La teoria del "tutti". Rigorosamente al plurale. Se non nasce a Trigoria, poco ci manca. A differenza della sorella al singolare, serve a dare un senso all'universo romanista attuale, prima ancora che a quello sorto dal Big Bang. Il grande botto di casa nostra risale soltanto alla settimana scorsa, quando la Roma è rinata cominciando a mietere risultati e vendemmiare gol. A grappoli. Quattordici in poco più di dieci giorni.
Eppure le origini sono da ricercare in un tempo relativamente lontano, quando un signore di nome Eusebio in onore dello straordinario attaccante portoghese, ha improntato il suo credo tattico sul gioco offensivo. E ha deciso di esportarlo anche nella Capitale. Dove forse non a caso è nato un vero e proprio consorzio di marcatori: ben undici differenti dopo otto giornate di campionato (e sarebbero dodici in dieci partite, comprendendo anche le due gare di Champions disputate finora).

Undici giocatori, una squadra intera. In teoria compreso il portiere, in pratica divisa fra quattro difensori (Florenzi, Fazio, Manolas, Kolarov); quattro centrocampisti (Nzonzi, Cristante, Pellegrini, Pastore); e tre attaccanti (Dzeko, Ünder, El Shaarawy). Più Kluivert, che con il gol realizzato contro il Viktoria Plzen porta il reparto offensivo a "pareggiare" il conto con gli altri. Peraltro nelle due sfide europee sono andate in rete soltanto le punte (a secco al Bernabeu, cinque volte a segno contro i cechi in casa).
In tutto il continente soltanto il Borussia Dortmund è riuscito a fare meglio dei giallorossi, con tredici marcatori diversi. Non il Paris Saint-Germain costruito con i fantastiliardi di Al-Khelaifi, che si attesta sullo stesso piano della Roma. Non le inglesi, con Arsenal e City a una lunghezza di distanza (dieci marcatori differenti ciascuna finora). I Gunners abituati dal ventennio wengeriano alla distribuzione dettagliata dei gol. La squadra di Guardiola improntata per filosofia tattica (e forse non solo) del suo allenatore a collettivizzare tutto, anche le reti, plasmata sul gioco di stampo olandese-catalano in cui perfino i ruoli sono interscambiabili. E nemmeno in Italia ci sono squadre che diramano il gol quanto fa la Roma. La capolista Juventus, l'Inter di Spalletti e il sorprendente Sassuolo (che però tende ad avere una disposizione votata all'attacco) si fermano rispettivamente a nove giocatori iscritti alla classifica cannonieri.

Va da sé che si tratta di meri dati statistici, utili semmai a fornire indicazioni sulla tipologia di gioco offensivo. Ma allo stesso tempo in grado di certificare la profondità di una rosa troppo presto vituperata, dal termine del mercato fino all'apice della crisi. Dipanata la matassa che aveva ingarbugliato la squadra in una situazione poco piacevole, anche la via del gol è stata trovata in scioltezza e ripetutamente.
L'alfa e l'omega - tanto per cambiare - riconducono sempre a Edin Dzeko. Il trascinatore dell'ultima Champions ha ripreso da dove aveva lasciato nella massima competizione europea: segnando. Ma anche gli impegni nazionali erano cominciati nel segno del bosniaco, che con uno splendido sinistro volante allo scadere aveva regalato alla Roma la vittoria a Torino al debutto. Poi un lungo digiuno, finito in campionato col sigillo della sicurezza a Empoli. In mezzo, per arginare la mancanza delle reti del 9, si è attivata la cooperativa del gol: da Pastore di tacco al suo successore (nel ruolo come nella finezza vincente) Pellegrini; dall'esterno destro Florenzi al mancino Kolarov; dai due centrali Manolas e Fazio ai due mediani Cristante e Nzonzi, alle due ali El Shaarawy e Ünder. Ora chiamatela pure United Roma.