Tertium non datur, dicevano i latini. «La terza possibilità non è contemplata»: suonerebbe pressappoco così oggi. Inteso in senso stretto, più che come periodo storico di riferimento. Oggi che terza è la Roma da sola, tanto per essere chiari. Perché appena una settimana fa i terzi erano contemplati eccome. Anzi. Fino alla sentenza del Coni (e alle scorribande viola nella tana bianconera) è stato un florilegio di peana al podio italico per eccellenza, quello che appaga i tre quarti di popolazione del Paese. E per deduzione nemmeno troppo macchinosa, almeno la stessa porzione di media. Soddisfazione malcelata a dirla tutta, ma comprensibile dal punto di vista meramente utilitaristico e ancora di più da quello umano. Un decennio di astinenza ha fatto crescere a dismisura il desiderio di campionato milanocentrico. A poco è valso il metadone d'incontrastato dominio juventino, perché a mancare erano sempre le altre due strisciate. Accompagnate puntualmente in estate da squilli di tromba e stuoli di tappeti rossi. Incensate nella scelta di allenatori, giocatori e dirigenti, con tanto di elogi alle stesse proprietà, perfino le più improbabili, in ogni senso. Salvo poi girarsi dall'altro lato, fischiettando vaghi, alla verifica dei fatti. Quando però Milano è tornata quella da bere nel calcio - in attesa di ripristinare il rito dell'aperitivo - prendendo sottobraccio anche gli storici padroni, gli sguardi sono tornati a sbrilluccicare. Titoli e commenti da ammiccanti si sono trasformati in trionfanti, recuperando la spavalderia accantonata negli ultimi rigidi inverni di neorealismo forzato. Ma la soddisfazione a volte dura un battito di ciglia perfino per chi ne è assuefatto. E questa volta (come tante altre nel decennio) ad aprire gli occhi ci ha pensato la Roma. Nel segno del tre. Altri tre gol, un'altra vittoria, che ne consolidano il terzo posto in entrambe le specifiche graduatorie. Risultato: terza in classifica. Da sola. Un esito che avrà costretto a un surplus di dolci natalizi tutti quei palati (e sono tanti) poco fini e molto amareggiati, che già assaporavano la strisciatissima trinità lassù. Che poi in gran parte sono gli stessi che avevano dipinto le griglie di partenza con la macchina giallorossa in quarta fila, fra settimo e ottavo posto. Una sorta di utilitaria: dietro non soltanto alle fuoriserie più care e al Napoli, che per bacino d'utenza ci sta sempre bene (basta che non si avvicini troppo); ma anche alle simpatiche (per loro) berline, l'Atalanta e la squadra di Inzaghi junior; e per qualche fantasioso veggente particolarmente colorito, addirittura dietro al Torino. Dev'essere stato anche per questo che i recenti episodi della sfida coi granata hanno risvegliato un'acredine verso la classe arbitrale che pareva sopita. Almeno da Calciopoli a Roma-Sassuolo. Compresa. Facendo ancora una volta prevalere il virtuale sul reale. A soffrire di più ora sono loro, i signori del peroismo, quelli che quando la Roma ottiene qualcosa di buono, aggiungono «sìpperò» come postilla immutabile. E non per legittima richiesta di perfettibilità (chi è animato da tutt'altro sentimento sa bene che non è perfetta e deve curare atavici vizi), quanto per respingere l'imbucato, per macchiarne i risultati. Quegli stessi risultati che hanno guastato le feste. Le loro.