Baffo da Birra Moretti, cognome italiano come quasi tutti gli argentini, abbigliamento che già da solo comunica una certa distanza dal calcio di oggi. Angel Cappa ha il volto del veterano di tornei di briscola di qualche paesino italiano, ma ha lavorato nel Barcellona al fianco di Menotti e nel Real Madrid accanto a Valdano. Lo chiamano filosofo, scrittore, rivoluzionario. Perché Cappa è un idealista, sia in campo sia in politica, ma di quelli che non si estraniano dalla realtà e non smettono mai di battersi. Nemmeno oggi, che a 72 anni continua a scrivere libri e a sfornare taglienti analisi sul business del calcio mondiale. La sua ultima opera, scritta due anni fa assieme alla figlia giornalista, si chiama Ci rubano anche il calcio. Nella presentazione si legge: «Non tutto sarebbe perduto se, come diceva Eduardo Galeano, restituissimo il calcio alla sua condizione di festa per gli occhi». E qui sta la base del calcio di Cappa.

Nel 1994, ai tempi del Real, scrisse un articolo su El País intitolato El tiki y el toque. Era una formula dispregiativa con cui i detrattori ridicolizzavano il gioco che Cappa e Valdano stavano provando a trasmettere alla rosa dei Blancos. Nel'articolo scriveva: «Viviamo nella cultura dell'immediatezza e dell'utilitarismo. Tutto deve essere adesso e tutto deve essere pratico. Tutto ha il carattere transitorio dei prodotti di consumo. Vale chi vince e finché vince. (...) Forse per questo si pensa che il cammino più corto sia la linea retta del lancio lungo». Ma «il fondamento essenziale del calcio è il tocco. Non è né un intrattenimento né una opzione estetica». Nacque così la parola tiki-taka: fu Javier Clemente, al tempo Commissario tecnico della Spagna, a prendere in giro Cappa storpiando il titolo del suo articolo. Ma lui, parecchi anni dopo, avrebbe dimostrato che con il tocco alla base del gioco si può vincere. O quasi. Perché il Torneo Clausura del 2009 lo vinse il Velez, ma all'ultima giornata e con un gol ingiusto.

L'Huracan di Angel Cappa arrivò secondo praticando un calcio di alto livello, forse l'ultima squadra a farlo in Argentina. Ed eccoci a Pastore. El Flaco era uno degli Angeli di Cappa, come era stata soprannominata quella squadra. Quell'anno ottenne per la prima volta una maglia da titolare e strabiliò il pubblico argentino con le sue giocate. A fine stagione se lo prese il Palermo grazie alla sagacia di Walter Sabatini e con lui lasciarono la squadra gli altri gioielli del club. Cappa non ha vinto nulla, se non un campionato in Perù e uno in Sudafrica, ma con dieci anni di anticipo ha contribuito a gettare le basi di un tipo di calcio che con Guardiola avrebbe poi conquistato ogni titolo immaginabile. E proprio Cappa fu una delle persone che Guardiola conobbe nel corso della sua formazione prima di intraprendere la sua carriera di allenatore.

Il "suo" Pastore alla Roma. Cosa ha pensato quando lo ha saputo?
«Sono stato molto felice, perché al Paris Saint-Germain lo avevano messo da parte e quando giocava era sulla fascia. Ma lui è un giocatore che ha bisogno di spazi e libertà. Gli serve il contatto con la palla, mentre sull'esterno era molto ingabbiato... Gli impedivano di giocare con la sua capacità. Inoltre, sono stato contento perché sono sicuro che Monchi farà una squadra per giocare buon calcio: questo è molto meglio che giocare al Psg».

La decisione giusta per la sua carriera, quindi.
«Sì, dal punto di vista calcistico era necessario cambiare. in Francia è stato molti anni e ha giocato dove non doveva giocare: gli allenatori che ha avuto gli hanno tarpato le ali. Sono allenatori che partono dalla paura e non dall'audacia. Sulla fascia gli avevano tolto la possibilità di sviluppare il suo talento. Non credo che alla Roma faranno lo stesso errore, lo metteranno in un ruolo propizio per il suo talento. Potrà riaprire le sue ali e volare di nuovo».

In un 4-3-3 sarebbe mezzala, quindi.
«Lui deve giocare dietro agli attaccanti. Con libertà di azione. Non tutti i giocatori possono averla: Javier sì, perché è un giocatore intelligente e sa dove e quando occupare gli spazi. Perciò con libertà e contatto col pallone può crescere ancora moltissimo come giocatore. Nel 4-3-3 lo vedo mezzala sinistra, sicuramente, perché è anche molto bravo in fase di recupero del pallone».

Le piace Di Francesco?
«Credo sia un allenatore intelligente, che scommette sul buon gioco e sui buoni giocatori. È l'uomo giusto per risvegliare il talento del Flaco».

