Ha iniziato a Le Iene nei panni del "moralizzatore", nel 2004, ha condotto il programma, ha fatto radio, ha fatto l'attore e attualmente sta scrivendo attualmente il suo secondo romanzo. Filippo Roma, classe 1970, laureato in Economia, padre di famiglia, romano e romanista, ha fatto di tutto nella sua carriera: «In tutti noi convivono più anime, che emergono in momenti diversi della vita, siamo tutti personalità complesse. Prima di essere una "iena" ho fatto altri mestieri e, poi, a Le Iene ho avuto diversi ruoli. Bisogna cambiare ogni tanto nella vita, pur mantenendo le proprie passioni e le proprie vocazioni. Ci sono delle parti che a volte rimangono sopite, adesso ho fatto emergere quest'anima da scrittore, romantico per altro, che apparentemente non c'entra niente con la mia immagine pubblica ma c'era e l'ho tirata fuori. Senza abbandonare nulla, le cose possono assolutamente convivere».

La maglia de Le Iene ce l'ha cucita addosso, sta disputando la sua diciassettesima stagione: «Fa parte di me, è una cosa che farò fatica a smettere di fare se non quando sopraggiungeranno dei limiti di età. Anche perché con i capelli bianchi non potrò più andare a rincorrere i politici, specie se della stazza di Barbareschi (scherza, facendo riferimento a quando l'attore e ex politico non prese benissimo un suo servizio televisivo, ndr)...».

Ti senti un po' il Totti o il De Rossi de "Le Iene"?
«Mi piace il paragone, mi emoziona e sinceramente mi sento una bandiera, non voglio dire un Totti, perché è una storia inarrivabile la sua, ma un De Rossi sì. Forse, e mi piace ricordarla, potremmo dire che Nadia Toffa, una ragazza straordinariamente forte anche nella sua malattia, è stata Totti, una fuoriclasse: assetata di giustizia, che amava la vita e si immedesimava anche nelle vicende che raccontava».

A proposito di poliedricità, hai iniziato "col botto" scrivendo un corto che fu diretto addirittura da Mario Monicelli.
«Fu un'avventura iniziata un po' "alla cazzo". A 27 anni con il mio compagno di banco del liceo (poi diventato anche lui iena, ndr), Alessandro Sortino, scrivemmo un soggetto a livello amatoriale, "Sempre i soliti", lo inviammo a diversi registi e lo prese il maestro Monicelli, che lo diresse e lo portò al Festival di Venezia del 1997 fuori concorso. Fu un'esperienza meravigliosa, capimmo che esisteva anche un'Italia, oltre lo schema prevalente, dove si può andare avanti anche senza raccomandazioni».

Uomo di spettacolo, giornalista d'inchiesta, attore, scrittore. In quale anima ti riconosci di più?
«In quella televisiva, mi rispecchia molto. Mi ha cambiato e mi ha caratterizzato, non solo a livello pubblico ma anche a livello interiore. Anche se il sogno vero, che ho da quando ho 13 anni, è quello dello scrittore, che adesso ho soltanto in parte realizzato. In futuro mi vedrei anche bene solo come scrittore».

Dalla tv hai avuto tanto. C'è qualcosa rimpiangi di non aver avuto o insegui ancora?
«Non rimpiango nulla, mi piace molto questa appartenenza con "Le Iene", vorrei concludere la mia carriera televisiva con la stessa maglia. Un'idea romantica, che mutuo dalla storia dei calciatori che ho amato. Mi piacerebbe ripercorrerla nella mia vita professionale».

Sei un romanista dichiarato, c'è qualche aneddoto legato alla Roma e alla tua vita professionale da raccontare?
«Sono un romanista orgoglioso. Ho lavorato con Ilary Blasi, che è una star e moglie di una superstar romanista come il Capitano, ma è normalissima e non se la tira affatto, una persona riservata, ma disponibile e simpatica. Sicuramente posso raccontare di quando feci incazzare Totti, quando cercai di "moralizzarlo"... Ero un supereroe al negativo, perché alla fine il telespettatore parteggiava per la povera vittima che veniva stalkerata per motivi pretestuosi. Totti stava recuperando dall'infortunio in vista dei Mondiali e aveva dichiarato in tv da Fabio Fazio che si svegliava tardi la mattina e io dovevo andare a rompergli le scatole per dirgli di non essere pigro. Era un pretesto ovviamente per averlo in trasmissione. Lo "perseguitai" più volte, non la prese benissimo, ma fu disponibile, poi ci siamo fatti una risata. Di recente invece abbiamo fatto un'altra cosa insieme, gli ho chiesto chi dovesse interpretarlo nella fiction e lui ha scelto Carlo Verdone. Poi con la Roma ho avuto un altro onore, quello di fare una pubblicità con uno sponsor della società, sempre grazie a "Le Iene". Sono entrato a Trigoria per la prima volta all'età mia, mi sono emozionato come un bambino. In fondo è così, quando vediamo un calciatore di vent'anni, che potrebbe essere nostro figlio, ci emozioniamo come da piccoli, è proprio uno sfasamento interiore, una malattia».

