Lontano dai riflettori, quasi in sordina. Bryan Cristante non è uno di quei calciatori deputati a occupare le copertine. Gli basta essere utile per allenatore e compagni. E pazienza se non tutti si accorgono dei benefici del lavoro oscuro che svolge per la squadra.

In mezzo al campo o al centro della difesa, è sempre a disposizione. Vero ago della bilancia per innestare il cambio di modulo in corso d'opera: dalla difesa a 4 a quella a 3 e viceversa, grazie alla sua disponibilità Fonseca può spaziare fra i due sistemi fin qui utilizzati. L'ultima volta è successo nel finale della gara col Benevento e il profitto che ne ha tratto la Roma è rimasto invisibile soltanto a chi non vuol vedere. Perché è vero che nella scorsa stagione al rientro dall'infortunio subito a Genova il suo rendimento è vistosamente calato; ma è anche vero che da allora gli è rimasta attaccata l'etichetta col segno meno addosso. Pregiudizi difficili da scalfire, perfino con l'evidenza dei fatti. Eppure per i tre allenatori avuti nella Capitale, peraltro molto diversi fra loro (da Di Francesco a Fonseca passando per Ranieri), Cristante è sempre stato un inamovibile o quasi. Soltanto il ko dello scorso anno gli è costato un' assenza di quasi tre mesi. Per il resto, al netto delle squalifiche, è rimasto in panchina per tutta la durata della gara per scelta tecnica in tre sole occasioni, due a settembre 2018, l'altra recentissima, contro la Juventus. Nel debutto stagionale a Verona ha disputato una buona gara al centro della difesa, salvando anche un gol fatto. A Udine è subentrato nel finale di partita. Col Benevento ha confermato la duttilità tattica che gli permette di essere utilizzato in due differenti zone di campo: e in entrambe si è districato con ottimi risultati.

In mezzo, la convincente prestazione in Nazionale contro la Moldavia, condita anche da un assist e dal primo gol in azzurro, quello che ha aperto la strada verso la goleada della squadra di Mancini, che lo ha scelto come volano davanti alla difesa. Fonseca ha invece ormai optato per il doppio utilizzo, sempre dalla mediana in giù. E il soldato Bryan ogni volta ha risposto con puntualità all'appello, lui che da incursore alle spalle delle punte ha vissuto il periodo migliore di una carriera ancora tutta da sviluppare (ha soltanto 25 anni). Quindici reti in 59 presenze con l'Atalanta, una stagione e mezza per rimettersi in mostra dopo l'esperienza poco fortunata al Benfica e permettergli di essere conteso sul mercato a suon di milioni, fino a trovare nella Roma l'estimatrice più convincente. Oggi pochi se ne ricordano, ma al momento dell'acquisto - estate 2018 - fu salutato come un gran colpo. Tanto da essere pagato trenta milioni pur di essere strappato alla concorrenza. Un patrimonio economico e tecnico da tutelare, anche se nel variopinto e avolte grottesco mondo dei social è poco in voga ricordarlo, pena l'insulto gratuito. Ce ne faremo una ragione, come probabilmente se l'è fatta ormai lo stesso Cristante. L'investitura migliore l'ha ricevuta non da uno qualunque e non in un giorno qualsiasi: in occasione della conferenza stampa di addio alla Roma, davanti all'intera squadra schierata, a uno stuolo di cronisti e a tifosi collegati con ogni mezzo, Daniele De Rossi ebbe parole al miele proprio per quel ragazzo taciturno cresciuto in Friuli, che di lì a poco ne avrebbe ereditato il ruolo in campo. Non usò frasi di circostanza il Sedici, andò dritto al sodo, come da abitudine senza badare a utilitarismi di sorta: «Ci tengo a dire che c'è un Bryan Cristante che non è romanista, è del Nord, eppure io ne vorrei altri cento come lui. Ci mette l'anima in allenamento, in partita, sempre. Questo è lo spirito». Uno spirito più attuale che mai, anche a Berna, dove Cristante è di nuovo a disposizione, difesa o centrocampo che sia. Conta la squadra.