Siamo al 69' e la gara è ancora inchiodata sullo 0-0. È il Kolarov-time: il serbo aggiusta il pallone sotto gli occhi di Sinisa Mihajlovic, uno che di punizioni se ne intende. Rincorsa breve, come al solito: sinistro secco dai venti metri, in posizione leggermente defilata sulla sinistra. Il tiro non è angolatissimo, ma potente. Sirigu non può nulla. Per il numero 11 si tratta del secondo gol su calcio piazzato da quando veste il giallorosso. Due reti che in totale valgono sei punti. Il tutto davanti al suo connazionale. A Bergamo fu un colpo da biliardo sotto la barriera, a Torino un razzo tracciante. Due modi opposti di calciare, entrambi efficacissimi.

A Roma ne abbiamo visti tanti di battitori scelti. Di punizioni potenti, ad effetto, di seconda, a scavalcare la barriera, all'incrocio dei pali o a mezza altezza. In principio fu Agostino. Se non il primo, Di Bartolomei fu il migliore nella storia della Roma: a chi gli diceva che era lento, lui rispondeva calciando il pallone a cento e passa all'ora. Quelle botte di collo erano talmente forti che sembrava avesse la dinamite nel piede destro. Tese, precise, taglienti come una lama di rasoio. Quella di seconda a Pisa il 13 marzo 1983 scacciò i fantasmi causati dalla sconfitta con la Juventus. Quella contro l'Avellino, il 1° maggio dello stesso anno, ci cucì mezzo scudetto sul petto.

Nel 1991 a Roma approdò Thomas Hässler, furetto di Berlino Ovest dotato di corsa e di un piede destro che, quando era in giornata, sapeva regalare magie. Ne sa qualcosa la Lazio, a cui rifilò un gol il 1° marzo 1992, con un tocco rasoterra a beffare la barriera simile in tutto e per tutto a quello di Kolarov a Bergamo.

Impossibile dimenticare Gabriel Batistuta: a Verona, nell'anno del terzo scudetto, la Roma vinse 4-1 in rimonta e Ferron quel bolide da fermo del Re Leone ancora se lo sogna di notte. Pochi mesi dopo, con il tricolore sulla maglia, un suo calcio piazzato sorprese Buffon e permise ai giallorossi di tornare a vincere a Torino con la Juve.

Quella sera il raddoppio lo firmò Marcos Assunçao, un altro che aveva il piede particolarmente caldo quando si trattava di calci piazzati dai venticinque metri in giù. Nella stagione 2000/2001 ne insaccò due splendide, entrambe all'Olimpico, contro Inter e Brescia. Contro il Piacenza disegnò una traiettoria imparabile con il menisco rotto: palla a fil di palo, Guardalben battuto. Quindi il brasiliano, con la stessa nonchalance con cui aveva calciato, uscì dal campo tra gli applausi.

Francesco Totti decise di celebrare il suo centesimo sigillo con una parabola perfetta all'Olimpico contro l'Inter: la faccia di Toldo mentre raccoglie il pallone in porta vale più di qualsiasi commento. In finale di Coppa Italia contro il Milan, tra andata e ritorno, fulminò Abbiati con tre siluri "alla Roberto Carlos", uno più bello dell'altro. L'ex capitano ha sempre preferito la soluzione di potenza, ma non sono mancate delle pennellate d'autore (soprattutto all'inizio della sua carriera): a Bergamo contro l'Atalanta nel 1996, a Roma contro la Fiorentina due anni dopo.

E poi le traiettorie imprendibili di Miralem Pjanic, vero e proprio cecchino nelle sue ultime due stagioni passate all'ombra del Colosseo. A farne le spese, il 30 agosto 2015, anche la Juventus, sua futura squadra: quel giornola sbloccò lui, lasciando immobile Buffon e levando le ragnatele dall'incrocio dei pali. Ad ottobre del 2015, con il gol all'Empoli, raggiunse quota dieci con la maglia della Roma su calcio di punizione.

L'anno scorso, in assenza di un vero e proprio specialista, si sono alternati Palmieri, Paredes ed El Shaarawy. Ora c'è Aleksandar Magno Kolarov. Quello che ci teneva a fare bella figura con Mihajlovic. C'è riuscito. E ha dimostrato ai tifosi giallorossi che ogni tanto sorride anche.