Sarà il cielo scuro delle notti romane, o il freschetto nell'aria, o magari la musica che risuona ad accompagnare l'urlo della curva («The Champions»), la cornice di pubblico (oltre 46.000 gli spettatori) o la vetrina internazionale, ma la Roma in Champions è un'altra squadra, diventa una schiacciasassi persino indisponente nella sua superiorità: ieri a finire sotto i suoi cingoli è stato il Cska Mosca, che nella gara precedente aveva battuto il Real Madrid, con un 3-0 che poteva essere pure più largo, ma che vale il primo posto nel girone proprio con i blancos di Lopetegui. In vetrina ancora Dzeko, doppietta, assist e capocannoniere (con Messi). La squadra giallorossa ci ha messo un po' a trovare il punto di cedimento dell'armata russa, edificata da Goncharenko per resistere all'impatto della Rometta che magari pensava di trovare. La sua idea non era malvagia, peraltro: tre difensori purissimi, due centrocampisti di contenimento, due trequartisti a supporto dell'unica punta e due esterni mobilissimi in grado di far diventare, a seconda del possesso della palla, il sistema di gioco 541, quando a manovrare era la Roma, e 3421 quando invece erano loro a provarci, con immediate verticalizzazioni sui talentuosi ragazzini offensivi, soprattutto Vlasic, il castigatore del Real. Il progetto ha retto piuttosto bene per una buona mezz'ora, quando ha regnato l'equilibrio nell'impostazione e nelle palle-gol, due a testa: ha cominciato il Cska con un gran destro di Chalov ben respinto da Olsen, ha proseguito la Roma con Lorenzo Pellegrini che non ha saputo sfruttare un maldestro rinvio di Pomazun (il pallonetto è finito un metro sopra la traversa, persino troppo per un calciatore di qualità come lui), poi è toccato ancora a loro con un sinistro di Vlasic su cui Olsen s'è dovuto impegnare parecchio, e infine la palla giusta è capitata sulla testa di De Rossi su calcio d'angolo di Ünder, ma bravissimo è stato il lungo sostituto di Akinfeev a deviare ancora in angolo. Schermaglie, sin lì.

Finché la Roma non ha inteso imprimere l'accelerazione decisiva per la sfida continuando a tessere la tela con penelopiana pazienza, o alla catalana maniera verrebbe da dir meglio, visto che per il gol del vantaggio di Dzeko sono stati necessari 29 passaggi consecutivi, uguagliato il record in Champions proprio del Barcellona contro il Celtic, nel 2017. Nella parte finale dell'infinita azione, delizioso è stato il doppio ricamo tra El Shaarawy e Pellegrini che con un'uncinata di destro ha rifinito per il bosniaco, entrato in porta praticamente con il pallone. Lì è cominciata un'altra partita, con la Roma padrona del campo nel suo 4231 più sfavillante, con Manolas a chiudere eventuali falle (un'altra storia per Fazio giocare al fianco di un tale agente assicurativo), Florenzi e Santon a venir giù come l'acqua dalle scale quando piove a Roma, De Rossi e Nzonzi a dirigere il traffico con una sicurezza quasi umiliante per gli avversari, Pellegrini a palleggiare di tacco e di punta con i suoi compagni di reparto. Magnusson ha fermato da solo un due contro uno che sembrava preludere al raddoppio, in realtà rimandato al 43', con un'improvvisa accelerazione di Ünder, fermata peraltro fallosamente al limite dell'area, con l'arbitro a lasciar proseguire e El Shaarawy a rifinire per Edin, bravissimo a controllare in equilibrio precario sul filo del fuorigioco e a battere di destro proprio all'angolino opposto. 2-0 all'intervallo.

E sono diventati subito 3 al rientro in campo con la Roma subito a premere prima con Florenzi, gran destro di esterno collo a sfiorare l'incrocio dei pali, e poi con Ünder, lesto a sfruttare l'assist di sua maestà Dzeko, in volo plastico tra due giganti russi eppure per niente disturbato nel compito di servire l'amico turco: la botta scaraventata sotto la traversa certifica la grandezza della Roma da Champions e anche la follia di una squadra che da un sabato a un martedì sembra tutta un'altra, tanto forte, potente e prolifica questa, quanto moscia, fragile e stitica quella. Goncharenko ha provato allora, tardivamente, a correre ai ripari e ha cambiato l'assetto della squadra, togliendo un difensore e un centrocampista per un centrocampista e un attaccante (con Dzagoev, escluso inizialmente un po' a sorpresa, ora in campo): qualcosa il cambio ha prodotto perché la Roma ha lasciato qualche porzione di campo e i russi se la sono presa, costruendo anche un paio di azioni pericolose (un gol annullato a Nababkin per fuorigioco dopo un'altra bella parata di Olsen, una delle tante, e un destro di Chalov sottoporta alto).

Ma poi nel finale è uscita nuovamente la maggior qualità della Roma che ha sfiorato ripetutamente il quarto gol sfruttando a quel punto tutti gli spazi che si sono aperti. Di Francesco ha richiamato prima del tempo Lorenzo Pellegrini (subito dopo un errore sottoporta, ma solo per precauzione visto un certo affaticamente muscolare) per rimettere in campo Cristante, ancora nella versione a marce ridotte, poi Ünder (sostituito da Kolarov, con Santon spostato a destra e Florenzi all'ala) e infine capitan De Rossi, per far spazio a Schick (e nuovo aggiustamento con il 433 con Nzonzi vertice basso, Florenzi intermedio a destra e Cristante a sinistra). Il Cska si è spento poco a poco e la Roma è andata vicinissima al gol con Dzeko (al 28', colpo di testa direttamente su corner fuori di pochissimo), con El Shaarawy (al 43', gran destro deviato in calcio d'angolo), con Manolas (al 44', deviazione ancora su angolo respinta da Pomazun con l'aiuto del palo) e infine con Florenzi (al 47', gran destro respinto).