Va veloce Gonzalo Villar. Gli è bastato un anno per prendersi la Roma, superando ogni più rosea aspettativa. Probabilmente anche le proprie. Dodici mesi appena per abbattere i pregiudizi di chi non lo conosceva, per far brillare gli occhi anche ai più scettici, per passare da carneade o giù di lì a imprescindibile del centrocampo giallorosso. Oggi anche soltanto immaginare di smontare la linea mediana che forma con Jordan Veretout somiglia molto più a un azzardo che a una reale possibilità di scelta. La presenza del numero 14 ha affrancato il francese dal compito di inaugurazione della manovra dal basso (che quando gli è toccata lo ha portato a qualche errore fatale), sprigionandone al contrario le doti dinamiche e gli inserimenti senza palla a ridosso dell'area avversaria, che tanto gli stanno giovando anche in termini realizzativi. E con l'ex viola a far valere le caratteristiche da maratoneta, lo stesso Villar si è potuto ritagliare un ruolo fondamentale.

Gonzalo è la versione in chiave moderna del volano alla brasiliana, in grado di ricevere palla al limite della propria area, difenderla come pochi dal pressing e portarla fino alla trequarti offensiva, dettando i tempi ai compagni con traccianti sempre precisi e una straordinaria capacità di eludere i tentativi avversari di riconquista del possesso. I numeri lo confermano: nessun altro giocatore può vantare una quantità così elevata di passaggi andati a buon fine nell'ultima parte di campo (92 per cento circa), ovvero dove le maglie si stringono, gli spazi si riducono e la velocità di pensiero diventa fondamentale.

E nessuno in Serie A (né nei cinque più importanti campionati d'Europa) detiene una percentuale tanto alta di dribbling riusciti: 88,8 per cento. Merito di una postura - oltre che di innato talento ovviamente - che gli permette di saltare giocatori più rapidi, mantenendo sempre il pallone incollato al piede con eleganza e leggerezza. Le stesse che al termine della sfida contro l'Inter, dopo aver ubriacato in un fazzoletto di campo Lukaku, Brozovic e Barella - non proprio gli ultimi arrivati - lo ha portato a commentare così la sua giocata sopraffina: «Il pallone va coccolato sempre». Non a caso il suo idolo si chiama Iniesta.

Una danza, quella di Villar in dribbling, messa in mostra in ogni gara, scandita da finte di corpo, strepitose proprietà di palleggio e capacità di fare perno sulla gamba d'appoggio nel raggio di pochi centimetri. Ma che non basta a descrivere un centrocampista anche tosto, in grado di vincere 88 contrasti; di subire 30 falli ma di commetterne a sua volta 22; di vincere la quasi totalità dei duelli aerei (10 su 11) nonostante un fisico non proprio da corazziere.

"Bello" quanto utile e grintoso. Tanto da far innamorare i tifosi, in grado di lanciarsi per lui in paragoni anche arditi. Ormai celebre lo scambio social a Capodanno, parafrasando una battuta di un film cult su Cerezo: "Sapete che farà stasera Villar? Dormirà, perché un professionista". E lo spagnolo ha raccolto con ironia: "Dalle 00.01 a letto, confermato". Sulle piattaforme virtuali è attivo come quasi tutti i colleghi, ma come pochi di loro porta avanti parallelamente la carriera universitaria: corso di laurea in amministrazione e gestione delle imprese all'ateneo Sant'Antonio di Murcia. Ovvero la sua città, quella della squadra del cuore, che mesi fa ha contribuito ad aiutare quando versava in gravi condizioni finanziarie.

Villar è così: un ventiduenne col volto da ragazzino e la testa di un adulto. La stessa che lo ha trasformato in un anno da oggetto misterioso a insostituibile, che non gli ha fatto soffrire il salto dalla "B" spagnola ai vertici della A italiana, che lo ha portato dalle 2 presenze da titolare del 19-20 alle 16 attuali. La sensazione, come il suo gioco leggera ma netta, è che il meglio debba ancora venire.