Nella stagione scorsa, su 30 giocatori della Roma Primavera, 29 - inclusi i 4 su cui la società non puntava, tanto che pochi mesi dopo sono stati ceduti a titolo definitivo e gratuito - avevano il contratto professionistico, e con loro vari ragazzi dell'U18, e un paio di U17. C'è gente che prende 3-4.000 euro al mese, e neppure gioca. Nei primi mesi del 2007-08 la Roma rifiutò al migliore della sua migliore annata un contratto al minimo federale (che non arrivava a 1.500). Glielo offrì solo quando era troppo tardi, un venerdì di aprile, con un ultimatum piuttosto sgradevole: «Riportacelo firmato entro lunedì, o sei fuori».

Il ragazzo ci rimase male, ma forse le parole a quel punto non potevano cambiare il vento, solo fargli perdere tempo: sul tavolo c'era già l'offerta che non si può rifiutare. E così il 16enne Davide Petrucci venne escluso dalla rosa della Roma U17 (che senza il suo numero 10 perse lo scudetto), e tornò in campo dopo l'estate, con l'Under 18 del Manchester United. Sei mesi dopo era il giocatore più giovane iscritto alle liste Uefa per la seconda fase della Champions League. Tredici anni dopo è un centrocampista del Cosenza, in serie B. Un predestinato che ha avuto un destino diverso dal previsto, un ragazzo con molte cose da raccontare, ben più maturo dei suoi 29 anni, con tanti infortuni alle spalle, ma pochi rimpianti per quello che poteva essere e non è stato.

«Mio nonno era di Ascoli, era morto da poco ed è sepolto lì. Io giocavo in Turchia, ci tenevano tutti in scadenza, a febbraio mi ruppi una caviglia. E quando l'Ascoli mi ha chiamato, un anno fa, l'ho preso come un segno del destino. Forse era venuto il momento di tornare. Anni prima mi avevano cercato dalla serie A, sono tornato in Italia per giocare in B. Ho preso casa a Grottammare, e in pochi mesi ho conosciuto una ragazza di Alba Adriatica, un paese vicino. Veronica, che è diventata la donna della mia vita. Glielo dico spesso, scherzando: "hai scatenato una pandemia mondiale, pur di non farmi scappare". Il Covid ha cambiato tutto, in pochissimo tempo ci siamo ritrovati a vivere insieme. E tra pochi mesi mi renderà padre di Nicole».

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Il ragazzo che andò a cercare fortuna in Inghilterra è diventato uomo.
«Parlo quattro lingue, avevo pure chiesto di imparare la quinta. Ho girato il mondo, investito i miei soldi, e non solo nel mattone: ho fatto un investimento nel settore aeroporti, che dovrebbe partire tra poco. Sono stato in ogni angolo d'Europa, ho giocato in paesi dove pochi italiani vanno a vivere. Sono andato a Gerusalemme da solo, in Brasile, a Dubai, negli Stati Uniti non so quante volte: ho amici ovunque, dentro e fuori il mondo del calcio, anche nella rosa della Roma. Non vorrei sembrare presuntuoso, ma se incontro un ragazzo della mia età ho spesso l'impressione di avere una marcia in più rispetto a lui. O almeno di aver fatto più esperienze. Il tutto partendo da San Basilio. Andare all'estero ti apre un mondo».

Era quello che sognavi?
«No. Io sognavo di giocare nella Roma».

Davide Petrucci all'Arco di Trento, dove convinse definitivamente il Manchester: dietro di lui Bertolacci

Avevi tutto per riuscirci. Raccontaci di te e Florenzi: chi era il capitano, e chi giocava poco...
«Florenzi è un amico, oltre che un ottimo giocatore: ci sentiamo ancora. Mi faceva molto piacere vederlo capitano della Roma».

