Quel che accadde 35 anni fa, e ciò che sin dal primo vagito significò per la Roma, lo leggerete tra un paio di pagine, immergendovi per un po' nel Mare di Roma. Quel che accadrà oggi e magari anche nella stagione che sta per cominciare proviamo a immaginarlo qui, con gli occhi addosso a questo ragazzetto di 35 anni che a forza di tirar calci s'è fatto uomo ed è cresciuto dentro questa maglia, ogni volta diversa, ogni volta la stessa. Daniele De Rossi compie 35 anni oggi, ma i messaggi di auguri gli sono cominciati ad arrivare alle 15 di ieri, quando a Roma è scoccata la mezzanotte. Il vantaggio (l'unico?) di vivere qualche giorno col fuso orario è che se stai all'est e ti capita in mezzo il tuo compleanno, lo festeggi per tante ore in più rispetto alla canoniche 24, nello specifico 9, per l'appunto: dalle 15 di ieri alle 24 della notte californiana. Lui un po' le fattezze americane le ha: sarà per quella barba da predicatore, sarà per la moglie (italiana di madre inglese e padre newyorchese), sarà per molte passioni stelleestrisce (dal basket Nba alle sterminate praterie che visita d'estate), insomma da queste parti sembra sempre quello più a suo agio.

Ed a lui la Roma si affida alle porte di quest'ennesima stagione di speranze, per lui la diciottesima, tanto per dire le ricorrenze. Qualche giorno fa ci ha scherzato su: «Divento maggiorenne, ma non mi fa tanto effetto che Bianda sia del 2000, semmai mi fa effetto che mia figlia sia del 2005». Chi ha superato i 30 (nel calcio) o i 50 (nella vita), sa che il primo riferimento ironico per ogni singolo componente della sua cerchia d'amicizia o parentale che ha uno scarto d'età di vantaggio, è quello di poterti chiamare "vecchio" per giustificare ogni difetto, ogni incertezza, ogni tremore. Ma che c'è di più bello del tremore, in un uomo che sa vivere? Totti con questo pregiudizio ci ha convissuto per anni, prima di far arrendere, con la spudoratezza della sua tenacia, tutti quelli che non hanno mai provato nella vita un briciolo della sua passione per questo sport. De Rossi di pregiudizi ne ha già superati tanti che della sua maturità oggi se ne fa quasi un vanto. E non ne vuole i vantaggi.

Per dire, nessuno gli aveva chiesto di cominciare una settimana prima il lavoro, ma lui si presentato a Trigoria con sette giorni d'anticipo e a Coric e Bianda ancora un po' e gli prendeva un colpo. Sbarcare nel pianeta Roma e trovare ad accoglierli il giocatore più rappresentativo è stato sorprendente e significativo: qui si fanno le cose sul serio, aveva scritto De Rossi nelle pieghe di quelle smorfie di fatica che lo hanno trasfigurato per un po'. Poi si è tagliato i capelli, da bravo marine, risparmiandosi così la fatica di pettinare all'indietro le ciocche lunghe domate per un po' con ampie dosi di gel. E in campo non molla un secondo, col suo comportamento esemplare senza l'arroganza di saperlo. Anche ieri, nel primo allenamento americano, era lui a guidare il suo gruppetto, con il cronometro stretto nel pugno, un gesto tanto naturale anche nel papà e in tutti gli uomini che allenano, un gesto che gli vedremo fare per anni. Perché del fatto che Daniele De Rossi sarà uno straordinario allenatore ogni calciofilo sensibile ne è (già) convinto. Lui aveva visto in Guardiola i prodromi dell'allenatore di razza: «Quando ci allenavamo insieme - ha confidato una volta - vedevi in Pep la ricerca di quei movimenti che hanno regalato al mondo la squadra più bella di tutti i tempi, il suo Barcellona. In campo diceva sempre "muovila adesso, spostati lì, ricevi più aperto, mandala dentro", era il tiki-taka che prendeva forma nella sua testa, gli serviva solo una squadra per mostrarlo». Ecco, Daniele sarà Guardiola per la Roma e magari tra un paio d'anni comincerà imparando l'arte (ancora?) da qualcuno che stima, Conte magari, chissà se Spalletti, oppure proprio Di Fra.

Tra i due il feeling che s'è rinsaldato l'anno scorso è fortissimo. E ancora per un po' saranno l'uno la mente e l'altro il braccio. Un anno sicuro, forse due. Perché che ora Daniele stia pensando anche ad allungarsi la vita (in giallorosso) è un altro dato incontrovertibile. E la riprova c'è stata nella chiacchierata che ha fatto con il suo amico Mancini, neo ct della Nazionale. L'allenatore lo ha chiamato anche per capire che cosa ci fosse di vero nelle voci che s'erano diffuse e che lo volevano distante dalla maglia azzurra. Così Daniele è stato chiaro: lui non ha mai detto no e se il ct vuole si farà trovare pronto. Ma il progetto della Nazionale adesso è biennale e dire sì oggi significa proiettarsi all'estate del 2020 e agli Europei itineranti che si giocheranno in vari paesi. Cominciando proprio da Roma, quando si dice la combinazione. Dunque un'idea può essere quella di fare questa stagione alla grande, magari vincere qualcosa (lui sa che quest'anno è possibile, l'ha capito l'anno scorso), e poi vedere come ha risposto il suo fisico: se le condizioni ci sono, e se la Roma vorrà, rinnoverà il contratto di un anno e si tufferà agli Europei. Altrimenti saluterà Roma e andrà a fare capitan America in America. Tutte le strade portano a De Rossi.