Se è vero che ogni classifica del cuore risponde a criteri insindacabilmente soggettivi, resta comunque difficile credere che in un'ideale top ten di miti romanisti ci sia qualche tifoso restio ad inserire Nils Liedholm da Valdermarsvik e Gabriel Omar Batistuta da Avellaneda.

E se qualche giovanissimo tifoso facesse fatica a capire di chi si parla, gli consigliamo di dare un'occhiata alla programmazione di Sky di questi giorni perché c'è la possibilità di gustarsi due originali documentari che raccontano nel dettaglio e da punti di vista decisamente intimi la loro storia: parliamo di "Il gioco del Barone", film scritto e diretto da David Rossi in onda in questi giorni su Roma Tv (canale 213 della piattaforma satellitare) e di "El nùmero nueve", di Pablo Benedetti, in onda invece su SkyArte (120). Sono stati a modo loro, e nelle loro diverse modalità di espressione, due totem del calcio delle rispettive nazioni (uno svedese, l'altro argentino) ma anche due miti del romanismo, nel modo in cui possono diventarlo quei romanisti che non nascono a Roma ma che poi, vivendola, finiscono per incarnarla meglio persino di un romano.

Lo svedese che si accende


Il racconto su Liedholm, allenatore della Roma addirittura in quattro fasi diverse (dal 1973 al '77, dal 1979 all'84, dal 1987 all'89 e nel 1997, per un totale di 442 gare ufficiali, record tuttora imbattuto) si snoda nei ricordi del figlio Carlo, aspetto del gentiluomo di campagna eppure rigoroso nell'esposizione priva di orpelli e di concessioni all'autocompiacimento. È un resoconto quasi cronologico, che parte dal villaggio a 200 km da Stoccolma dove Liedholm è nato (stupendo il dettaglio della casa natale, una bellissima villa sul mare nella dotazione del direttore della segheria, che era per l'appunto la mansione del papà di Nils) e arriva a Roma, sostanzialmente dove il Barone ha concluso la sua gloriosa carriera sportiva, prima del ritiro sulle colline di Cuccaro Monferrato dove nel tempo i Liedholm hanno creato un'azienda vitivinicola che è stato un po' l'orgoglio imprenditoriale della famiglia (e dove Nils è scomparso nel 2007). Suggestive le immagini del giovane Liedholm, negli allenamenti (a colori!) al Norkkoeping (città cara anche ai tifosi della Roma, per via della sfida di Coppa Uefa dell'anno di grazia 1982/83, citata nel video, quando proprio un emozionatissimo Liedholm guidò la squadra giallorossa contro la formazione locale allenata dal suo caro amico ed ex compagno di squadra Nordahl, doppia sfida vinta solo ai rigori grazie alle virtù di pararigori di Tancredi), e nelle elegantissime pose nel palleggio sul campo e nelle foto dove non mostra mai un capello fuori posto. Il trofeo a cui Liddas è stato più legato, tra tutti quelli conquistati in carriera, è la medaglia d'oro olimpica del 1948. Nel racconto di chi lo conosceva bene (tra cui il figlio di Nordahl che nonostante la familiarità lo chiama più volte «il signor Nils»), emerge tutta la personalità dirompente del grande campione e del meraviglioso allenatore che poi è diventato. Lo racconta bene Capello: «Grazie al suo buon senso non diceva mai di no, ma poi si finiva sempre per fare quello che diceva lui», racconta a proposito del suo carattere da leader dolce. Ma che sapeva anche usare le maniere forti: «Quando qualche giocatore mancava di rispetto, si arrabbiava. E un paio di volte l'ho visto personalmente attaccare al muro qualcuno». Racconta il figlio Carlo che la folgorazione per il gioco offensivo derivò dal confronto con la nazionale brasiliana di Pelè nella famosa finale mondiale del 1958, quando gli svedesi padroni di casa furono campioni del mondo per 4 minuti, dal gol del vantaggio segnato proprio dal Barone al 4' del primo tempo dopo un elegantissimo dribbling, al pareggio di Vavà al 9'. Poi il Brasile ribaltò e vinse di goleada, 5-2, lasciando un segno nell'animo del futuro allenatore della Roma. Così divenne un grande innovatore quando cominciò ad allenare, restando sempre anni avanti a tutti, con le intuizioni della zona, del centrocampista portato in difesa (Di Bartolomei, per non disperdere le potenzialità degli altri cervelli di metà campo, Ancelotti, Falcao e Prohaska) e delle mille idee portate in panchina in ogni squadra che ha allenato, raggiungendo ogni volta risultati importanti, che fossero salvezze, campionati di serie B (col Verona), Coppe Italia (tre con la Roma) e scudetti (col Milan e quello storico alla Roma nell'83).

La dolcezza del re Leone

Più centrato sul periodo fiorentino il bel lavoro di Pablo Benedetti dedicato al centravanti che poi ha regalato ai tifosi della Roma il suo terzo scudetto. È un racconto che parte e si chiude con l'operazione cui El nùmero nueve si è sottoposto in Svizzera per poter ancora continuare a camminare e comunque in qualche modo risolvere il problema dei lancinanti dolori alle caviglie deformate da anni di corse a perdifiato e calcioni dati e presi, troppe volte soffocate dalle infiltrazioni che lo rimettevano in campo a carissimo prezzo. «Tagliami le gambe, dottore, non ne posso più», il grido di dolore del campione che lo ha portato piano piano alla decisione di operarsi. La storia comincia intorno al periodo fiorentino (anche l'autore è di Firenze, come racconta nell'intervista qui a fianco) e segue la scansione dei ricordi riattivati dallo stesso protagonista e dalla moglie Irina, a lui legata dall'infanzia e per tutta la vita. Qualcosa si spezzò nel rapporto con la Viola quando dopo un suo infortunio i dirigenti lasciarono partire Edmundo per il carnevale con la squadra in piena corsa per lo scudetto. Lì maturò la decisione di andar via e lì fece breccia la corte della Roma. Particolarmente suggestivo è il momento in cui Irina, d'accordo con la produzione, guida il marito in un cinema interamente riservato (lo Stardust di Ostia) per mostrargli il film della sua stagione trionfale a Roma. E quando si riaccendono le luci in sala, Gabriel non riesce a trattenere le lacrime, mentre ringrazia la moglie per le bellissime emozioni appena provate. Al taxista che lo porta in giro chiede di accennare l'inno della Roma, poi discute con Toldo del famoso gol segnato alla Fiorentina nella prima partita contro i viola con la maglia giallorossa. Poi c'è il racconto della sua vita in Argentina, con le ritirate a Reconquista nella sua bellissima e numerosa famiglia, le passeggiate romantiche a cavallo con la moglie, le gite al mare e le riunioni con i vecchi compagni di squadra della Quinta de Quique, dove non c'è più Batistuta ma solo Gabriel, quello più vero, quello più intimo.