Però l'unico che chiamavano in nazionale, del fortissimo gruppo dei '91 della Roma, eri tu.
«Già. Anche se poi, anni dopo, hanno notato anche gli altri: con la Nazionale Under 19 all'Europeo c'erano D'Alessandro, Bertolacci, Brosco, Malomo e Crescenzi. Ci sarei stato anche io, se non fossi stato infortunato: avevo fatto l'Europeo già l'anno prima, giocando sotto età, con i '90, nei '91 ero il capitano. L'allenatore era Gotti, quello dell'Udinese. Anni dopo, quando avevo risolto i problemi fisici, mi chiamarono in U21, per uno stage, con Ciro Ferrara. Una sola volta, poi sono uscito dal giro. Mi dissero che per far parte del gruppo dovevo giocare in una prima squadra, anche in B. Giocavo il campionato riserve, in Inghilterra: loro lo consideravano come la Primavera, non sono riuscito a fargli capire che il livello era completamente diverso. E che, stando al Manchester, se fossi riuscito a giocare in prima squadra, magari non sarei stato chiamato in Under 21...»

Debutto in nazionale, dopo gli stage, in Francia, con l'U16: da una parte Bertolacci, Borini, Caldirola, Colombi, Destro, Faraoni e Jacopo Sala, dall'altra Kakuta e Lacazette. Era il 31 ottobre 2006: nel 2018 ancora non avevi il contratto.
«Adesso vedo giocatori che in Primavera prendono cifre quasi da serie A: è cambiato tutto, in una decina d'anni. Buon per loro. Ma io posso dire di essere stato io a cambiare tante cose. E che tanti miei ex compagni che poi hanno giocato in serie A mi devono dire grazie: quando arrivò l'offerta del Manchester nessun '91 aveva il contratto, quando l'accettai e andai via la Roma chiamò 6-7 ragazzi e li fece firmare, per evitare che la cosa si ripetesse».

Davide Petrucci con l'Italia Under 19

Un po' tardi: l'unico che aveva richieste "pesanti" eri tu.
«Questo non lo so. Anche perché eravamo un gruppo fortissimo: ancora non riesco a spiegarmi come sia possibile che non abbiamo mai vinto nulla. Ma ero l'unico che giocava in nazionale. E le giocavo veramente tutte, anche 15-16 gare l'anno. I miei compagni in nazionale lo avevano tutti: quelli dell'Inter anche se venivano chiamati una volta ogni tanto».
Era l'Inter, il motivo per cui non avete mai vinto nulla. C'era un gran duello in quegli anni.
«Tanti miei compagni alla Roma hanno giocato in serie A. Ma anche l'Inter era fortissima: c'era Destro che faceva un gol a partita, Santon, Caldirola, che ora è salito in A con il Benevento, Obi, Tremolada, Laribi... tanti li ritrovavo in nazionale. Con Santon facemmo l'Europeo U19 sotto età, con il gruppo dei '90, di Ciro Immobile: gli unici due '91 eravamo io e lui. Un bravissimo ragazzo, ricordo quando Mourinho lo lanciò in prima squadra proprio contro la Roma. Avrebbe potuto fare di più in carriera, ma gli infortuni cambiano tutto. E io lo so bene, ne ho avuti tanti. Un conto è quando cavalchi l'onda, un conto è quando la devi rincorrere...».

Quando ti chiamò il Manchester la stavi cavalcando.
«Un anno prima avevano preso Macheda, dalla Lazio. E seguendo lui, in nazionale, si segnarono il mio nome. E fu proprio Kiko a chiedermi se potesse interessarmi fare la stessa esperienza. All'Arco di Trento, con gli Allievi mi seguirono: venne David Williams, l'ex rugbista gallese che vive da anni a Parma, un vecchio amico di Alex Ferguson. Non ricordo se divenni capocannoniere o miglior giocatore, comunque feci un gran torneo. Quell'anno fui convocato anche in Primavera, mi portarono anche al Torneo di Viareggio. Qualche mese prima mio padre era andato a Trigoria a chiedere il contratto».

Senza ottenerlo.
«Hanno detto che siamo andati via per soldi: non è vero. Io sono sempre stato tifoso della Roma, volevo giocarci, e sarei stato felicissimo di firmare al minimo federale, non ce lo hanno offerto. Dissero che non faceva parte della loro politica. Mio padre ci tornò qualche mese dopo, sarà stato gennaio o febbraio, dicendo che c'erano offerte dall'estero: gli risposero che, nel caso, avrebbero preso il premio di preparazione della Fifa».