Appena arrivato a Roma, Pastore ha ringraziato lei, Sabatini e Leonardo .
«Non lo sento da un po', perché non ho il suo nuovo numero. Ma appena lo avrò lo sentirò per dargli un forte abbraccio. Quando è andato a Parigi sono andato a trovarlo, quando è andato a Barcellona a giocare col Psg pure. Quindi lo verrò a trovare anche a Roma». 

Pastore fa parte di una generazione di talenti argentini di enorme qualità che  a livello di nazionale non ha vinto nulla. E non vincerà nulla nemmeno quest'anno.
«Il calcio argentino è organizzato solamente per vendere i giocatori. Non c'è alcun progetto a favore del calcio o dei giocatori stessi. I calciatori indossano qualsiasi maglia per essere notati e se ne vanno sempre più giovani. Non ci sono idee a sostenere l'essenza del calcio argentino. Inoltre, gli atleti spesso nemmeno appartengono davvero ai club: sono di fondi d'investimento,  imprenditori,  dirigenti. Insomma,  dei privati. Il calcio argentino è tutto un'assurdità e la nazionale fa parte di questa assurdità».

Maradona ha citato "Cronaca di una morte annunciata" di Marquez, a proposito dei Mondiali.
«Chiaro. Tre allenatori diversi nella fase eliminatoria con tre visioni diverse. L'Argentina si è qualificata contro l'Ecuador già qualificato. Qualsiasi altro esito differente sarebbe stato un miracolo».

Le responsabilità di Sampaoli.
«Tre partite con tre squadre diverse, tre idee diverse di gioco. Così è impossibile che la squadra funzioni. Dipendeva da Messi, da una sua giocata magica, come con la Nigeria. Ma non può succedere sempre il miracolo, nonostante il Papa sia argentino».

Qui si è parlato molto di Dybala, Higuain, Icardi. Giocatori lasciati a casa o in panchina.
«Mi sarebbe piaciuto vedere in campo quelli che giocano meglio, tutti insieme. Non dico che hanno giocato calciatori scarsi, ma ce n'erano alcuni migliori che non sono scesi in campo. Secondo me Pastore poteva essere convocato, per giocare in campo con Lo Celso e Dybala assieme a Messi. Non improvvisando la squadra, ma dandogli il tempo affinché funzioni. Serve un progetto a lungo termine».

A proposito di progetti a lungo termine. In Spagna dicono si sia chiusa un'epoca.
«Non sono d'accordo: sono momenti che si vivono, ma non ne farei una tragedia. La Spagna ha giocato con paura, tenendo la palla per non perderla e non per attaccare. Ma ha grandi giocatori e un'idea di gioco ben radicata, questo Mondiale può essere classificato come un contrattempo. Certo, giocatori come Iniesta e Piqué lasciano la selezione, ed è giusto così, ma credo ci sia una generazione non dico al loro livello, ma a un livello simile».

 Lopetegui, Rubiales, il Real… Chi ha sbagliato?
«Il Real Madrid ha mancato di rispetto alla selezione spagnola. Contattare un allenatore prima di un Mondiale e senza comunicarlo alla Federazione: un atto molto grave. Per le prestazioni, tuttavia, non credo abbia influito moltissimo il cambio di allenatore. Per Hierro è stata una sfida veramente problematica, perché ha dovuto in un paio di giorni mettersi al posto di Lopetegui, un compito difficilissimo».

Ha seguito la nostra lettera inviata a Bartomeu per chiedere prezzi sostenibili per i romanisti in trasferta a Barcellona?
«Sono d'accordo con la richiesta che avete fatto e con i suoi motivi. Il calcio è stato sottratto al popolo, quando dovrebbe appartenere ai tifosi e ai soci dei club. Per me è una grande ingiustizia che si facciano soldi sulla testa degli appassionati. In Germania i prezzi sono molto accessibili, e se lo fanno in Germania si può fare anche altrove. Bisogna porre un limite. Spesso non solo il calcio è inaccessibile allo stadio, perché le persone non possono permettersi nemmeno le partite in tv. Viene sottratto in ogni sua forma un bene che appartiene ai tifosi e che senza di essi perderebbe di senso».

Come possono i tifosi riconquistare un posto importante nel calcio?
«Ho letto da poco che nello Sporting Portugal hanno votato e  fatto cadere il presidente e il consiglio direttivo con il 71% dei voti. I tifosi devono prendere coscienza del fatto che le squadre gli appartengono, anche quando sono private e non club di soci. Bisogna esigere che le dirigenze rispettino i tifosi, come hanno fatto i tifosi del Liverpool quando hanno provato ad alzarglieli».

La aspettiamo a Roma, signor Cappa.
«Sarà un piacere vedere Javier in giallorosso».