Per capire un giocatore, certe volte, basta ascoltare una sua intervista. Quello che dice, come lo dice. Non che per giocare a calcio serva una laurea in Scienza della comunicazione ma è così grande, molto spesso, il rimbombo del vuoto cosmico che arriva dalle parole di molti-troppi calciatori che quelli pensanti appaiono subito differenti

Perché hanno una marcia in più

È quello che ho pensato ascoltando Antonio Mirante, un tipo di poche parole. Ma sensate. Equilibrate. Come il suo modo di stare al mondo, figurarsi in campo. Lui, portiere navigato che se va in panchina o inizia il campionato da titolare non fa differenza. Perché si allenerà sempre con lo stesso impegno. Costanza, testa. E così si è guadagnato il posto e, con la stessa naturalezza, contro il Benevento ti fa vincere la partita perché, prima, cerca – e trova – Mkhitaryan dall'altra parte del campo. E poi, nel secondo tempo, ti salva pure uscendo a terra su Lapadula.  

Cosa? Ah, sì… Lapadula: lo vedi e pensi-penso-pensiamo a Daniele De Rossi. E, allora, torno al vuoto cosmico con cui ho aperto. Perché ogni intervista dell'ex Capitano della ROMA era una terapia contro l'abbrutimento di questo sport sempre più simile al pallone e sempre più distante dal calcio.  

Per questo non sono rimasto stupito quando ho letto che Mirante, una volta appesi i guanti al chiodo, dovrebbe entrare a far parte dello staff di Mister De Rossi: perché le cose non accadono mai per caso.  

Come la carriera, lunga, di questo portiere che sembra il protagonista, rubacuori, di uno sceneggiato televisivo ma che, invece, ha ancora voglia di sudare, d'andare al campo, giocare. E dare sicurezza ad un reparto pieno di talento e con la carta d'identità verde speranza. L'esperienza di Mirante, lì dietro, serve. Come la tranquillità di chi ha navigato mari agitati e vede gli altri marinai sbiancare davanti due cavalloni: calma, tornate ai vostri posti. 

E ricominciamo. 

Poi, sì… Masetti, Tancredi, Cervone, Alisson: la storia della ROMA ha conosciuto portieri più importanti. Ma è proprio la storia ad insegnarci, però, che ci sono momenti in cui è inutile dannarsi l'anima per cercare la soluzione migliore perché, la soluzione migliore, ce l'abbiamo già

Si chiama Antonio Mirante.