Ci dicono già che, proprio come gli ha insegnato Ibra, Pastore negli spogliatoi della Roma si faccia sentire, sproni i compagni a dare il massimo, abbia subito chiarito su che ritmo bisogna adattarsi. Non c'è più tempo da perdere, per lui, che sogna di tornare protagonista assoluto come quell'estate in cui diventò il re del mercato mondiale, e per la Roma che ha scelto questo ragazzo flaco, secco, per rivedere sul campo le giocate che in passato ha regalato alla platea un certo Francesco Totti. L'appuntamento con lui è alle otto e mezzo della mattina, in una sala riservata dell'Hotel Charles di Boston, il quartier generale della Roma nella zona universitaria di Harvard. Nell'albergo l'esercito di dipendenti della società giallorossa è già al lavoro, ogni sala ospita una riunione, noi ci accomodiamo nella nostra. E quando il cronometro batte il trentesimo minuto dopo le otto Javier si appalesa, con un sorriso grande come gli occhi, neri, intensi, forti. Stringe decisa la mano, poi si siede curioso.

Javier Pastore, in passato hai sfiorato la Roma diverse volte, a tua memoria quando ci sei andato realmente vicino?
«È vero, anche prima del Psg. Ricordo bene. Poi, da quando sono arrivato a Parigi, è stato molto più difficile uscire perché stavo bene e il presidente mi teneva stretto, ma se ne parlò ancora. La cosa importante è che io sia finalmente qui oggi, con una squadra che ha fatto così bene, con le ambizioni che ha, con tutto quello che mi hanno raccontato e con la crescita che ho potuto constatare io stesso in queste prime settimane. Sono davvero felice di esserci. Si vede che era destino».

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Ma quando hai capito che realmente c'era la possibilità di venire alla Roma?
«Ho parlato moltissimo con Fede Balzaretti, lui veniva spesso a Parigi, abbiamo giocato insieme a Palermo, mi ha parlato tanto di tutto quello che si stava facendo alla Roma e devo dire che effettivamente aveva ragione: quando sono andato via dall'Italia la Roma aveva una sua collocazione, ma adesso la società è cresciuta tantissimo».

E tu quanto sei cambiato, da quando eri solo un Flaco con un grandissimo talento a oggi? Lo scorso mese hai festeggiato dieci anni di professionismo, dai tempi del Talleres alla Roma.
«Sono cambiato tanto, anche se faccio le stesse cose e frequento la stessa gente di allora, con la stessa voglia di giocare a calcio e di vincere, ma sono cambiato come uomo, per mia moglie e i miei due bambini, mi hanno fatto scoprire un'altra vita. Poi come calciatore ovviamente ho acquisito tanta esperienza, ho imparato tanto dai grandi giocatori con cui ho diviso campo e spogliatoi».

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Il rapporto col pallone invece come è cambiato nel tempo?
«Per me il pallone è lo stesso, forse è così per noi sudamericani che siamo cresciuti con un pallone tra i piedi. Non c'era internet, non c'erano i videogiochi, avevamo solo il pallone. E quando ne avevi uno nuovo era bellissimo. Io ancora oggi quando torno in Argentina non vedo l'ora di andare a giocare con i miei amici. Lì il professionista davvero scompare, non esistono soldi o coppe in palio, c'è solo un ragazzo che vuole giocare con i suoi amici».

Dieci anni fa eri uno dei "Los Angeles de Cappa", gli angeli di Cappa, i giocatori di una squadra allenata da un signore che voleva solo attaccare. Anche se era uno che ti metteva in campo e al massimo ti diceva in che ruolo. Al resto pensavate voi. Oggi le cose sono un po' diverse, ma lavori sempre con un allenatore molto offensivo.
«Il calcio è in continua evoluzione, cambiano le epoche, gli allenatori, i giocatori; io all'epoca avevo diciannove anni, non avevo mai trovato un allenatore che mi desse così tanta fiducia, all'Huracan avevamo cambiato già tre allenatori, Cappa arrivò e mi diede le chiavi della squadra. A me non piaceva correre all'indietro, era il mio stile di gioco, c'erano gli altri che correvano per me. Facevo fatica ad andare a contrasto o a correre dietro agli avversari».

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Poi però sei arrivato in Italia...
«Ed è stato un casino all'inizio, ho sofferto tanto. Sì, il pallone era lo stesso, ma io non avevo idea di come si dovesse giocare e non ero pronto né tatticamente né fisicamente. In Italia ho cambiato il chip e ho capito tutto. Ho imparato i movimenti, a muovermi in conseguenza dei compagni o della palla. E ho capito tante cose che mi sono tornate utili per arrivare a essere un giocatore che fosse il più completo possibile. Uno deve essere preparato per ogni evenienza, capita di cambiare tanti allenatori ed è sempre meglio farsi trovare preparati».

[Continua...]

L'intervista integrale su "Il Romanista" di oggi