Sui 400.000 euro. Per quello che Manchester e Federcalcio consideravano uno dei migliori talenti del calcio italiano, forse europeo.
«Forse qualcosina in più, il premio. Mi pare fossero 75.000 euro per ogni anno di tesseramento, e io era parecchio che stavo alla Roma. Ma quella frase ci ferì. Non eravamo ricchi: venivamo dall'altra parte di Roma, mi pagavo la scuola privata e i pranzi a Trigoria. Ma avrei firmato molto volentieri il minimo federale, fino a quel momento. Ci avrebbe fatto comodo, e ci avrebbe fatto piacere. E invece lo tirarono fuori solo quando il Manchester aveva fatto la sua offerta, solo dopo averci risposto in modo così sgradevole. Ce lo dettero di venerdì, volevano la firma entro lunedì, altrimenti sarei finito fuori rosa. Pochi mesi prima ci dissero che non era la loro politica offrire contratti a ragazzi così giovani, che se volevo andare via non era un problema, avrebbero incassato il premio di preparazione, e poi di colpo mi ritrovai che avevo due giorni soli per firmarlo, altrimenti sarei finito fuori rosa. Tre anni, più due di opzione, due giorni per decidere. E dall'altra parte c'era quello che all'epoca era il club più importante del mondo. Mi allenava Stramaccioni: era molto dispiaciuto di perdermi, ma capì, e mi disse di scegliere la cosa migliore per il mio futuro. Era maggio, mancava un mese alle finali del campionato Allievi, ci stavamo giocando lo scudetto, ci tenevo moltissimo a fare le finali: mi dissero di entrare nello spogliatoio, dire ai compagni che stavo male, e che non avrei potuto finire la stagione. Il mio compagno di reparto a gennaio aveva discusso ed era andato via, Florenzi si era rotto il crociato proprio in quei giorni: giocarono le gare decisive senza centrocampisti di ruolo. Persero lo scudetto in finale».

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E tu tornasti a giocare mesi dopo, a Manchester. Dissero che avevano offerto un posto da giardiniere a tuo padre, per farti ambientare meglio.
«Una cazzata. Mio padre, Stefano, ha sempre lavorato nelle assicurazioni. È andato in pensione due settimane fa. E ha festeggiato con 180 chilometri in bicicletta».

Non male per un pensionato.
«La sua passione, da anni. Solo in Cristiano Ronaldo ho trovato la cura del corpo, la mentalità che ha sempre avuto mio padre. Da ragazzo aveva fatto pugilato a buoni livelli, aveva vinto dei campionati, poi si era fatto male, credo si sia rotto una costola, ed era stato costretto a smettere. Da parte di mio padre sono tutti pugili: Daniele Petrucci detto Bucetto, che è stato campione europei, è mio cugino. A San Basilio (ride, ndr) o meni o te menano».

E da San Basilio ti sei ritrovato a Manchester. Da solo.
«A un certo punto ho fatto venire mio fratello, che poi mi ha seguito anche in Romania. Aveva giocato anche lui nelle giovanili della Roma: è più piccolo di due anni, stava in un gruppo che ha lanciato tanti giocatori in serie A, da Politano a Caprari, fino a Barba e Ciciretti. Ma quando è andato via, ha giocato per un po' vicino casa, poi ha smesso. E quando ha finito le superiori gli ho detto di venire a Manchester: imparare l'inglese, vivere in un'altra nazione, ti cambia la vita, è un'esperienza da fare. Ma l'ho fatto venire anni dopo, quando mi ero già sistemato. Quando mi sono trasferito ero completamente solo».

A neppure 17 anni.
«Il Manchester per i ragazzi che vengono dall'estero ha un accordo con delle famiglie inglesi, che li prendono in casa. Tutte nella stessa zona: la mattina viene il pulmino, fa il giro, li prende e li porta all'allenamento».

