Gli hanno detto che non batte le grandi e che però la sua Roma, che ha "solo" due punti in più dell'anno scorso di quest'epoca, quando sembrava aver ingranato e lasciava intravedere un ottimo potenziale, è cresciuta in questa stagione. Anzi, è diventato anche più bravo contro le piccole, perché le partite adesso le vince praticamente sempre. Eppure, anche se i risultati della Roma di Fonseca con le pari (o superiore) livello non hanno un bilancio così in attivo, la squadra in occasione dei big match ha quasi sempre offerto una prestazione all'altezza. Quasi, sì. Perché ad abbassare la media ci ha pensato senza ombra di dubbio l'incontro del San Paolo dello scorso 29 novembre, quando primi minuti a parte, la Roma proprio non è scesa in campo. Capita, ma non dovrebbe capitare. Ci può stare di perdere con una squadra come il Napoli in trasferta, ma non così.

Ecco, il "come" incide molto nel computo dei luoghi comuni. La Roma di Fonseca ha già battuto il Napoli, il Milan e la Juve (cose che restano sugli almanacchi, per intenderci) e sarebbe fuorviante sostenere, come accampa qualcuno, che non erano il Napoli, il Milan e la Juve veri (questo si avvicina un po' alla realtà, ma poco conta per quello che vogliamo sostenere e lo spiegheremo meglio in seguito). La Roma di Fonseca, a parte la parentesi di Napoli di questa stagione con le cosiddette grandi ha sempre fatto la prestazione, anche quando non ha raggiunto il risultato pieno. Se esuliamo dal discorso i derby, due, che non sono scientificamente partite come tutte le altre, nei quali il tecnico portoghese è comunque imbattuto con due pareggi che sarebbero anche potuti essere una sconfitta e una vittoria per quanto si vide in campo, con le milanesi il bilancio è in pari: una vittoria, una sconfitta (la squadra scoppiò dopo metà tempo, annotiamo) e un pareggio (di rimonta e di carattere) con il Milan di una delle strisce positive più lunghe che tifoso rossonero ricordi a memoria degli quindici anni.

Due pareggi con l'Inter di Conte, che la Roma sognò di far sedere sulla propria panchina prima di scegliere Fonseca: uno 0-0 ben giocato, anche se la Roma fu un po' timida all'andata e un pareggio per 2-2, riacciuffato dall'Inter all'ultimo minuto su rigore dopo un ribaltone della Roma, al ritorno, in una gara di personalità. Quest'anno si vedrà. Con il Napoli una vittoria in casa e due sconfitte fuori (la prima delle quali in qualche modo schiacciante, ma illuminante al tempo stesso per il percorso attuale, cioè futuro, con la genesi della difesa a tre). Con la Juventus degli investimenti "marziani" male lo scorso anno fino al lockdown (Coppa Italia inclusa), molto bene con la Juve B (ma era anche una Roma B) ad agosto con la prima vittoria giallorossa (della prima squadra) all'Allianz e decisamente bene, seppur con il braccino del tennista all'inizio di questa stagione. Con i bianconeri di Pirlo rimasti in dieci un po' di convinzione in più e un po' più di precisione quel 2-2 sarebbe potuto diventare 3-1 o 4-2. Morale? L'unica squadra da cui Fonseca le ha prese senza se e senza ma è l'Atalanta: sia all'andata nella scorsa stagione (dove comunque a metà tempo la Roma avrebbe potuto ritrovarsi in vantaggio per un paio di occasioni sciupate) sia al ritorno (dove comunque Dzeko aveva illuso i romanisti portando in vantaggio la squadra, poi ribaltata dalla vigoria dei nerazzurri). Anche per questo la Roma "cresciuta" di Fonseca oggi andrà a Bergamo a cercare di sfatare un tabù e un falso mito.