Sei un tifoso viscerale, come segui la Roma? Hai mai fatto qualche follia per lei?
«Confesso che sono sempre stato un tifoso "borghese", che non andava in trasferta e aveva l'abbonamento in tribuna, anche perché mi piace vedere la partita comodamente e non amo molto il casino. E poi avevo la fortuna che me lo potevo permettere, grazie a mio padre, che adesso non c'è più. Era un grande romanista, fu lui a fare una follia per la Roma e per me, per rendermi felice in un giorno purtroppo divenuto infelice per tutti noi: il 30 maggio 1984. Roma era paralizzata, si pensava solo alla partita. Mi portò davanti allo stadio poco prima della finale di Coppa dei Campioni Roma-Liverpool, non c'erano più biglietti e decise di spendere non so quanto per comprarli dai bagarini... Lo possiamo raccontare perché fu un piccolo reato che ormai è prescritto, ma fatto veramente come un atto d'amore di un padre verso un figlio. Fu un'esperienza fortissima, conclusa con una sconfitta di quelle che ti creano gli anticorpi...».

Qual è la tua Roma?
«Quella degli Anni 80, la Roma della spensieratezza, dell'adolescenza, che dettava legge, quella di Falcao. Se dovessi incontrarlo oggi mi inginocchierei ancora oggi. È il mio mito vero, al di là di Totti, che è stata un'altra cosa, oltre. Si può dire che Falcao ci ha battezzati e Totti ci ha cresimati. Poi se dovessimo scegliere una Roma ideale abbiamo avuto la fortuna di vedere tanti grandi giocatori».

Il tuo allenatore allora non te lo chiedo neanche...
«È ovviamente Liedholm, per classe e ironia e perché fu un innovatore con la sua ragnatela. Oggi si parla tanto di tiki taka e possesso palla, ma Nils aveva anticipato tutti».

Come vivi oggi il calcio?
«È una passione infida, non puoi attenuarla. Certo, è tutto molto cambiato, non voglio fare il passatista, ma sono un amante del calcio antico: panino con la frittata e campionato tutto alle 14.30 senza "spezzatino". Poi tutto si evolve perché cambia la società, è il calcio del futuro che diventa presente, dobbiamo accettarlo. Rimpiango quelle atmosfere magiche che non ci sono più, ma sono il tipo che se è libero a casa si vede pure Spezia-Cagliari, per dire».

Cosa succede se la Roma gioca in contemporanea a un impegno di lavoro?
«Eh, un bel problema. Io cerco di vederla sempre e comunque. Anni fa c'era un Roma-Real Madrid di Champions, nel 2008, avevo i biglietti ma dovetti andare a fare un servizio all'ultimo e ci mandai mio figlio. A meno che non è una finale di Champions, il lavoro prevale sempre. Del resto oggi ci arrangiamo anche, con il mio cameraman storico, Fabrizio Arioli, un vero ultras di curva, quando siamo in giro e gioca la Roma con la sua app sul telefonino ce la vediamo...».

Della Roma attuale cosa pensi?
«Ripongo fiducia nei Friedkin. È vero che sono un po' misteriosi, non parlano, ma basta che fanno. Mi sembra che il loro sia un silenzio di studio, nel quale programmano le decisioni. Spero che prendano un allenatore top, Fonseca ha fatto il suo tempo, Sarri mi piace molto».

Chi ti piacerebbe "moralizzare" del calcio di oggi?
«Sicuramente Agnelli, anche alla luce degli ultimi eventi credo se lo meriti. Meriterebbe anche il tapiro, so che Valerio Staffelli lo sta cercando. Poi Ceferin, che adesso fa il "santarello", ma credo che l'Uefa avrebbe potuto prevenire tutta una serie di meccanismi che hanno portato alla crisi della Superlega. E poi sul fronte Roma ci metto Pallotta, perché la sua presidenza non mi è proprio piaciuta per la distanza e per l'assenza di trofei».