Come ti sei trovato?
«Cenavano alle 17.30. D'inverno pure alle 16.30. Una follia. Con tutto che d'inverno alle due faceva buio. Io poi uscivo, andavo a casa di Macheda, e mangiavo di nuovo, a quella che per me era l'ora di cena. Nella prima casa dove sono andato eravamo in tre: Robert Brady, un irlandese, che ora gioca nel Burnley, e che segnò all'Italia agli Europei del 2016, e un altro che non c'era mai, era sempre infortunato. Era una casa a tre piani, noi stavamo all'ultimo: ricordo che quando era ora di mangiare suonavano una campana per farci venire a tavola, come nei film. L'anno dopo ho cambiato casa: i padroni erano più giovani, abbiamo legato molto, andavamo insieme al ristorante, a giocare a golf. Qualche anno fa sono anche venuti a trovarmi a San Basilio. Eravamo due ragazzi del Manchester in quella casa: io e Paul Pogba».

Che tipo era?
«Un bravissimo ragazzo. Simpatico, estroverso, alla mano. Con una grandissima forza mentale, quella che gli ha permesso di fare la carriera che ha fatto. E forse quella che lo ha fatto andare via, e tornare. Fisicamente ai tempi non era ancora così devastante: il fisico glielo ha costruito la Juventus, e Conte, lì è cresciuto tantissimo. Ma già al Manchester, con tutto che il livello medio era altissimo, si vedeva che sarebbe diventato un grande giocatore, la tecnica l'ha sempre avuta. A un certo punto la prima squadra aveva un bel po' di buchi a centrocampo: si aspettava di esordire, invece adattarono Rafael, un terzino, e Park. E decise di andar via».

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Soldi a parte, gli è convenuto tornare?
«Per me c'entra molto il suo orgoglio: voleva dimostrare che si erano sbagliati a lasciarlo andar via, di poter giocare nel Manchester. Certo, non è tornato gratis...».

Pogba era ancora un ragazzo. Ronaldo era già un campione.
«Me lo ricordo a colazione, già attentissimo al cibo, e a ogni dettaglio per diventare un fuoriclasse. Le colazioni, i pasti, nel centro sportivo di Carrington, mi sono rimasti impressi: mangiavamo tutti insieme, nella stessa struttura, noi ragazzi e i big della prima squadra, in tavoli affiancati. Alla Roma, in Italia, mai vista una cosa del genere. I grandi campioni stavano attentissimi a quello che mangiavano, e con loro noi italiani, che venivamo da una cultura diversa. Mentre i giovani inglesi si ammazzavano di ketchup e patatine fritte».

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C'era una piccola colonia italiana, all'epoca.
«A un certo punto eravamo 5: Macheda, che conoscevo da quando ci sfidavamo nei derby giovanili, Fornasier, difensore classe 1993 ex Fiorentina, e Massacci, stessa età, un terzino dell'Empoli. E Gollini, classe 1995, il più piccolo: se la Roma lo dovesse prendere chiamami, che ti racconto qualcosa. Gollo è un fenomeno. Anche se forse sono di parte: è un fratellino, l'ho cresciuto io. Ha 4 anni meno di me, quando arrivò ero lì già da un po', lo presi sotto la mia ala. Adesso, anche se in maniera virtuale, via telefono, ho ‘adattato' Reynolds, che ho conosciuto tramite un amico comune, tornando a Roma tra una gara e l'altra. Ci scriviamo spesso, cerco di dargli qualche consiglio: so benissimo come si sente, e le difficoltà che prova, cambiando vita alla sua età, senza ancora conoscere la lingua. Le stesse che avevo avuto io, arrivando a Manchester».

Dove però, passati i primi mesi, ti eri inserito alla grande.
«Ci hanno accolto tutti molto bene. Ricordo una volta, il 31 dicembre, che chiesi a Rio Ferdinand se aveva un locale da consigliarci per la serata: ero un ragazzino, non sapevo dove andare, in una città sconosciuto. E mi ritrovai invitato a fare capodanno con loro, i campioni della prima squadra. Ed è capitato di nuovo negli anni, di fare serate, magari di andare ospite a casa di Ronaldo. Una volta, non so dove, arriva e parcheggia la sua Bentley: io e Macheda abbiamo detto al tassista di fermarsi trenta metri dopo, per arrivare a piedi, e non far vedere che eravamo venuti in taxi. Ho ricordi bellissimi di quegli anni».

