviso, è il più grande di tutti. È l'intellettuale che sta raccontando, con dieci anni d'anticipo, i temi che poi divengono attuali, di largo uso e consumo. Questo è un legal thriller piscologico, dove niente è come sembra. La scena diventa un'Inquisizione e l'uomo è allo specchio, di fronte alla propria coscienza».

Una drammaturgia che guarda e parla al presente. E il suo teatro, l'Eliseo, che guarda al futuro. O quanto meno che cerca di allinearsi alle grandi capitali europee.
«Siamo un luogo di cultura. Siamo un'agorà aperta su Roma. Ho aperto la stagione abbattendo non solo la quarta parete, ma mettendo in scena uno spettacolo direttamente nel foyer: il "Misantropo" con Lucrezia Lante della Rovere, un esperimento riuscito. C'erano tanti giovani, la scena si svolgeva tra i tavoli del bistrot, dove la finzione e la realtà si mischiavano. Il teatro deve stimolare. E l'Eliseo è la casa dei romani. Venite qui per parlare: entrate, mettevi nel nostro bar e scambiatevi opinioni. Potreste incontrare me, un attore, un regista che passano e che discutono di arte, di cinema o di cultura».

Il suo impegno per Roma è tangibile.
«Lavoro 20 ore al giorno. Lei è venuto nella mia stanza al terzo piano, lo può testimoniare: questi sono i libri che devo leggere e tradurre (una grossa pila, effettivamente, ndr). Ho ricavato un ulteriore spazio Off da 50 posti per i testi contemporanei. Presentiamo libri. Siamo il Beaubourg di Via Nazionale. Mi hanno messo in croce per i fondi speciali del Mibact: vado sotto con l'Eliseo, non mi ci arricchisco. Fare cultura è spesso una remissione, anche se la mia sfida è quella di invertire la rotta. E ce la farò. Perché ho per modello Broadway e la Cinecittà degli anni d'oro. Trovassi qualche alleato: in Italia ognuno si coltiva il proprio orticello».

Parliamo di calcio?
«Si, sono un gran tifoso del Milan. È una passione del bambino meneghino, anche se sono nato in Uruguay mi considero milanese. E il Milan è la squadra di Milano come la Roma lo è di Roma:il Milan sta alla Roma come l'Inter alla Lazio. Per noi i cugini sono "quelli lì"».

Roma e Milan hanno avuto calciatori e bandiere in comune.
«Vado a memoria, mi corregga lei: Liedholm, Maldera, Ancellotti, Di Bartolomei, Cafu e ora Montella. Che io come allenatore difendo. Piuttosto non amo la presidenza cinese, ma è un discorso di appartenenza e identità. La mia è una cosa romantica. Io sono per i presidenti alla Massimo Ferrero».

Cosa ama del calcio?
«Il gesto atletico, tecnico. Tutto ciò che, all'interno del rettangolo verde, è bellezza. Non a caso i grandi intellettuali erano innamorati del calcio, da Albertazzi a Saramago, passando per Pasolini, Carmelo Bene o il caro Nick Hornby».