Ieri gli "young boys", il riferimento alla prossima sfida in Europa della Roma alla squadra svizzera di Berna era puramente casuale, oggi i veterani, quelli che fanno le cose "vecchie maniere". Il «giusto mix», almeno negli intenti della dirigenza della squadra giallorossa, da qualche tempo a questa parte, tra giovani calciatori e militanti esperti, il tutto condito da una grande qualità, per costruire un organico in grado di far crescere il club.

Perché il progetto dei Friedkin, attraverso uno svecchiamento della rosa e il consolidamento di quei "vecchietti" ancora funzionali nel rettangolo verde e utili anche nel fare da chioccia ai più acerbi, è quello di portare la Roma a quello che Pallotta nel comunicato di commiato ha definito «lo step successivo». Il grande salto del club al livello più alto di quanto non sia stata in grado di portarlo la prima gestione americana, quella con sede a Boston. La proprietà che, nominalmente, ha acquistato in tempi non sospetti e prim'ancora che si chiudesse la cessione della società al gruppo texano, un certo Pedro Ledesma Rodriguez. Unico giocatore in attività ad aver vinto tutti i trofei possibili per club e nazionali. Uno che non arriva a un metro e settanta di altezza ma che può guardare davvero tutti dall'alto in basso. Si è fatto già notare anche in Serie A, dove ha già segnato due gol, che per ragioni di ruolo e caratteristiche tecniche non è la specialità per la quale a viale Tolstoj e a Trigoria l'hanno scelto. Pedro è a Roma per una questione di mentalità. Quella vincente, di un calciatore che ha una tigna da romano, anche se è nato a Santa Cruz de Tenerife. E di classe, pura e cristallina, che non servivano certo Youtube o quattro partite e due gol in Serie A per scoprirla, ma che è un piacere vedere vestita di giallorosso.

Che poi Pedrito quando mette gli scarpini parli la stessa lingua di Henrikh Mkhitaryan, uno che nella vita ne parla addirittura sette, che è laureato e impegnato politicamente per la sua nazione, è un'altra scoperta dell'acqua calda. Ma quando lo vedi, dopo averlo immaginato sui campetti d'inizio stagione, risulta talmente naturale che è banale esaltarsi per le loro giocate. Anche perché su quei campetti per tutta l'estate si era certi si dovesse cancellare Edin Dzeko, la punta-diamante da più di cinque stagioni e capitano della squadra, da pochi giorni quarto marcatore nella classifica all-time della Roma e che auspicabilmente salirà sul podio entro il mese di novembre, come scommettono i suoi amici. E c'è da puntarci qualche euro rimasto nelle tasche se il buongiorno si vede dal mattino. Perché alla fine Dzeko si è risvegliato ancora all'ombra del Colosseo per la gioia della sua famiglia e di moltissimi se non quasi tutti i tifosi romanisti. Sicuramente i mille che l'hanno applaudito e sostenuto da figliol prodigo in queste prime gare di stagione a porte semi-aperte. Pedro e Micki insieme possono aiutare Edin a scalzare un mito e campione d'Italia come Amadei e a piazzarsi dietro ad altri due miti e campioni d'Italia come Pruzzo e sua maestà Totti. Certo, se essendo più realisti del re i pronostici e le griglie di competitività saranno rispettati, Dzeko sarebbe l'unico di chi sta lassù a non aver vinto il titolo con la Roma e questo è un rammarico. Ma i Friedkin, pur senza fare follie non più tanto possibili di questi tempi nel calcio e non solo, vogliono lavorare sodo per portare in alto la Roma. Più in alto.

Dando preminenza alla qualità. Anche per questo serve l'esperienza di tre calciatori che hanno girovagato nei migliori campionati europei e calcato più volte i campi nelle competizioni internazionali più importanti. Per questo, soprattutto su richiesta espressa del tecnico Fonseca, è stato aggiunto Chris Smalling, 31 anni tra un mese e un giorno, un altro che ha vissuto in Premier League quando la Premier League ha avuto l'ascesa a primo campionato del globo. Al centro del progetto, sopra i 30 anni, sono rimasti solo loro quattro più Antonio Mirante, che merita una menzione a parte, per essersi ritagliato ancora una volta un ruolo da protagonista con la sua abnegazione e dedizione alla causa romanista senza alcuna prepotenza. Solo professionalità al servizio dei compagni e dell'allenatore. Fazio, 33 anni, e Pastore, 31, sono ai margini per motivi diversi. Davanti a Bruno Peres, che ne compirà 31 a marzo prossimo, la società ha cercato con insistenza di inserire un titolare nel ruolo che sembra più scoperto della rosa. Poi con la carta d'identità si va a scendere, per raggiungere la linea verde che resta predominante nell'organico di questa stagione. E che sarebbe ancora più verde, se fosse per la dirigenza, ma come amano dire gli americani Roma non è stata costruita in un giorno e «i campioni non vengono costruiti dall'oggi al domani» (parola di Dan Friedkin nella prima intervista da presidente). Anche per questo, finché durano, la Roma alcuni campioni li ha in casa. Perché è stata brava e fortunata a prenderli e a confermarli. È bene allora che i tifosi, anche quelli atavicamente perplessi, inizino a goderseli.