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In campo cosa non è andato per il verso giusto?
«All'inizio niente. All'inizio era tutto perfetto. Sono arrivato lì e mi hanno inserito nell'Under 18, e abbiamo vinto subito un torneo importante. E poco dopo ho iniziato a giocare nel campionato riserve, senza lasciare l'U18: con una delle due facevo anche la coppa, tre partite a settimana. Ero giovane, avevo 17 anni, non ero ancora formato. E a febbraio il fisico ha detto stop».

Pubalgia.
«Non mi sono operato. E ho perso due anni. Mi sono fidato molto di quello che mi hanno detto, e probabilmente ho sbagliato. Aspettavo, mi curavo, non guariva. Piscedda mi voleva all'Europeo Under 19, mi diceva di venire a curarmi in Italia. A un certo punto ho sbroccato: sono andato in ufficio da Ferguson, e gli ho detto che sarei andato a curarmi in Italia, e sarei tornato solo una volta guarito. E lui, vedendomi così deciso, non ha obiettato. E in Italia ho risolto in tre mesi. Avrei dovuto farlo prima... Ho perso mesi e mesi. E c'è voluto tempo per tornare alla forma migliore».

Se stai fermo un anno nelle giovanili, puoi recuperare il tempo perduto. Se sta fermo un anno, da calciatore professionista, idem. Se perdi un anno nella terra di mezzo, nel momento in cui devi passare da giovane promessa a calciatore vero, rischi di non fare più quel salto.
«E io di anni ne ho persi due. Alla fine il calciatore di professione l'ho fatto lo stesso, ma chissà come sarebbe andata senza quello stop. Un mese prima di fermarmi Ferguson mi aveva fatto inserire nella lista Uefa, per la seconda fase della Champions League. Non in lista B, in quella vera, dei grandi. Il più giovane di tutta la manifestazione».

Se ti inseriscono in una lista bloccata, è perché hanno intenzione di convocarti. Magari pure di farti esordire.
«Non ho mai giocato in Premier, purtroppo. Ma un paio di convocazioni le ho avute, una contro il Tottenham, una col Galatasaray. Mi sono allenato spesso coi grandi».

Ma Ferguson c'era, sul campo?
«Quando sono arrivato io era già una leggenda, non so come si comportasse prima. Lui controllava tutto, sapeva tutto, era impressionante. Ma è vero che spesso assisteva all'allenamento dal suo ufficio, che aveva un'ampia vetrata sul campo. E la seduta la dirigevano i suoi vice: Carlos Queiroz, che ha allenato il Real Madrid e la nazionale portoghese, era già andato via, c'erano un olandese e un altro, nomi rimasti poco noti. Lui scendeva quasi sempre dal suo ufficio, e veniva a parlarci. A volte scendeva in ciabatte. Ma era il numero 1, e non devo certo dirlo io: aveva un carisma incredibile, e considerava tutti allo stesso modo. Sapeva trattare il ragazzino come un campione, e un campione come l'ultimo dei ragazzini».

Dopo l'infortunio?
«Sono tornato in campo, con la squadra riserve. Adesso hanno messo dei limiti, è una sorta di Under 23 con dei fuoriquota. All'epoca non era così, potevi affrontare formazioni che avevano 6-7 giocatori della prima squadra, che non erano stati convocati per la gara, e volevano far ricredere il club. Ti poteva capitare di trovarci Xabi Alonso: vaglielo a spiegare a quelli dell'Italia Under 21. Ho giocato con Lingaard, con Drinkwater, Welbeck, sfidato Lukaku, Harry Kane, Sterling: l'interista all'epoca era già grande e grosso, come oggi. Stava al Chelsea, lo battemmo 4-0. E 4-1 contro Sterling. Lo vinsi da capitano, il campionato riserve, all'Etihad Stadium: la settimana dopo a Old Trafford, ci fecero fare il giro d'onore e mi fecero alzare la coppa, davanti a 75.000 persone. I brividi. Sono andato in tournée con la prima squadra, in Cina e in Sudafrica. In Sudafrica vincemmo 1-0, gol di Macheda: io entrai, colpii la traversa, la palla rimbalzò sulla linea e uscì. Sarebbe stato un gran gol, avrebbe avuto una bella rilevanza. E forse, magari, mi avrebbe portato all'esordio in Premier. Ne ho avuti tanti, di momenti così, in carriera. Nelle gare facili, quelle in cui facevano esordire i ragazzi, ero infortunato. E quando ero al massimo della forma, magari lo United si giocava il campionato, e c'erano altre priorità. Ho visto esordire ragazzi che avevano fatto molto meno di me».

