Macchina del tempo. La freccia dell'anno è posizionata sul duemilauno. Quella del giorno a oggi. Quella dell'ora intorno alle venti. Dove eravate? Scommettiamo che tutti, ma proprio tutti, ricordino. Chi nelle piazze a fare festa. Chi a brindare al terzo scudetto. Chi a esporre una bandiera sul balcone. Chi ad abbracciarci ancora. Chi a programmare una delle tante feste che per settimane regalarono un'energia straordinaria alla nostra città. Anche Fabio Capello, il grande capo di quella straordinaria avventura, se lo ricorda. Insieme alla moglie stava facendo le valigie per partire, destinazione vacanze. Check-in già fatto per il Sudamerica, «perché è giusto festeggiare, ma per un giorno, dopo si deve subito pensare a come fare per tornare a fare festa». Forse è questa la chiave della straordinaria carriera di un allenatore che, oltre al nostro, ha vinto quattro scudetti al Milan, due al Real Madrid, altrettanti sulla panchina della Juventus anche se su quei due titoli, questione Calciopoli in cui don Fabio c'entrava zero, si potrebbe discutere a lungo.

Mister che ricorda di quel giorno all'Olimpico, Parma battuto, Roma in festa?
«Due cose principalmente. Due cose in netto contrasto tra loro».

In che senso?
«Perché ricordo la grande gioia per un successo strameritato da tutti noi e per il quale avevamo lavorato un anno. Ma ricordo anche una grande incazzatura e chiedo scusa per la parola».

Si riferisce all'invasione di campo dei tifosi prima del fischio finale?
«Sì. Andai su tutte le furie e credo che le immagini televisive lo testimoniarono in maniera molto chiara. In quei momenti ho temuto che la Roma potesse perdere lo scudetto».

Addirittura.
«Allora lei non si rende ancora conto. Se, per qualsiasi ragione, durante quell'invasione, si fosse fatto male un giocatore del Parma, oggi non staremmo qui a festeggiare la ricorrenza di venti anni dello scudetto della Roma. Per questo ero arrabbiatissimo, c'era il rischio che il troppo entusiasmo potesse vanificare lo straordinario lavoro che facemmo tutti in quell'anno, proprietà, dirigenza, staff tecnico, calciatori. E allora addio a gioia, feste, abbracci».

Quando capì che quella Roma avrebbe scucito lo scudetto dalle maglie dai precedenti campioni?
«Soprattutto in occasione di due sconfitte».

Curioso.
«Le spiego. La prima fu a Milano, quarta giornata, quando perdemmo contro l'Inter (2-0). Giocammo con grande personalità e alla fine della partita le facce dei giocatori negli spogliatoi mi diedero l'indicazione che sarebbe stata una grande annata».

La seconda?
«Sempre a San Siro, contro il Milan. Era ancora il girone d'andata, perdemmo tre a due, ma meritavamo di vincere contro una grande squadra come era quel Milan. A fine partita, ai ragazzi negli spogliatoi disse chiaramente che avremmo vinto lo scudetto».

Che poi vinceste...
«A Torino contro la Juventus con quel pareggio arrivato al novantesimo grazie alla rete di Montella».

Quella partita con la sostituzione di Totti per far entrare Nakata, fu il suo capolavoro tattico?
«Feci semplicemente quello che deve fare un allenatore quando si rende conto che con una sua scelta può migliorare le cose in campo. Sostituire Totti non era facile, ma stavamo perdendo era giusto fare qualcosa. Lo facemmo e fummo ripagati dal risultato finale».

Fu sorpreso in qualche maniera da quello scudetto?
«No. Fu un'impresa programmata. Quella era una grande Roma. Già l'anno precedente eravamo una squadra forte. Poi l'arrivo di Batistuta andò a completare un organico di straordinario livello. Avevamo bisogno di un giocatore come l'argentino».

Ma non fu solo merito di Batistuta.
«Ci mancherebbe. Fu merito di tutti. Anzi la chiave di quello scudetto fu il gruppo. Tutti i giocatori, dal primo all'ultimo e in particolare quelli che giocarono meno, penso a Di Francesco e Guigou per esempio, portarono il loro mattoncino per il successo finale. Che, devo dire, fu strameritato».

Magari poteva arrivare alla penultima giornata se a Napoli...
«Quelle sono cose di spogliatoio e lì devono rimanere. Conta solo che alla fine abbiamo vinto».

Che ricordo ha del presidente Sensi?
«Meraviglioso. Con lui e la sua famiglia, sin dal primo incontro quando mi convocò per assumermi, nacque un feeling vero».

A distanza di anni si è dato una spiegazione di come mai poi quella grande Roma non riuscì a ripetersi?
«Potevamo vincere anche la stagione successiva. Credo che una parte della risposta sia nel fatto che a Roma le feste durarono per sei mesi. E quando festeggi troppo c'è il rischio di sbagliare qualche partita di troppo come successe a noi con alcuni pareggi in partite che dovevamo vincere».

Ora a Roma è arrivato Mourinho. Qualcuno dice che può essere il nuovo Capello.
«Ho grande rispetto del tecnico portoghese. Lo apprezzo, mi è sempre piaciuto. Ma preferisco non aggiungere altro».