Il beep della mail in arrivo è risuonato quando le ventidue erano trascorse da pochissimo. A meno di centoventi minuti dall'ultimo gong per Cenerentola-Mkhitaryan. Tiago Pinto quel beep lo aveva atteso per tutta la giornata con crescente ansia e preoccupazione. Perché se non fosse arrivato, avrebbe voluto dire che l'armeno aveva scelto di trasferire il suo talento da qualche altra parte. Invece quel beep e la successiva lettura della mail, hanno riavvicinato, e di parecchio, Mkhitaryan alla Roma. Perché da lì sono ripresi i contatti diretti con il procuratore del giocatore, il sempre esuberante Mino Raiola. E l'apertura a rimanere è stata chiara. Nei prossimi giorni saranno limati gli ultimi dettagli, poi, a meno di clamorose sorprese, si potrà brindare al rinnovo contrattuale del giocatore. Biennale a quattro milioni abbondanti comprendendo i bonus, con opzione per una terza stagione legata a step per presenze, gol, assist. In pratica la stessa che era stata fissata un anno fa quando l'armeno arrivò a parametro (e commissioni) zero. Un piccolo capolavoro di mercato.

Anche se, appunto, c'era quella clausola capestro che ha tenuto tutti con il fiato sospeso. Perché quella clausola prevedeva che il rinnovo automatico del contratto del nostro capocannoniere in campionato dell'ultima stagione, era legato alla volontà del giocatore. Che poteva, unilateralmente, dire addio a prescindere. Un'eventualità che nel corso della giornata di ieri si stava progressivamente concretizzando. Perché da Montecarlo (dove Mkhitaryan è con la famiglia ospite di Raiola) non arrivava quel beep che la Roma stava aspettando. Tanto è vero che nel corso del tardo pomeriggio, era stata la stessa Roma a telefonare in tutte le redazioni per comunicare che il silenzio dell'armeno non era stato interrotto. Oltretutto, sempre nel corso del pomeriggio, quel rinnovo automatico che per settimane era stato dato per certo da tutti, in realtà non era poi così automatico. Perché il contratto poteva essere interpretato in una maniera favorevole al giocatore, probabilmente a causa di una seconda clausola che avrebbe previsto, in caso del settanta per cento delle presenze del giocatore nelle partite ufficiali (ha superato l'ottanta per cento) la possibilità di svincolarsi a prescindere. Senza che la Roma potesse avere nulla a pretendere. Insomma, il quadro intorno alle venti di ieri sera era più che nero, indirizzato fortemente verso una separazione che soltanto ventiquattro ore prima sembrava impossibile.

Ci si era domandato, allora, il perché della possibile scelta dell'armeno di dire addio alla Roma. Alla quale, peraltro, anche il giorno dopo la conclusione della stagione, il giocatore aveva dedicato parole d'affetto. La prima risposta che si poteva dare era l'arrivo di Mourinho. Con il tecnico portoghese, non è più un mistero per nessuno, l'armeno aveva avuto attriti forti e prolungati quando i due vestivano i colori del Mancheser United. Contrasti che portarono all'addio del giocatore che andò all'Arsenal nell'ambito di uno scambio con Sanchez. Ma questa risposta è stata azzerrata dalle garanzie del club che, come da richiesta, al giocatore aveva assicurato che da parte dello Special One non ci sarebbe stata nessuna preclusione nei suoi confronti. E allora? La seconda risposta non poteva quindi che essere il materializzarsi di un altro club che all'armeno aveva fatto un'offerta migliore di quella della Roma. Nei giorni scorsi si era parlato di un interessamento da parte del Monaco, dello Zenit San Pietroburgo e, soprattutto, del Milan che con l'armeno puntava a sostituire Chanaloglu in scadenza di contratto.

Invece, niente di tutto questo. Anche se non si fa peccato a pensare che quel furbacchione di Raiola abbia atteso fino all'ultimo sperando che un altro club concretizzasse un ulteriore rilancio. Non c'è stato. E allora è arrivato il beep. Un beep, è bene chiarirlo, che non doveva dire alla società giallorossa che Mkhitaryan aveva deciso di andare via. Ma l'esatto contrario. Ovvero, «cara Roma io resto». Sarà così. Anche se le firme non sono state ancora messe sui contratti.