Potevi tornare in Italia, in quel periodo.
«Avevo delle richieste: il Genoa, il Cagliari, il Parma.,, si parlava persino di un possibile ritorno alla Roma. O dell'Inter, dove c'era Stramaccioni, il mio ex allenatore. All'epoca non avevo un agente, mi seguiva mio padre: gli è capitato di andare a casa di qualche presidente di A. Ma un agente serve, l'ho capito dopo: quando va tutto bene non ne hai bisogno, ma nei momenti di difficoltà serve uno che sappia cosa fare. Io al Manchester facevo sempre quello che mi dicevano loro. Avevo il contratto in scadenza, ero in vacanza con un amico, si parlava di un ritorno in Italia, mi è arrivato un messaggio: "Sono Sir Alex, vorrei che firmassi, e che venissi in tournée con noi"».

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Si firmava "Sir", nei messaggi?
«Già. Sir Alex. E quando chiama il Sir, si risponde. Rinnovai senza pensarci. E dopo un po' cominciò il giro dei prestiti. In Inghilterra i giovani possono andare in prestito anche per due mesi. E io a gennaio del 2013 andai al Peterborough, in serie B. Furono le mie prime partite da professionista: bene la prima, meglio la seconda, alla terza vado in gol, una botta sotto l'incrocio dei pali, da fuori area, battendo Kasper Schmeichel. Era il derby con il Leicester, che poi sarebbe stato promosso in Premier: oltre a Schmeichel c'erano già Vardy, Morgan e Drinkwater, che poi avrebbero vinto lo storico scudetto con Ranieri. A accuso un problema al flessore, quel giorno: c'era la sosta delle nazionali, non mi alleno per due settimane, mi portano a Bolton, "se stai bene giochi". A fine primo tempo il dolore si riacutizza, resto fuori da febbraio a giugno. L'allenatore era Darren Ferguson, il figlio di Sir Alex: diciamo che mi avrebbero seguito. Invece finisco il prestito con 4 partite e 1 gol. Poi vado all'Anversa, nella serie B belga: lì non mi sono trovato benissimo, partivo trequartista e mi dovevo inserire, facendo quasi la punta. Andavo dove mi diceva lo United. E non era detto che quello che andasse bene per loro fosse la cosa giusta per me».

Con le riserve dello United ti allenava Solskjaer.
«Una bravissima persona, avevamo un bellissimo rapporto. Uno che ti lasciava libero di esprimere il tuo potenziale, un tipo positivo e propositivo. Ha fatto un paio d'anni con noi, poi è andato al Molde, e al Cardiff, ed è tornato a casa».

Tu invece a casa non sei ancora tornato.
«Nel 2014, finito il contratto con lo United, sono andato in Romania, al Cluj. Due anni splendidi, in una città universitaria, carinissima, a misura d'uomo, piena di giovani. La squadra non era male, aveva ambizioni europee, abbiamo anche vinto la coppa di Romania. Ma a un certo punto sono finiti i soldi, rischiava il fallimento. E poteva capitare che finivi l'allenamento, e scoprivi che avevano staccato l'acqua. E mi sono ritrovato a passare dallo spettacolare centro d'allenamento del Manchester a farmi la doccia con le bottigliette da mezzo litro».

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E poi la Turchia.
«Tre anni al Caykur Rizespor, dal 2016 al 2019. In un campionato che mi ha sempre affascinato, per il calore dei tifosi, secondi a nessuno: in certi stadi c'era così tanto chiasso che non riuscivi a parlare con un compagno che stava a un metro. E il livello tecnico non era male: c'era gente come Sneijder, Van Persie, Eto'o. Noi avevamo Muriqi, quello della Lazio, che fece una grande stagione, con 17 gol, meritandosi il passaggio al Fenerbahçe. Una società ben organizzata, con bellissime strutture, un centro sportivo molto moderno. Sono stato bene in Turchia. Anche se lì devi abituarti a rispettare certe regole, in particolare legate alla religione. Non puoi andare lì e fare l'italiano. Le prime volte, nello spogliatoio, tanto per fare gruppo, ogni tanto provavo a fargli vedere delle foto delle feste, in Romania, con le ragazze, e loro si scandalizzavano, ti guardavano come se fossi un peccatore. Se facevi una videochiamata con un'amica loro uscivano tutti, per loro era una questione di rispetto. Ho cominciato così, e ho finito con l'andare a pregare in moschea con loro».

Tu non sei musulmano. Ci puoi entrare in una moschea?
«A dire il vero non lo so. Però ti posso garantire che sono stati contentissimi che lo abbia fatto: lo hanno interpretato come un segno di rispetto, come un provare a capire la loro religione. Capitava a volte che nell'intervallo di una partita volevi andare in bagno, e dovevi scavalcare, nello spogliatoio, i compagni che stavano pregando verso la Mecca. A giugno mi ricordo che faceva un caldo bestiale: io prendevo dell'acqua ogni cinque minuti, e loro non mangiavano e bevevano per 12 ore, per osservare il Ramadan. Saremo stati 3-4 titolari a non farlo: una volta l'allenatore ci chiamò, e ci chiese per noi cosa avrebbe dovuto fare, se convocarli o no. E loro ti rispondevano: "Non vi preoccupate per noi, Allah ci darà la forza". E poi c'era il rituale della capra...»

La capra?
«Quando andavamo male ce ne facevano trovare una, legata a un palo, al centro di allenamento: bisognava sgozzarla, sporcarsi le dita col sangue, e toccarsi in certi punti, perché portava bene. Una scena abbastanza truculenta, di cui avrei fatto volentieri a meno, che peraltro si ripeteva abbastanza spesso. Anche perché, anche quando tornavamo a fare risultati, il rituale andava fatto lo stesso, per mantenere la ritrovata buona sorte. Povere capre, non finivano più...».

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Ce ne sono andati pochi di Italiani a giocare in Turchia. Peraltro non sei andato a Istanbul, alle porte dell'Europa, ma a Rize, 1000 chilometri più a Est.
«Ero l'unico italiano: poi arrivò Ujkani, l'ex Palermo, che è come se lo fosse. Il romeno lo avevo imparato, l'inglese ovviamente, ho avuto vari compagni spagnoli, e ormai ci parlavo: chiesi di imparare il turco, ci dettero un insegnante, ma era veramente complicato. Avevamo sempre 2-3 interpreti che facevano la traduzione simultanea nello spogliatoio. Rize è la città d'origine di Erdogan: quando veniva, i suoi elicotteri atterravano sui nostri campi di allenamento. Quattro identici, e non si sapeva su quale fosse lui, per il rischio di attentati. C'erano le navi militari nel porto, quei giorni, e quando veniva allo stadio giocavamo con i cecchini sulla copertura, all'altezza del calcio d'angolo, coi fucili puntati. Ma quando Bertolacci mi ha chiamato, per chiedermi come mi fossi trovato in Turchia, gli ho detto: "vai di corsa"».

Ti sarai comprato casa, con il ricco contratto che ti fece il Manchester. Che sarebbe successo se la Roma ti avesse dato il minimo, e quei 2 anni di stop li avessi avuti in Primavera?
«Sarei finito in C. Lì non ti fanno giocare: per chi ha certe caratteristiche credo che la C sia più difficile della serie A. E se lì i problemi fisici non fossero spariti, avrei smesso».

E invece, a 29 anni, sei uno dei più apprezzati centrocampisti della B. Alla serie A ci pensi?
«Sì, perché no? Non è facile, ma non è troppo tardi. Non ancora. Però, se penso agli stadi in cui sono stato, in Inghilterra, alla finale di Coppa di Romania, alla Turchia, quando andavi in casa del Besiktas, o del Galatasaray, davanti a 55.000 persone... beh, io in serie A ci ho giocato».